Mar. Set 17th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

La libertà di essere Antonio

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di Luigi Zampoli
di Luigi Zampoli

La libertà non è una conquista immune dai cambiamenti dello spazio e del tempo; cambiamenti che la modernità rende sempre più accessibili, ma anche più insidiosi. Libertà significa pensare e agire nello spazio in cui siamo nati e cresciuti, datoci in sorte, ma anche in quello che ci conquistiamo giorno per giorno, spostando sempre più in là il nostro orizzonte. Chi è libero ha una visione di come vorrebbe fosse il mondo e la persegue con atti e gesti concreti.
Ma si deve fare attenzione: di quale libertà possiamo a tal proposito parlare?
Era forse libero Cherif Chekatt, l’attentatore jihadista di Strasburgo che ha ucciso cinque persone, tra cui Antonio Megalizzi? Cherif ha sparato a caso, contro una folla di  persone intente a passeggiare in una tranquilla e fredda sera tra i mercatini natalizi della città che è il cuore simbolico dell’Europa.
Il terrorismo è per definizione “ignorante”, non gli importa chi, cosa, quando: l’importante è uccidere. Uccidere per destabilizzare, per diffondere paura, per indebolire i corpi sociali, colpendo persone innocenti. Come Antonio.
Charif di certo non si è chiesto chi fosse il giovane giornalista radiofonico italiano e non ha capito che, colpendolo, avrebbe ucciso il suo esatto contrario.
Perché Antonio era libero: lavorava per l’apertura, l’integrazione e l’inclusione, per informare e spiegare alla sua generazione quale opportunità irrinunciabile rappresenti la costruzione di una dimensione civica europea.
Dall’emittente Europhonica Antonio parlava di un mondo nuovo possibile, a portata di mano, fra cittadinanza e orizzonti innovativi verso cui i giovani non possono che essere protesi con fiducia e ottimismo. Con analisi lucide, puntuali, spiegava come e perché questo grande progetto fosse soprattutto un obiettivo di civiltà e di progresso, umano prima ancora che economico e giuridico.
La casualità connota molte vite e la fine di molte vite: non solo quella di Antonio ma, ancor prima, di Giulio Regeni, Valeria Solesin e di tanti altri costruttori di “aree vaste”, allergici all’idea di confini e limiti, che hanno pagato con la vita il loro ideale di libertà. Nel nostro presente le variabili dello spazio e del tempo sembrano così entrate in conflitto: concedersi tempo significa limitare il proprio spazio esistenziale, mentre comprimere il tempo consente di estendere il campo, l’ambito del possibile, per citare Pindaro, ma spesso a prezzo di grandi pericoli.
Pur con modalità ed effetti completamente diversi, i nazionalismi, le torsioni identitarie che vediamo agire in molte società occidentali hanno lo stesso effetto del terrorismo internazionale: generano paure, chiusure, pregiudizi diffusi verso l’altro, verso “il diverso”. Un “diverso” frutto di diffidenza e ignoranza: sono questi i veri nemici di chi lotta quotidianamente per andare oltre gli asfittici perimetri socio-culturali oggi dominanti. Una lotta condotta da giovani come Antonio, che dai microfoni della sua radio informava gli ascoltatori sui lavori del Parlamento europeo. Vicende come la sua si offrono alla narrazione di una vita di proporzioni inverse, nello spazio vasto dell’ideale europeo, volta all’apertura nei confronti di culture e lingue differenti, in una durata temporale rivelatasi atrocemente breve, ma che lascia un messaggio di inestimabile valore per le generazioni presenti e future.

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