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La Geografia nella canzone napoletana. Musica e territorio fra storia, memoria e innovazione / 6

La Geografia nella canzone napoletana. Musica e territorio fra storia, memoria e innovazione / 6
di Silvia Siniscalchi

L’ Orchestra di piazza Vittorio: un esperimento musicale multiculturale

Il fenomeno dei migranti è uno dei problemi principali del nostro secolo e pone l’Italia al cospetto di una questione rovesciata, essendo il nostro paese divenuto, negli ultimi anni, meta di immigrazione e non più territorio di emigrazione. La presenza di migranti provenienti da paesi africani, nord-africani e mediorientali, nonché dell’est europeo e dall’estremo oriente, impone dunque la messa a punto di nuovi strumenti e condizioni per la messa a punto di una nuova cultura, fondata sulla messa insieme di espressioni culturali e linguistiche differenti.
La musica, nella fattispecie quella partenopea, si è mossa in tale direzione già da parecchio tempo, precorrendo i tempi della storia e della politica, e costruendo nuove modalità espressive fondate su uno stile “contaminato”. Nonostante la problematicità del termine, il suo significato è legato all’incontro costruttivo tra culture diverse, che puntino a realizzare una modalità espressiva nuova e capace di comprendere le caratteristiche di entrambe[1].
I protagonisti della musica partenopea degli ultimi anni, attori di profonde innovazioni del linguaggio sonoro musicale e dialettale, con sonorità ibride e atmosfere “underground”, pur rivelando la propria appartenenza al contesto culturale d’origine, hanno risolutamente imboccato la strada della musica contaminata. Dalle geniali e innovative mescolanze musicali, ritmiche e linguistiche di Pino Daniele alla musica degli Almamegretta, impregnata di influenze provenienti da ogni angolo del mondo e tradotte con naturalezza nel dialetto partenopeo (che si trasforma così in linguaggio universale), al “raggamuffin rap dei Novantanove Posse – per fare qualche esempio – il panorama musicale partenopeo presenta delle proposte artistiche assolutamente originali al cospetto delle nuove sfide della globalizzazione e di un mondo che vorrebbe marciare compatto verso l’omogeneizzazione di culture e stili di vita.


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[1] «La problematicità di questo termine emerge innanzitutto dalla sua poli-semanticità. Può assumere infatti almeno tre significati, come scrive Scialò (2010, p. 329): «il primo, piuttosto negativo, è da intendersi come qualcosa che insozza ciò con cui viene a contatto. Contaminare, in tal senso, assume il significato di inquinare […] Un’altra accezione del termine, anch’essa ancora negativa, sposta l’osservazione dal piano fisico a quello morale: così diciamo che una persona, una religione, un campo di attività può essere contaminato. C’è poi una terza accezione, questa volta non connotata negativamente, che si riferisce ad un processo in cui più elementi possono fondersi in un unico corpo. In tal caso si ha contaminazione quando un linguaggio musicale incontra, si scambia, si scontra, dialoga, con un altro di matrice diversa. Un esempio emblematico in tal senso si ha nei processi di emigrazione. Chiara la contaminazione: una cultura incontra un’altra, attivando un processo che in antropologia viene denominato di “acculturazione”» (Scialò, 2010, p. 329).

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Ricercatore Università degli Studi di Salerno

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