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La Geografia nella canzone napoletana. Musica e territorio fra storia, memoria e innovazione / 8

La Geografia nella canzone napoletana. Musica e territorio fra storia, memoria e innovazione / 8
di Silvia Siniscalchi

Il problema di affrontare matrici e sistemi sonori dissimili, certo esiste, ma si risolve con la frequentazione e la pratica del suonare insieme: proprio per questo l’orchestra si è trasformata in un laboratorio musicale, dove i musicisti sono diventati autori, collaborando agli arrangiamenti ed elaborando un sistema di lavoro comune, che ovviamente ha richiesto del tempo. Un esempio degli obiettivi raggiunti sinora è stata la messa a punto dell’esecuzione del Flauto Magico di Mozart, reinterpretato e rivisitato dall’orchestra, su proposta di Daniele Abbado.
Si è trattato di un’esperienza costruttiva, che ha dato nuova linfa e nuovi stimoli all’orchestra, evitando che potesse rinchiudersi in una sorta di gabbia ideologico-musicale. Tronco ha pensato di lavorare sul Flauto Magico immaginandolo come una favola tramandata oralmente in tutti i paesi africani. Giacché l’orchestra è composta da musicisti professionisti e altri che suonano ad orecchio, la musica di Mozart è stata fischiettata a chi non poteva leggere lo spartito. In alcuni casi la ripetizione del motivo orecchiato è risultata variata, ma le variazioni sono state registrate e trasformate in partitura, proprio per lasciare intatta la rielaborazione dei musicisti. L’aria di Papageno è così diventata un reggae, preceduta da un flauto che, sempre nella ricostruzione di Tronco, rievocava appunto la favola africana.
Secondo Scialò questa è una delle interpretazioni più autenticamente mozartiane del Flauto Magico, perché molto vicina all’autentico spirito di Mozart, curioso sperimentatore di soluzioni musicali innovative ed “esotiche”. L’intuizione è avvalorata dal fatto che, come Tronco racconta, alcuni ragazzi della borgata romana hanno apprezzato questa singolare esecuzione del Flauto Magico, proprio perché vivace e attuale, nella sua originalità. La scelta dei personaggi, poi, è stata determinata dalle peculiarità dei singoli musicisti che, anche dal punto di vista delle attitudini personali, potevano meglio rappresentare il dato caratteriale del personaggio del libretto originale. L’unica variazione rispetto a quest’ultimo è consistita nell’avere ribaltato la figura della donna, che nell’originale è alquanto mortificata.
Esiste poi una connessione singolare tra l’esecuzione del Flauto magico nell’interpretazione dell’Orchestra di Piazza Vittorio e la musica napoletana. Tronco proviene da una famiglia di musicisti del Casertano, suo zio suonava ai matrimoni, e la formazione ricevuta in casa lo ha sempre aiutato nel lavoro. È così che l’idea della sceneggiata lo ha aiutato e entrare in contatto con l’opera di Mozart: la scena clou della Regina della notte è stata da lui rivisitata come la scena madre della sceneggiata per eccellenza, ossia “Zappatore”, il cui tema iniziale compare nell’introduzione e nella conclusione della celebre aria mozartiana.
La Carmen di Bizet è un’altra importante opera con cui l’orchestra di Piazza Vittorio si è misurata, su commissione degli stessi imprenditori francesi che avevano in precedenza richiesto il Flauto magico. La Carmen si è rivelata un’opera molto vicina all’Orchestra, grazie alla sua matrice musicale di origine popolare e gitana. Per iniziare a pensare alla Carmen in termini più “familiari” per i musicisti dell’Orchestra di Piazza Vittorio, Tronco l’ha intesa come la riproduzione del viaggio compiuto dai gitani provenienti dal Rajasthan più di 1200 anni fa. Un viaggio che ha coinvolto un gruppo limitato di persone che però, toccando una quantità di luoghi diversi, ne hanno condizionato le culture, assorbendone a propria volta gli elementi, che hanno poi portato con sé.
La Carmen è diventata così il racconto di questo lungo viaggio attraverso l’est europeo, la Spagna, il Marocco, fino alle mura di Siviglia, nei cui pressi i gitani prendono posto, mentre in una delle carovane si verifica la tragedia. Dietro alle mura della città c’è un una sorta di coro greco che assiste agli eventi, senza potere però modificarli. Eseguita alle Terme di Caracalla e vista da Mario Martone, la Carmen è stata riproposta a teatro, in una versione ridotta e recitata in napoletano. Ideandola come un atto unico di Viviani, Tronco ha immaginato che Bizet fosse stato a Napoli prima di scrivere la Carmen e che, avendo incontrato Viviani, ne fosse rimasto influenzato. La versione teatrale – che ha visto tra i protagonisti Enzo Moscato e Iaia Forte – si è rivelata un lavoro di teatro musicale integrale, con orchestrali-attori, nella costante interazione tra prosa e musica e il coinvolgimento diretto dei musicisti sul palco.
Ma a guidare l’intera operazione è stata infine l’idea che Carmen fosse Napoli, e che Napoli potesse parlare attraverso la musica.
Una Carmen fatta di rime e volgarità, ma estremamente poetica. Conformemente alla natura contraddittoria e duale della città partenopea.


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Informazioni sull'Autore

Ricercatore Università degli Studi di Salerno

Numero di voci : 111

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