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La grande eredità di Stephen Hawking

La grande eredità di Stephen Hawking
di Luigi Zampoli

Stephen Hawking, recentemente scomparso, ha lasciato un’eredità scientifica, ma anche spirituale e morale che merita di essere ricordata e trasmessa alle giovani generazioni e, soprattutto, a tutte quelle persone che devono convivere con gravi impedimenti e limitazioni psicofisiche.
Volendo andare oltre, ci sono nella narrazione e nella divulgazione pubblica di Hawking degli stimoli che possono essere raccolti da chiunque viva una condizione di difficoltà, anche temporanea, magari di natura sociale o esistenziale.
La depressione, la negatività, lo smarrimento soffocante trovano un’inquietante traduzione nell’esistenza dei buchi neri, il dissolvimento della materia che rappresenta una fine ineluttabile, ma anche un passaggio verso una nuova dimensione; l’orizzonte fisico che possiamo osservare continua a spostarsi, si allontana all’avvicinarsi dell’osservatore, eppure non c’è evento della nostra vita che non possa essere oltrepassato.
La vita di Hawking era fondata proprio sul costante sforzo di andare oltre, verso l’orizzonte degli eventi, non nel senso immaginifico, donchisciottesco, dell’espressione, bensì pensandolo come limite da superare con la ricerca e la conoscenza. Una prospettiva che avvicina Hawking a Giordano Bruno più che a Cervantes, Ionesco, Kafka.
Una grande fonte d’ispirazione per chi vive momenti difficili: era anche e soprattutto questo Stephen Hawking. Aveva provato in prima persona il senso d’impotenza di fronte all’ineluttabilità di una patologia, la sclerosi laterale amiotrofica, diagnosticatagli a soli ventuno anni, con la prospettiva di una vita breve. Era probabilmente finito a sua volta in un buco nero esistenziale, reagendo con la risorsa più potente che la natura gli aveva donato: un intelletto che non conosceva confini.
Il giovane Hawking avrà riflettuto chissà quante volte per capire che i suoi studi sulle particelle della materia erano anche un monito per chi, come lui, viveva quella condizione di prigionia degenerativa alla stregua di un condannato che si vede schiacciato, giorno dopo giorno, nella morsa di una cella sempre più angusta.
Basta però che una piccolissima quantità d’energia esca fuori, liberandosi nell’universo, per ridurre l’energia di un buco nero; l’astrofisico britannico, una volta, in un incontro con il pubblico, descrisse con queste considerazioni il parallelismo tra le sue ricerche scientifiche e la patologia della depressione: “I buchi neri non sono neri come li abbiamo dipinti. Non sono le prigioni eterne che un tempo pensavamo fossero. Si può uscire da un buco nero, anche verso un altro universo. Quindi se vi sentite intrappolati in un buco nero, non mollate, c’è sempre una via di uscita”.
La sua storia è dunque anche la narrazione di una lotta. Hawking è stato il ricercatore che, con l’osservazione continua, ha trasformato e fatto propria la cosa osservata, un esempio che ha ispirato e continua a sostenere la vita di tutte quelle persone che soffrono di malattie neurovegetative, costrette a vivere in un corpo diventato gabbia.
Ci sono, poi, altre costrizioni, sociali, culturali, mentali: sono le peggiori, perché si trasformano in labirinti invisibili che ci inducono ad apatia e immobilismo; la vita dello scienziato di Oxford è dedicata anche a chi si batte per aprire queste “gabbie”.
Non si tratta di mera sopravvivenza, ma di trascendere, con opere e azioni, il corpo in questa vita e liberare la mente e lo spirito, cercando e trovando una via d’uscita da ogni afflizione possibile. Questo è il messaggio più importante della straordinaria vicenda umana di Stephen Hawking.

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