La Lettura / Arriva la primavera, addio cieli grigi

La Lettura / Arriva la primavera, addio cieli grigi
Lo scrittore Carmine Manzi
Lo scrittore Carmine Manzi

La lettura domenicale di oggi è uno scritto di Carmine Manzi, poeta, scrittore e promotore, per decenni, di importanti iniziative culturali promosse con l’Accademia di Paestum da lui fondata nel dopoguerra grazie ad un’idea condivisa da Giulio Andreotti, Gaetano Quagliariello, Pietro Sfair e Vittorio Emanuele Orlando. Carmine Manzi è scomparso due anni fa a 92 anni (il prossimo 3 aprile ricorrerà il secondo anniversario della morte) e la Valle dell’Irno, dove egli rivestì anche ruoli pubblici come sindaco di Mercato San Severino e difensore civico, lo ricorda con grande rimpianto e affetto. Per gentile concessione dei familiari, pubblichiamo questo testo inedito, che è un saluto alla primavera, un inno alla vita e alla speranza, nel quale la fiducia in un domani migliore si esprime attraverso il linguaggio della natura, nelle dolci note di un risveglio che è stato per secoli fonte di ispirazione dei poeti e degli scrittori. Manzi, nel suo scritto, ricorda illustri letterati che furono rapiti “da fiori ed erbe che sbocciano tra i rovi” e colsero con commozione “i palpiti d’eterno” che sono nascosti nelle cose. Giovedì prossimo, il quotidiano Le Cronache del Salernitano, per un omaggio al poeta Manzi, offrirà gratuitamente ai lettori di Cava de’ Tirreni e della Valle dell’Irno uno suoi dei recenti libri di poesie, “Non finisce oggi il giorno” (L’Ippogrifo), che vide la luce poco prima della scomparsa dell’autore.

di Carmine Manzi

È con che ansia non si aspetta la primavera!
Ci pare di intravederla tra i rami spogli del pesco che intristisce nel giardino, fin dal primo sole di gennaio e, quando i campi sono bianchi di neve, il nostro sguardo va al di là del sentiero ostruito al cammino, per rivedere, come in un sogno, le prime viole e i primi rami di biancospino.
Si desidera il sole come un conforto, si aspetta la primavera come una liberazione. C’è in noi qualche cosa che freme, che ferve, che geme e in noi e nella terra che avida attende di espandersi in germogli, dopo il lungo letargo, compare la stessa ansia, un identico desiderio di vita e di sole. Si aspetta di rinascere, come dopo una patita sofferenza si grida e si esulta, per il rinnovamento delle forze che avvertiamo dentro. Ma in questo prorompere della natura al nuovo sole, in questa rinascita di tutte le cose, per cui anche tra i rovi sbocciano le erbe ed i fiori e l’acqua riappare ad ogni rivo e ritornano le rondini ai tetti per fare il loro nido, in questa rinascita è anche il segno della nostra resurrezione. Si rinnovano in noi la speranza e la fede, che credevamo sfiorite nel tempo, risorgono gli entusiasmi, si ridesta la nostra anima ai nuovi canti d’amore e di esultanza.
La primavera porta con sé questo rinnovo di vita, rinverdisce e rianima, scuote ed infiamma… e tornano i canti a diffondersi per le valli e tornano a sera dai mille tabernacoli a diffondersi nel cielo voci di preghiera. Un’eco di campane a festa che si rincorre per le strade del villaggio, che si innalza con la stessa maestà con cui si elevano dal turibolo le spire dell’incenso e si perdono dove anche le stelle che trapuntano di oro l’azzurro si uniscono al canto della terra.
In mezzo a tanto tripudio di verde e di fiori – le palme diventano d’argento sotto il sole e si infiorano di violacciocche le mura dei castelli e i campanili delle chiese – un grande momento di gioia ma anche di riflessione per tutto ciò che avviene e si rinnova ogni giorno intorno a noi è rappresentato dalla Pasqua, perché non c’è primavera che non si annunzi con la Pasqua e non c’è Pasqua che non tragga dalla primavera l’origine del suo percorso attraverso il cammino dei secoli.
Ed una prima riflessione ci viene suggerita da Enrico Medi, uno dei pochi che seppe così bene coniugare i valori della scienza con quelli della vita: “Quando il seme di grano fa nascere il cotiledone a primavera, quando canta tutto il fiorire che noi chiamiamo vita, è l’opera della creazione di Dio che continua secondo le sue leggi, secondo la sua strada”. Era il giorno di Pasqua quando il Pascoli compose una delle sue poesie più famose, “Valentino”. Gian Miròla ricorda nelle sue memorie che il sole era meraviglioso e che le campane della chiesetta di San Niccolò pareva che avessero un suono più armonioso del solito e che ad esse facessero eco quelle di Barga, di Albiano e di San Pietro in Campo.
Si è da sempre considerata la Pasqua come “il capolavoro dell’amore di Dio verso di noi”: e la nostra letteratura è piena di evocazioni in cui si coglie questo palpito dell’Eterno, in correlazione con il risveglio della natura e con il ritorno della primavera. Racconta Enrico Nencioni dei tempi di Pasqua, dell’addio ai cieli grigi e pesanti che gravavano sull’animo come coperchi di sepolcro e di un certo fremito giovanile che corre per tutta la terra e di giunchiglie che piegano sul gracile stelo il loro calice velato, perché “in ogni albero canta un nido, in ogni cuore risuscita una speranza”. E del Sabato Santo parla con un senso di profonda partecipazione G. Titta Rosa, di quest’aria ovattata di respiri nell’attesa dello sciogliersi delle campane; che faceva pensosi i vecchi che si riscaldavano al sole, appoggiati ai muri delle case e degli orti. Una grande festa di cui, purtroppo, si fa sempre più evanescente il ricordo, il Gloria che esplodeva nel silenzio, le campane che si chiamavano e rispondevano dai paesi intorno (“e la loro voce corre sul vento della primavera come un fiume di suono”), e gli uomini che a quel suono si levavano il cappello e restavano immoti (“chi va per le strade si ferma, le donne si inginocchiano, i vecchi guardano il cielo con viso allegro”).
Oggi che il cemento ha lastricato le strade e ha distrutto le siepi – anche le viole sono quasi scomparse, così come le rondini abituate a fare dimora negli embrici bassi dei casolari – il clima pasquale non è più quello caldo dei tempi lontani, carico anche di essenze e di profumi campestri. E sono cambiate le usanze, diversi i modi di celebrare la festa, sono cambiati i riti della Settimana Santa e distribuiti in maniera diversa. Però alcune tradizioni ancora resistono, ci sono luoghi della Sicilia, dell’Abruzzo e dell’Umbria dove si cantano ancora i “Rosari della Passione” e a Firenze ancora si costuma l’accensione del carro dinanzi alla chiesa di Santa Maria del Fiore. Fanno invece certamente parte dei luoghi della memoria i tempi in cui per il Giovedì Santo ci si vestiva a lutto, erano chiusi i teatri e i negozi, non circolavano le carrozze e, per evitare ogni minimo rumore, non solo si rendevano mute le campane ma si ovattavano finanche i campanelli alle porte di casa.
Bei tempi, però, che ti mettono la curiosità di leggere nei libri di allora scrittori come Yorick, come Angiolo Silvio Novaro, per i quali la Pasqua era folclore e tradizioni, un momento di grande poesia (“Le campane hanno spezzato le funi e suonano a distesa e a gran voce. La terra è sposata al cielo e celebra le sue nozze. Terra e cielo una creatura sola. Uomo e Dio una vita e un’anima sola”). E come dimenticare la processione dei Misteri che si teneva a Trapani il Venerdì Santo, famosa non soltanto in tutta la Sicilia e, fin dal XVIII secolo, legata al nome di “insuperabili intagliatori” come il Pisciotta, il Nolfo, il Tartaglia, il Ciotta, il Millanti! Durava per gran parte della notte ed era preceduta da un centurione romano su di un bianco cavallo bardato: un connubio mirabile di fede, arte, tradizioni, che esercita ancora oggi una grande seduzione già solo al ricordo.
La Pasqua potrebbe condurre ad una profonda meditazione sul tempo che vola, come dice il Petrarca, e nel quale “a niuno è dato di sostare alcun poco, o rallentare il passo, ma tutti vanno sospinti da forza uguale”, ma il risveglio della Natura è così un prepotente grido per cui si ha proprio l’impressione che tutto risorga dentro di noi ed intorno a noi. I sogni che sembrava fossero destinati a restare sepolti per sempre sotto la coltre delle lunghe notti d’inverno, ecco che riaffiorano anch’essi ad uno ad uno, come tra i rovi le ciocche del biancospino, si rivestono di verde, mettono i fiori. D’altra parte, lo dice Smiles, grande moralista inglese, non sarebbe veramente vita, o perlomeno non sarebbe vita umana, un’esistenza tutto splendore senz’ombra, tutta felicità senza dolore, tutta piacere senza pena. La Pasqua è un invito ad avere fiducia e speranza: saper attendere e far festa quando il sole ritorna, perché quello è il segno che il miracolo di Dio si rinnova.

(I Confronti – Le Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

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