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La Geografia nella canzone napoletana. Musica e territorio fra storia, memoria e innovazione / 7

La Geografia nella canzone napoletana. Musica e territorio fra storia, memoria e innovazione / 7
di Silvia Siniscalchi

Nell’ambito delle iniziative musicali, un ruolo più marcatamente sociale è svolto da gruppi musicali nati con finalità “extra”, che considerano cioè la musica un potente strumento di aggregazione e di superamento delle barriere di ogni tipo. Uno dei più famosi esempi in tal senso è certamente El Sistema, una rete d’istruzione musicale che riunisce in 180 orchestre 350.000 bambini e ragazzi provenienti dai barrios più poveri del Venezuela (spesso con disabilità fisiche o psichiche) fondata su un modello didattico musicale ideato e promosso da José Antonio Abreu. Al “sistema” venezuelano si è direttamente collegato quello napoletano, con la nascita dell’Orchestra sinfonica dei Quartieri Spagnoli di Napoli, su iniziativa di Enzo De Paola, fondata appunto sull’idea di organizzare sistematicamente l’educazione musicale e promuovere la pratica collettiva della musica attraverso orchestre sinfoniche e cori come mezzo di organizzazione e sviluppo della comunità (http://www.osqs.it/).
In tale contesto si inserisce anche l’orchestra di Piazza Vittorio, un esperimento multiculturale e multietnico di integrazione all’insegna della musica avviato a Roma nel 2002, da un’idea di Mario Tronco, componente della Piccola Orchestra Avion Travel, e del documentarista Agostino Ferrente. Come gli stessi protagonisti raccontano in un film-documentario vincitore di diversi premi[1], l’iniziativa ha inizio in Piazza Vittorio, cuore dello storico rione umbertino, l’Esquilino, noto per essere il più multietnico della capitale, dove nel bene o nel male convivono più di sessanta etnie diverse e dove ironicamente si dice che gli italiani sono diventati una “minoranza etnica”. Cuore dell’iniziativa è un’Associazione detta Apollo 11, nata al fine di evitare che il vecchio e decadente cinema del quartiere (Apollo 11) divenisse sede di un’ennesima sala Bingo, e che punta perciò a trasformarne il locale in un luogo di incontro e di conoscenza tra le tante etnie presenti nel quartiere. Di qui l’idea di dar vita a un’orchestra internazionale, capace di accogliere e amalgamare i suoni di molteplici e diverse culture musicali.
Il film-documentario mostra i faticosi passaggi con cui i promotori dell’iniziativa avviano la propria ricerca, tra immigrati che vivono di espedienti e utilizzano strumenti e note musicali come mezzo di sopravvivenza. Tra difficoltà e resistenze di ogni tipo, si susseguono gli incontri e si affinano i sistemi comunicativi fra il team di Tronco e i musicisti stranieri, fino a quando il sogno, all’apparenza impossibile, diventa realtà (Iacono, p. 314).
Come lo stesso Tronco ha raccontato nel corso di una master class svoltasi al Teatro Pasolini di Salerno il 14 maggio 2016, nell’ambito delle attività del Master per esperto in Canzone e lingua napoletana, l’impresa si è avviata in maniera rocambolesca e con una buona dose di rischio e incoscienza da parte dei promotori. Il documentario, infatti, racconta di una piccola “truffa” iniziale, giacché l’associazione riesce a ottenere un finanziamento da una imprenditrice francese che crede nel progetto, pensando però che l’orchestra sia già esistente, laddove tutto era ancora da fare.
Oggi, dopo 14 anni, l’orchestra, composta da 21 musicisti, esiste ancora ed è attiva in contesti prestigiosi e internazionali. Tronco sottolinea come la sua nascita sia stata promossa per iniziativa degli abitanti del quartiere Esquilino, ossia di insegnanti, operai, impiegati, e non solo di un gruppo di musicisti. Il nome dell’orchestra è per l’appunto un modo per manifestare l’integrità delle persone che vivono nel quartiere e l’amore di Tronco per piazza Vittorio, dove nei primi anni duemila si era trasferito a vivere con sua moglie.
L’aspetto del progetto che in principio lo terrorizzava maggiormente è consistito nel timore di mettere in piedi un’iniziativa puramente simbolica, speculando sul disagio sociale a scopi politici, senza poi ottenere alcun risultato sensato dal punto di vista musicale. Non è stato così, per fortuna, e il senso musicale del progetto si è rafforzato con il passare del tempo e con la maggiore conoscenza reciproca tra i musicisti. Il che conferma, secondo Tronco, che l’ultima vera rivoluzione musicale del nostro tempo sia consistita nel passaggio dalle monoculture musicali alle culture meticce. Un percorso iniziato negli USA, grazie alle influenze delle tradizioni musicali degli schiavi neri, e che ha dato vita al blues, ma che in Europa deve ancora dare i suoi frutti. Quando gli immigrati arrivano in un paese straniero, infatti, portano con sé un baglio di conoscenze e tradizioni, ma sono costretti a modificarli progressivamente, dovendosi adeguare al nuovo contesto. È così che le loro conoscenze si trasformano, dando origine a una cultura diversa, nella quale rientra anche il loro modo di fare musica.


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[1] Cfr. L’orchestra di Piazza Vittorio, un film-documentario di Agostino Ferrente del 2006, vincitore di diversi premi come il Nastro d’Argento e il Globo d’Oro, come miglior documentario, nel 2007.

Informazioni sull'Autore

Ricercatore Università degli Studi di Salerno

Numero di voci : 111

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