La lezione di Francesca

La lezione di Francesca
di Luigi Rossi
La studentessa travolta e uccisa all'Università
La studentessa travolta e uccisa all’Università

Martedì l’aula magna dell’Ateneo di Salerno era gremita. Si celebrava la messa per la studentessa morta tragicamente la settimana prima. L’altare era sistemato su una cattedra, il podio trasformato in ambone; dominava il silenzio, che faceva corona alla famiglia chiusa nel composto dolore, dai volti sprigionava una coinvolgente dignità. Avevo di fronte centinaia di occhi inquisitori; tutti erano impegnati a porre domande all’azione liturgica al termine di un lungo viaggio interiore alla ricerca di risposte. In quel momento ho sentito la presenza di Gesù, pronto a prender per mano l’assemblea, Figlio essenziale del Padre, che a Natale diventa nostro simile, a Pasqua si manifesta nostro fratello necessario perché scioglie l’enigma del grido di Giobbe, il giusto impegnato a decifrare il mistero del male che gli strazia la vita perché patisce lo scandalo del dolore innocente. Anche a Gesù non rimane che sospirare il consummatum est, dopo aver invocato il Padre in un’ultima richiesta di aiuto, che percorre la storia per incrociarsi un mattino tragicamente con Francesca.

Con lei allora gridiamo: perché esiste la morte ingiusta ed incomprensibile? La risposta è nel Vangelo. Il dolore innocente trova senso grazie alla passione e alla croce sulla quale Gesù sperimenta l’angoscioso silenzio di Dio, confermando quanto la sofferenza sia scandalosa per la nostra sensibilità. L’apparente abbandono trova risposta dopo tre giorni con la Risurrezione, che segna la definitiva verità di un Dio vincente anche se non mutano i tratti della protesta. Da allora il giudizio definitivo è sempre in rapporto ai frutti che tale esperienza riesce a suscitare. Si tratta di entrare nel mistero della Croce per trovare risposte valide ad angosce che rimandano alla certezza di un amore che redime.

In Cristo crocifisso noi siamo salvati e su questa base poggia la trasfigurazione della sofferenza perché proprio la croce conferisce senso. Infatti, Gesù conosce personalmente ed impara a soffrire per redimere ogni pena, muore perdonando e si affida al Padre anche se sperimenta lo strazio di un supplizio ingiusto e violento che porta su di sé nel corpo risorto. Perciò il calvario non è l’ultima destinazione di Francesca, la Pasqua ha conferito significato salvifico anche al suo dolore innocente assunto da Dio, che si è identificato in lei.

Riflettevo su questi aspetti mentre ascoltavo l’omelia. Intanto incrociavo gli occhi dell’assemblea e mentalmente mi sono scoperto a pregare insieme ad una comunità in pianto. Con lei gridavo il perché di protesta per manifestare la mia compassione verso una famiglia in lutto, un paese in pianto, un ateneo incredulo per un fatto capitato e che conserva i connotati dell’assurdo. Anche io stavo chiedendo a Dio: dove eri quella mattina? Perché la morte ed in quel modo?

Certo non consola l’appello a metafore del tipo un viaggio senza ritorno per tutti incombe sull’uomo fragile come erba che secca, come fiore di campo che appassisce, inarrestabile come acqua versata, labile e fugace come un sogno, tenue come un sospiro, soffio che passa, un nulla. Ma la protesta gridata, condivisa, reiterata veramente fa star meglio? Aiuta a capire o allontana ancor più dalla verità? Come rispondere alle domande della mamma, del papà, del fratello, del fidanzato, degli amici tutti?

A noi la scelta: precipitare nel buco nero della disperazione di fronte al concreto schianto delle speranze umane perché legato al male che avvolge l’uomo e rende la morte ancora più tragica, l’esercizio filosofico non risponde al grido dell’uomo comune. Dio sembra assente, come lo è stato durante la passione: con l’approssimarsi del momento culminante Gesù lamenta l’abbandono. Ma nel grido misterioso, lacerante e sconvolgente vi è la forza di un rapporto, che non viene meno. Lo spirito emesso e donato diventa l’ultimo gesto d’amore, spacca la pietra dell’insensibilità, determina un terremoto interiore. L’animo umano, sepolcro ostile alla virtù e ricettacolo del male, si apre al bene che è in ognuno, miracolo operato dal Crocifisso.

Tutto ciò mi ha indotto a riflettere sulla Sindone, icona dell’oscuro Sabato Santo del nascondimento di Dio e della solitudine per l’uomo, segno su cui sono impresse ombre di sofferenza e di morte. Nel telo sindonico è stato avvolto un uomo abbandonato, solo, immobile, muto, impotente nella drammatica soggezione alla morte; ma continua ad essere il Maestro che esorta ad aprirsi al mistero e scoprire il messaggio di consolazione che trapassa il dramma della sconfitta perché sa andare oltre la morte. Specchio della condizione umana, l’icona accende la speranza e ricorda la fecondità dell’annullamento che salva, esperienza di sofferta impotenza in cui si esalta la misericordia di Dio, che vince gli ostacoli determinati dal peccato perché il suo amore è più forte.

Tutto ciò sgorga dalla contemplazione silenziosa del telo, mentre nel profondo del nostro essere sentiamo rivolgerci la domanda “chi dite che io sia?” La risposta definitiva conferisce a noi speranza e a Francesca la pace. Ella appare inerme, ma Cristo é nudo; tutto ha dato per redimerci. Francesca è fredda nella fissità della morte; ma in Cristo muto parlano le piaghe. Francesca, chiusa in una bara, non comunicherà più con noi; ma Cristo guarda a occhi chiusi dietro il lino che egli ha attraversato. Così ha accolto Francesca per farle godere l’abbraccio dell’amore trinitario.

La risurrezione per Francesca, come per la Maddalena, è un sentirsi chiamare per nome. L’evidenza del fatto è attestata dalla tomba vuota. Nessuno sa declamare il nome di una persona come il Risorto. Francesca ha risposto: Rabbuni: atto di fede testimoniato con le opere. Nel pronunziarlo ella è stata riconosciuta da Cristo. Ragazza aperta alla vita e alla speranza, con le mani tese all’abbraccio definitivo ha pronunciato il suo sì. Ora non le servono più gli occhi per riconoscere il Verbo che riscalda definitivamente il suo cuore. Francesca non è viva soltanto nel nostro ricordo o nell’affetto dolorante e doloroso dei familiari; mano nella mano il Buon Samaritano l’ha condotta nella locanda eterna, dove il Signore si prende personalmente e per sempre cura di lei.

Stavo ancora pensando a queste parole ed immaginavo la scena quando un applauso liberatorio mi ha scosso. Era l’assemblea che rispondeva alle parole di ringraziamento del padre di Francesca.

 

redazioneIconfronti

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