La ‘mano’ di Benigni

La ‘mano’ di Benigni
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Ho letto sui social network molte critiche a Benigni per le due serate nelle quali ha commentato a modo suo i Dieci Comandamenti. Chi lo stroncato sostenendo che si è rivelato un catechismo di bassa lega, spicciolo e furbetto, chi lo accusato di essere ateo e comunista e di aver intascato quattro milioni di euro per dire cose scontate e ovvie, chi ha sostenuto che, in fondo, si sia trattato di un’operazione politica orientata a sinistra, come sempre fa Benigni quando parla in pubblico.

Un dato è certo: può piacere o meno, ma di certo Benigni non lascia mai indifferenti e questo è già un grandissimo pregio per un intellettuale.

Io appartengo, invece, alla categoria di quanti hanno molto apprezzato la performance del giullare che, giusto per la cronaca, è stato confortato con un ascolto di circa dieci milioni di italiani, ripagandosi ampiamente lo stratosferico ingaggio.

La sua è stata una narrazione laica e positiva del pensiero e dei precetti cristiani, nella quale, in linea con una coerenza di pensiero che lo accompagna da sempre, dai tempi di La vita è bella alle famose letture e interpretazioni di Dante, il pensiero è rivolto quasi unicamente a esaltare i valori positivi insiti nei Dieci Comandamenti, in cui prevalgono l’amore e la fratellanza tra gli uomini, e, con essi, il rispetto per i genitori, la fisicità dell’amore reinterpretata come categoria del bello e non come peccato, privazione, vergogna, perversione.

La mano di Benigni ha rovesciato gli stereotipi del catechismo classico, quello che ha infarcito le nostre menti di rinunce e sacrifici, portandoci verso il Dio dell’amore e non quello della punizione. Mi ha fatto ritornare alla mente Lutero, quando diceva che stava cercando nei suoi studi il Dio che punisce e aveva clamorosamente trovato il Dio che perdona e che ama.

La mano di Benigni ci ha portato verso la gioiosità della vita, quei valori positivi che dovrebbero essere patrimonio ineludibile della nostra natura, verso quelle percezioni emozionali che impreziosiscono l’uomo e lo rendono socievole, caritatevole, amorevole, filantropo, affettuoso e delicato.

E ci ha spronati all’ennesimo scatto di appropriazione di una libertà di pensiero e di azione per liberarci delle leggende metropolitane punitive insite nell’interpretazione classica e conservatrice dei Comandamenti fatta da molti uomini della Chiesa, soprattutto nel passato.

In questo senso, nella sua lettura, fatta col consueto tono scanzonato e irriverente ma mai offensivo e assolutamente rispettoso dei valori religiosi e con l’abituale ironia pungente e scoppiettante, ci porta a dissacrare il potere, proprio come facevano i buffoni di corte, gli unici che riuscivano a non essere yes man al cospetto del sovrano che tutto poteva.

La mano di Benigni vale per me quanto la mano di Dio di Maradona nella famosa rete contro l’Inghilterra: un gesto di scaltrezza che ha preceduto il più bel goal della storia. E Benigni ha scartato proprio tutti, partendo da centrocampo, in un gesto di eleganza retorica, di tecnica teatrale e di intelligenza nell’immaginazione.

 

* professore di Storia dell’Europa, Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, Università di Salerno

 

 

redazioneIconfronti

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