1. La guerra interminabile

Da oggi, ogni lunedì, su IConfronti la rubrica “Il silenzio di Petrarca” di Rino Mele, presidente di Exmachina, Fondazione di poesia e storia
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di Rino Mele

Il primo verso del “Canzoniere” è già una richiesta ai lettori, “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”. Tra il punto di partenza e quello d’arrivo del sonetto, Petrarca traccia una linea retta: colui che parla e chi – leggendo – ascolta sono di fronte e sanno che questa condizione durerà lungo tutto il viaggio nel labirinto delle strofe. Difficile dire quale sia il significato di “suono”: è l’affanno che si ascolta nella sua musicale insistenza o l’astratta pietà che il verso nasconde, e di cui s’addolora? Questo primo sonetto è conosciutissimo, antologizzato nella seriale esposizione che i libri scolastici usano fare. Nell’ultimo verso, il quattordicesimo (“il conoscer chiaramente / che quanto piace al mondo è breve sogno”), Petrarca mette in scena l’urlo immane della fine, la morte che tira il sipario (s’apre e chiude nello stesso tempo) e mostra un teschio, i capelli biondi, lo sguardo acuto come le ali di un piccolo falco fermo a mezz’aria. Lo sfondo storico, da cui Petrarca mai s’allontana nell’equilibrio estremo della scrittura, è drammaticamente confuso, violento, sulla sua superficie il rosso non è il colore dei tramonti ma del sangue: i Colonna e gli Orsini sempre in lotta ad azzannarsi, Cola di Rienzo che riesce a imprigionare i capi delle due fazioni, ne minaccia l’uccisione, poi lascia libere le belve, la sede papale tagliata a metà come una melagrana. Nella canzone CXXVIII, l’Italia è il nome amato: in quel nome appare un corpo seducente di donna, piagato (il “bel corpo” dice Petrarca e l’aggettivo si ripete, “belle contrade”, “la più bella parte”, ”bella lode”). C’è un verso (il 68) icastico come un pugnale, appuntito più di un oltraggio, epigrafe notturna al suo amore devastato per l’ansia che l’Italia trascina con sé come una veste consumata che non riesce a coprire l’invereconda nudità materna: “Peggio è lo strazio, al mio parer, che il danno”. La forza di questo verso mostra quanto l’aspra violenza della politica sia in Petrarca familiarmente vicina all’amorosa musica dei versi. È una lunga canzone politica, la CXXVIII, cui i fantasmi di guerra fanno da confine: piacque tanto a Machiavelli che di un suo verso (“Virtù contra furore / prenderà l’arme”) farà la chiusa del “Principe”. Iniziata con un richiamo filiale (“Italia mia”) che si conserva nei centoventidue versi, termina con ostinata speranza (“io vo gridando: Pace, pace, pace”). Intanto, il mondo s’è fatto piccolo, si può chiudere in una mano, è più facilmente percorribile di quanto fosse l’Italia ai tempi di Petrarca. Ma i volgari balli di guerra non hanno smesso il loro ritmo, l’ingiuria: ben sessanta Stati sono coinvolti in guerre, guerriglie, azioni aspre e violentissime in cui preciso obiettivo è uccidere il nemico.

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