Mer. Lug 24th, 2019

I Confronti

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Cambiare tutto per non cambiare niente, immobili scenari del mondo

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Italia e Medio Oriente: la storia sembra ripetersi senza offrire ipotesi di svolte
di Silvia Siniscalchi

Risale a diversi giorni fa un interessante articolo di Vincenzo Piglionica (Il presidente Mursi e la “nuova Tahrir”) comparso nella sezione di geopolitica dell’enciclopedia Treccani online. L’articolo fa il punto sulle recenti contraddittorie vicende successive alla cacciata del presidente egiziano Hosni Mubarak e alla presa del potere dei “Fratelli Musulmani”, prima eroi dell’opposizione e oggi sempre più vicini a quegli stessi poteri forti contro cui sembravano schierati. Appaiono così alquanto confusi i risultati della cosiddetta “primavera araba”, di cui oggi non si sente quasi più parlare, nonostante solo pochi mesi fa si trovasse al centro dell’attenzione mediatica generale. Eppure si tratta di un movimento importante anche se appena iniziato, che potrebbe produrre importanti mutamenti negli equilibri geopolitici mondiali.
Nel caso dell’Italia, poi, l’impatto sarebbe certamente maggiore, considerata la sua prossimità geografica ai paesi mediorientali. Ciò nonostante la nostra “distrazione” nei confronti di queste vicende è quanto mai accentuata, sia per la predominanza su giornali e Televisione degli avvenimenti interni (cui si aggiunge ora l’immancabile Festival di Sanremo) sia – ammettiamolo – per una certa qual ignoranza collettiva a proposito della cultura e degli eventi del mondo arabo. Quest’ultimo è dai più ancora racchiuso in una banale visione panislamica e generalista che ne azzera le diversità, anche profonde. Ma questa idea è ormai definitivamente superata, almeno da quando, dopo la fine della guerra fredda e di certa geopolitica semplicistica e “nazional-popolare”, è venuta a mancare la possibilità di pensare il mondo secondo comode semplificazioni “liturgiche”, dividendolo tra buoni e cattivi (USA o URSS, a seconda dei punti di vista). È infatti evidente ormai come la realtà mediorientale sia oggi molto più articolata e complicata da interpretare, già a partire dalla denominazione stessa di “Medio Oriente”. Si tratta cioè di una regione geografica del tutto artificiale (creata dopo la caduta dell’Impero Ottomano e ulteriormente modificata all’indomani della seconda guerra mondiale), dai limiti mutevoli, suddivisi tra paesi africani e asiatici che si affacciano o gravitano sul Mediterraneo orientale e sul Golfo Persico e che persino la Farnesina, sul suo portale internet, evita di ritagliare con definitezza, ricorrendo a una bella immagine satellitare che nulla ci dice di preciso sull’esatto numero di stati che ne farebbero parte.
Probabilmente l’appartenenza all’area è determinata non tanto dalla collocazione geografico-fisica dei singoli stati, quanto dall’influenza che questi ultimi, anche se in misura diversa, hanno esercitato ed esercitano sugli equilibri politici ed economici dei paesi del mondo occidentale. Basti per esempio pensare che i territori di Siria, Iran e Iraq, attraversati dai collegamenti terrestri eurasiatici, rappresentano i naturali accessi al Mediterraneo di un immenso bacino energetico che si prolunga fino al Caucaso e all’Asia centrale.
Ma, al di là dell’interesse per le risorse energetiche, nel caso dell’Italia le vicende arabe diventano doppiamente rilevanti per alcune similitudini con quelle nostrane, come rivelano le dinamiche delle ultime elezioni parlamentari e presidenziali egiziane. Lo sottolinea il ricercatore e giornalista free lance Giuseppe Acconcia, autore del blog “Strade dell’est”, che vive da ormai diversi anni tra Egitto e Inghilterra e ha recentemente pubblicato il  libro “La Primavera egiziana” (Infinito Edizioni). Concepito attraverso un lungo viaggio in treno iniziato da Damasco (Siria) sino a Teheran (Iran), il libro racconta le ultime vicende egiziane, prima e dopo la rivoluzione contro l’ex presidente Mubarak, accelerata dalla caduta di Ben Alì in Tunisia: la genesi, l’esplosione, le manifestazioni di piazza Tahrir, le violenze, le dimissioni del presidente Hosni Mubarak, la presa del potere da parte del Consiglio supremo delle Forze armate, le elezioni parlamentari e presidenziali, con la vittoria dei Fratelli Musulmani, e le conseguenze immediate per il futuro dell’Egitto e del Medio Oriente.
Il futuro, per quanto riguarda queste ultime, non appare però molto roseo: attraverso nuove forme e con la complicità delle forze armate, nell’Egitto “liberato” si stanno riproducendo le medesime relazioni clientelari del passato, volte a bloccare le richieste rivoluzionarie e a trasformare le  innovazioni politiche in un paravento per la prosecuzione del precedente status quo. Sembra dunque che il vecchio adagio del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa («Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente») non conosca davvero confini e che, così come sta avvenendo in Italia, i movimenti sovvertitori partiti dal basso siano destinati ad essere prima assecondati e poi assorbiti e neutralizzati dall’establishment economico-finanziario predominante.

Guarda il video su YouTube della presentazione del libro

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