La lettera / Signori presidenti di Provincia, onorate la democrazia

La lettera / Signori presidenti di Provincia, onorate la democrazia

Signori presidenti di Provincia,
la Campania doveva essere una regione “privilegiata” per l’alta concentrazione di voi parlamentari al vertice delle (“inutili”) Province. Invece, in queste ore – dopo mezza consiliatura che passerà alla storia come un periodo tra i più scoloriti della vicenda istituzionale campana, senza alcuna visibile traccia virtuosa lasciata nei palazzi da voi occupati e con molte inquietanti ombre sulle quali sono in corso delicate indagini della magistratura – gli elettori stanno assistendo alla indigesta farsa dell’espediente giuridico da selezionare e limare per consentirvi, alla fine, di “tornare” in Parlamento (in effetti non siete mai andati via da Roma), lasciando l’ente che presiedete nelle mani di un vostro fido vassallo e non al commissario, che garantirebbe invece la trasparenza e terzietà dell’istituzione, ma soprattutto la sua autonomia dai miasmi della politica spartitoria e vorace che i cittadini esausti continuano a subire.
Non vale entrare nel merito delle vostre risibili motivazioni personali, politiche e giuridiche, alle quali dimostrate di non credere nemmeno voi come emerge da qualche pallida ammissione. Aggiungeremmo l’onta del ridicolo a una vicenda già incommentabile per la intrinseca, gretta viltà di cui è portatrice e messaggera.
Vi invitiamo, però, ad una riflessione più profonda, leggendo questo breve brano che trascriviamo apposta per voi, qualora vogliate comprenderne il senso oltre che il valore: è tratto dalla prefazione di Gustavo Zagrebelsky al libro “L’interesse dei pochi, le ragioni dei molti / le letture di Biennale Democrazia” (Einaudi). Se trovate ostico il testo, non vi demoralizzate, ritentate… Talvolta la gradualità ricettiva è necessaria, soprattutto quando la formazione civica si rivolge a soggetti non proprio sensibili ai dettami della coscienza collettiva.

“… Diciamo così, a costo di cadere nell’enfasi: la democrazia vuole potenti gli inermi e inermi i potenti; vuole forti i giusti e giusti i forti. È per questo che i suoi nemici mortali sono le concentrazioni oligarchiche del potere. Contro le concentrazioni ireniche della democrazia, non possiamo pensare ch’essa sia il regime che definitivamente pone fine ai conflitti, eliminandone le cause. Il suo tempo non è quello in cui tutto è pacificato. Non è il regno dell’armonia, della giustizia e della concordia. È illusione che sia il luogo ove “il lupo dimorerà con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme, il lattante si trastullerà sulla buca della vipera” (Isaia, II, 1-9). Questo sarà, se mai sarà, il tempo messianico. Finché ci sarà politica, ci saranno conflitto, ingiustizia e discordia. La questione non è come eliminarli, ma come affrontarli. La democrazia offre una prospettiva civile e non violenta di confronto tra parti, secondo regole imparziali che escludono l’uso della forza. Il nostro è il tempo in cui gli essere umani hanno acquisito l’idea della loro originaria uguale libertà e dignità. Questo dato di psicologia sociale, questa auto-rappresentazione consapevole o, ancor più significativamente, inconsapevole è la premessa più forte di ogni concezione e azione politica legittima. Le gerarchie sociali, le ingiustizie, le sopraffazioni e le esclusioni dai beni della vita non sono più concepibili come dati della natura. Sono arbitri degli uomini. La natura deve essere supportata, gli arbitri no. Le contraddizioni sono destinate, presto o tardi, a manifestarsi con forza proporzionale alla loro insopportabilità rispetto a quel dato di autocoscienza. La questione è se ciò sarà secondo le regole civilizzate della democrazia, oppure se sarà nello scatenamento della violenza giustiziera. Tertium non datur. Questo è l’impegnativo dilemma che deve essere tenuto presente quando trattiamo della democrazia: impegnativo tanto per la teoria che per la pratica politica”.

Le parole del professor Zagrebelsky, insigne giurista e profondo intellettuale, non lasciano scampo. Gli arbitri non sono più tollerati e, in agguato, c’è lo scatenamento della violenza giustiziera se non saremo capaci, attraverso le regole civilizzate della democrazia, di dar voce a quanti oggi subiscono condizioni di minorità e di svantaggio.
Pensiamoci, pensateci e mollate l’inutile presa del possesso istituzionale. Non serve a nulla e a nessuno né tantomeno a voi.

il corsivista

redazioneIconfronti

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