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La Geografia nella canzone napoletana. Musica e territorio fra storia, memoria e innovazione / 5

La Geografia nella canzone napoletana. Musica e territorio fra storia, memoria e innovazione / 5
di Silvia Siniscalchi

Dal punto di vista culturale queste raccolte realizzano quindi «un oggetto musicale glocale, che ancora oggi suscita l’interesse di interpreti e pubblico attraverso un articolato repertorio con brani d’autore insieme a trascrizioni ed elaborazioni di materiali di tradizione orale. Da Fenesta vascia a Raziella, da Cannetella alle pastorali natalizie, dalla Serenata di Pulcinella alla carnascialesca Canzone di Zeza, i Passatempi musicali costituiscono la tappa obbligata per la comprensione della musica a Napoli del primo Ottocento, sia in ambito colto che popolare» (Scialò, Seller, 2013, pp. 7-8).
Tra gli autori napoletani che hanno contribuito a infondere un carattere internazionale alla musica napoletana, trasformandola in un forte elemento di riconoscibilità paesaggistico-identitaria di Napoli e, via via, dell’Italia nel mondo, Salvatore Di Giacomo occupa a sua volta un posto importante. Dotato di una grande cultura di carattere mitteleuropeo (leggeva il tedesco e il francese), il poeta contribuisce all’inserimento del repertorio musicale[1] napoletano in un contesto internazionale: la Napoli ottocentesca è infatti un pezzetto di mondo capace di dialogare con il mondo, assorbendone, in senso costruttivo, le contaminazioni, lasciandosene “inquinare”. Proprio grazie all’importanza della sua opera e all’enorme credito di cui ha sempre goduto, Di Giacomo si è voluto concedere il lusso di essere “l’inventore della tradizione napoletana”, raccontando storie fantasiose sulle origini dei brani più celebri del repertorio partenopeo (tra i quali Io te voglio bene assaie, frutto – secondo il suo racconto – di un’improvvisazione di Sacco sull’intercalare ripetuto della frase e di una riuscitissima musica, che egli attribuisce a Donizetti, promettendo che ne avrebbe fornito la prova, se fosse vissuto abbastanza per farlo). Un’operazione volta a impreziosire l’ascendenza del repertorio partenopeo e, soprattutto, a restituire dignità alla canzone “in cerca d’autore”. Di Giacomo fonda infatti questo suo intento sulla convinzione che il popolo non possa creare ma solo imitare: la canzone, dunque, non è un prodotto di matrice popolare, ma ha sempre un’origine colta. Pertanto l’operazione di “maquillage” narrativo da lui costruita ha lo scopo di legittimare la canzone con una paternità nobilitante. Nasce da qui il tentativo, ripetuto per altri casi (come in quello, già citato, di Michelemmà), di dotare le canzoni napoletane di un racconto credibile e affascinante sulla loro origine. Altrettanto interessante, in ottica geografica, è la scrittura paesaggistica di Di Giacomo, visibile in diversi suoi testi poetici, di poi musicati, esplicativi del legame tra poesia, musica e pittura. Un esempio è costituito dai testi di Luna nova e Marechiaro, le cui musiche (composte, rispettivamente, da Mario Costa e Francesco Paolo Tosti) seguono puntualmente lo sviluppo della tensione semantica del testo poetico.
Al di là dei singoli autori, tuttavia, un ruolo fondamentale per la diffusione della canzone napoletana nel mondo è stato svolto anche dai cosiddetti “posteggiatori”, suonatori ambulanti, talora di pregio, che alla fine del XIX secolo, «attingevano il loro repertorio tanto dalla tradizione popolare che da quella semicolta; quelli successivi, invece, con la nascita della canzone napoletana d’autore, spostarono il proprio interesse su quest’ultima, la cui diffusione prendeva già la forma di un mercato specifico» (Scialò, 1995[b], pp. 191-192).
I posteggiatori, suonando in situazioni “itineranti”, presso ristoranti e ritrovi pubblici della città di Napoli, pubblicizzano le canzoni (accreditandone, tra l’altro, la matrice popolare) al cospetto di turisti e visitatori, soprattutto stranieri. Inoltre, nel corso del XIX secolo, essi stessi iniziano a viaggiare, spostandosi in altri paesi, come l’Inghilterra. In tal modo questi artisti sconosciuti contribuiscono alla diffusione del repertorio della canzone napoletana tout court, pur diventando spesso oggetto di grande vigilanza da parte delle forze di polizia dei paesi stranieri, giacché, quali ambulanti senza fissa dimora, sono facilmente sospettati di essere dei malfattori o – peggio ancora – delle spie: i testi delle loro canzoni sono infatti visti con sospetto, quali possibili veicoli di messaggi in codice, tanto più perché gli ambulanti comunicano tra loro in un gergo specifico, la parlesia, rimasto segreto almeno fino agli anni ’50 del Novecento (Greco, 1997, p. 46).


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[1] Secondo Vincenzo Vitale (1988, p. 10) Di Giacomo è stato «l’incarnazione, la ‘summa’ delle peculiarità artistiche e culturali partenopee. Poeta, narratore, drammaturgo, saggista, ma anche musicista ‘in nuce’ inserito nel processo di simbiosi che assorbe le varie sfaccettature d’una poliedrica personalità. Di fronte alla variegata figura artistica di Salvatore Di Giacomo le definizioni rischiano di annebbiare, piuttosto che chiarire, i vari aspetti del prodursi e dell’aggregarsi di elementi che solo in superficie si presentano come dissociate membra di quella inscindibile personalità in cui si configura il personaggio».
 

Informazioni sull'Autore

Ricercatore Università degli Studi di Salerno

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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