La lettura / Questi nostri sindaci dall’ego forte

La lettura / Questi nostri sindaci dall’ego forte
di Luigi Rossi

Vincenzo-De-Luca1Il primo da pochi giorni ha subito l’affronto di dover consegnare la fascia tricolore perché condannato da ex colleghi contribuendo così alla ulteriore caduta d’immagine di una città sconquassata dalla crisi etica, oltre che socio-economica. Il secondo è un abile censore che, parlando a dei ragazzi, dopo essersi auto-dichiarato filosofo, di recente ha profetizzato che sarà ricordato religiosamente “come il presidente coreano, eterno”! Richiamare un noto dittatore? Che sia un lapsus freudiano? Intanto egli promuove la rivoluzione della dignità ricordando che “Le istituzioni non sono il bancomat privato di politici interessati a durare”. Il terzo pretende di operare per il bene comune in un paese in precipitosa crisi d’identità perché, più che vivere da protagonista dinamiche proprie di un’area per la quale si fregia del titolo di capoluogo, soggiace a situazioni parassitarie che hanno ormai raggiunto livelli di guardia.

Cosa li accomuna? Certamente non i convincimenti ideologici. Infatti, uno si è segnalato per orientamenti radicali, sui quali ha fondato il proprio successo elettorale. L’altro, di formazione cripto-stalinista, non esita a cavalcare il populismo di destra pur di mantenere amalgamato il consenso in un contesto soltanto demograficamente urbano, ma in termini di operatività e di persistenze socio-culturali ancora un agglomerato di stampo borghese. Il terzo non ha mai fatto mistero delle sue preferenze per un tipo di cattolicesimo integralista, che predilige la retorica del buonismo ad una presenza incisiva nel quotidiano della sua comunità.

Ciò nonostante, un dato li accomuna ed è il loro EGO, talmente forte ed invadente che essi stessi non si rendono conto, a dispetto delle apparenti buone intenzioni, di non riuscire a svolgere in modo adeguato la funzione per la quale sono stati eletti. Si sottolinea il termine “eletti” e non “scelti” per richiamare le note tesi del politologo Mosca sull’argomento!

La loro esperienza nei fatti si colloca agli antipodi rispetto al significato della parola “sindaco”, dal tardo latino “syndicus” e dal greco “sundikos” formato dai termini “sun” (con) e “dike” (giustizia). Il lemma indica la funzione di patrocinatore. Come è noto, la preposizione “sun” viene prevalentemente usata per riferirsi non al semplice accostamento fisico, ma per una relazione personale perché esprime la comunanza di chi opera insieme, partecipa alla stessa azione condividendo un comune destino e, perciò, si assiste ed aiuta a vicenda. “Dike” evoca ciò che è consueto, la regola che diventa giustizia. Secondo Omero esprime ciò che spetta, che tocca o cui si ha diritto, il giusto comportamento nei confronti di coloro ai quali va accordato il dovuto. Aristotele entra nel merito sottolineandone gli aspetti di mutualità e reciprocità; mentre col valore di diritto è introdotto nel linguaggio giuridico per designare processo, sentenza, esecuzione, pena, castigo. La virtù correlata, vale a  dire la “dicaiosyne”, ha un significato più ampio, riassumendo in sé tutte le altre qualità, in particolare il corretto compimento del proprio dovere all’interno della società, come precisa Platone, e si caratterizza sempre più come la virtù di chi si consacra al servizio di tutti. Guarda caso, veniva dai greci particolarmente apprezzata nei medici, nei giudici e nei filosofi dedicatisi all’assistenza dei bisognosi; agli antipodi, quindi, del significato del verbo “sindacare”, chiaramente dispregiativo per la predisposizione a dettare legge su qualcuno o a sentenziare su tutto.

Purtroppo l’elezione diretta dei sindaci ha prodotto potentati lobbistici all’ombra delle torri civiche per cui le forze politiche non controllano un’istituzione che, a volte, appare una monarchia totalitaria in salsa repubblicana. Sovente si nota una diffusa tentazione di accreditare nuove dinastie per le quali chi è fuori dalla loro logica di gestione diventa un nemico pericoloso da tenere a bada, se non da abbattere, anche a costo di appannare la trasparenza e ridicolizzare la libertà. Se si toglie all’altro la possibilità di dissentire, non lo si ascolta, ma gli si rivolgono solo epiteti offensivi, allora la comunità si arrocca per difendere quel poco che è rimasto minando, insieme alla politica, anche la questione etica.

In pratica, se anche appare legittimo voler lasciare memoria di sé per i secoli futuri, è pur vero che occorrerebbe porsi l’interrogativo sul tipo di traccia per essere ricordati come benefattori della comunità. Se, per esempio, ci si concentra sul cemento e sull’edificazione di case, ma intanto la città demograficamente decresce, non bisognerebbe interrogarsi sulla congruità della scelta rispetto ai legittimi interessi delle comunità amministrate e, magari, su cosa avverrà per il futuro in base alle più comuni leggi economiche e alla coerenza dei fatti? Se le risposte non sono plausibili, qualcuno potrebbe pensare che gli interessi perseguiti siano estranei al bene comune e, forse, la “cementite” risponde al perseguimento di altri scopi. A questo punto il rigore etico diventa evanescente e la coscienza civile, fatta fisarmonica, è pronta ad intonare il solito walzer.

Sempre per non rimanere nel vago, non sarebbe opportuno che un primo cittadino il quale ha a cuore il vero bene dei propri amministrati si chiedesse quanto possa ritornare a vantaggio di tutti sprecare milioni di euro, attingendo anche al bilancio già esausto di un comune prossimo al disastro, per il rifacimento di una piazza, obbedendo forse solo alla voglia di apporre la propria firma su un’opera costosa quanto inutile, dimenticando che le ragioni socio-economiche che ne decisero la costruzione sono ormai scomparse e non se ne intravede all’orizzonte la ripresa? È proprio fuor di luogo pensare che l’unico risultato sicuro è la più o meno grande visibilità di chi ne ha promosso e tenacemente perseguito la realizzazione? Proprio come, in altri luoghi, luci d’artista proiettano l’ombra di un ego gigantesco al quale fa eco quello del Masaniello emergente dal golfo di Partenope.

 

 

 

 

redazioneIconfronti