La lezione di Dario Fo

La lezione di Dario Fo
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Nel quinto secolo a.C, nell’Atene di Pericle, i greci inventarono la nostra tradizione teatrale. Dapprima, era bastata la voce solitaria dell’aedo a ricreare presso il pubblico immaginifiche epopee piene di eroi, divinità, luoghi esotici e favolose avventure. Da quel momento in poi nel nostro Occidente, all’orecchio si sostituirà l’occhio. Al suono persuasivo della voce subentrerà l’interesse per lo spettacolo. Uno spettacolo allestito nel cuore stesso della città per l’intera comunità. Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza di questa modifica così radicale che dalla narrazione epica condurrà alla rappresentazione di un dramma su di una scena pubblica. La radicalità di questa trasformazione renderà anche maggiormente evidente i caratteri che differenzieranno la nostra cultura da quella islamica, per fare un esempio. Tale differenza verrà ben evidenziata in uno straordinario quanto fantastico racconto di quel gran funambolo di Borges, La ricerca di Averroè. Qui, il medico e filosofo arabo alle prese con la traduzione della “Poetica”di Aristotele si trova a fare i conti con termini quali tragedia e commedia, di cui non riesce a coglierne la natura. Quello strumento ambiguo e complesso che è il teatro gli è completamente estraneo. E, addirittura, la mancata conoscenza del teatro non è percepita da Averroè come una mancanza dal momento in cui, “ (…) un solo narratore può riferire qualsiasi cosa, per complessa che sia”. La recente rilettura di questo racconto mi ha permesso di ripensare e riposizionare il grande e anomalo lavoro sul teatro di Dario Fo. A ben riflettere, quando nel lontano ’68, Dario Fo nel cercare di ri-trovare il senso della teatralità uscendo fuori dalle secche di un teatro ormai insopportabilmente “borghese”, non avrà come modello lo straniamento brechtiano allora di moda al Piccolo di Milano, ma guarderà proprio al mondo dei “giullari” medioevali, grandi affabulatori, sopravvissuti nella più sordida marginalità sopravvenuta alla disgregazione dell’antico sistema teatrale. La narrazione giullaresca si ripresenta così sulla scena contemporanea e diventa, grazie al suo enorme magistero, anche una specifica pratica attoriale. Un esercizio che recupera oltre alla corporeità dell’attore, uno spazio di relazione comunicativa elementare ed estremamente efficace. Un’epicità popolare e un impasto linguistico non scevro da sovrapposizioni di lacerti dall’avanspettacolo, dal varietà e dal cabaret. Una fabulazione laica e post-moderna che cita modelli eterogenei pur di raggiungere e stabilire un filo diretto con gli spettatori. Una grande lezione per i tanti attori-narratori che, successivamente, si sono succeduti sulle scene italiane in questi ultimi vent’anni.

redazioneIconfronti

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