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La mantella del diavolo

La mantella del diavolo

“La mantella del diavolo”
thriller di Cristiana Battocletti
Bompiani (pp. 167)

di Giuseppe Amoroso

lamantellaUna prosa fosforescente che schizza verso immagini di depistante e allarmata creatività, in cui  il significato più comunicativo giunge non sempre direttamente all’attenzione di chi legge, ma come fustigato da violente sferzate di sorpresa, è la matrice di La mantella del diavolo (Bompiani,pp.167), thriller di Cristina  Battocletti.  Un fischio che  si avvita  tra la folla, “rovistando tra le anime pagane di Cividale strette sul sagrato del duomo, come un colpo sparato tra un serpente di respiri”, è  l’estremo saluto che accompagna il feretro di Alfredo, quarantenne morto all’improvviso, una “creatura leggera” rimasta “incastrata nell’anima”. A quel fischio-preghiera si  associa Irma, l’amica di sempre, studentessa universitaria fuori corso, arrivata precipitosamente da Bologna. Creatura che ha sempre viaggiato “alla periferia della socialità, come  un’erba solitaria, stordita, sul ciglio della strada”, Irma si ritrova ora a contatto con gli abitanti del suo paese natale, immerso in un “panteismo naturalistico” che dilaga per le montagne rivolte all’ “umido Est”.

Un coro di visi, quasi proclamato dall’energia visionaria delle scene, irrompe presto, in uno scheggiato panorama di vertigini che obnubila e, insieme, scolpisce gesti e paesaggi resi mobilissimi da un lessico inatteso e da una rete di similitudini che fanno alzare il sipario su fondali sempre più inquieti e sfumati  in un “intrico di  autocombustione”  e in un’ alterata dimensione del tempo. Incalzante, il racconto pare inoltrarsi su un equilibrio molto instabile, quasi spinto a infrangersi a ogni momento, tuttavia rimane ben teso sotto la conduzione di una mano attenta a far incrociare  la presenza di vari personaggi, spesso obliqui, grotteschi, con la durata di inattese azioni nelle quali certi visi si collocano come rivisitati da una procedura variantistica.

Giunto il momento del ritorno a Bologna, Irma non si sente più di lasciare il padre solo, così rimane in un giorno in cui “niente sapeva di gioco, nessuno entrava e usciva dai negozi, nessuno si  sentiva  autorizzato a consumare la sua porzione di oblio quotidiano”. E intanto una serie di morti misteriose, tra le quelli quella di un poeta straccione, “dispensatore di bellezza”, che scrive versi e strambotti con grafia ottocentesca sul greto di un  fiume, e scompare “come un Cristo apocrifo”, fa scendere sul paese un velario di incubo. Interni fotografati con espressionistica cura, sfondi velenosi, atmosfere  disfatte e malinconiche, uomini pietrificati  in uno stato di ipnosi, case sulle cui pareti si vedono i segni di una vita che ha tolto la gioia agli abitanti. Visioni urticanti, malefiche e talora  tenere si gonfiano di fatti, sembrano esplodere nella follia, trovano attimi di sospensione, prolungamenti che sorgono per raccogliere stormi di echi, interrogativi, dubbi, in un contesto che denuncia situazioni tragiche e ne contempla anche il messaggio di disfatta e d i perdita. A un certo istante la tenuta del racconto sembra cedere all’urto di troppe storie crudeli, rese ancora più acute dal breve spazio loro concesso.

Un grande stravolgimento di situazioni e di volti mette in moto un processo di scavo, immobile e pur fecondo: non si dirige verso l‘esterno di quel fosco mondo, ma si concentra e vortica intorno a immagini sfigurate. C’è chi “scioglie la sua risata di vetro in piccoli rivoli, come singhiozzi”; uno studio “si trasforma in una risacca di patologie”; certe sensazioni” affiorano come sentinelle”; le finestre “si riempiono  in un lampo di teste cineree, incuriosite e intimorite da  un passaggio in strada che non sia di galline”; la filodiffusione di un supermercato “si insinua come un tappeto”. Tutto transita dietro i vetri di un  verdeazzurro acquario sinistro, un taglio di luce lunare piega la pagina in piccoli quadri dri slittanti, tra impercettibili sussurri e smaltate trasparenze di una lontananza arcana, resa possibile da un tessuto linguistico di iperreale  propagazione. Gli scenari si  si piegano su un grottesco inferno di devastazione e pena di vivere, in cui il terrore diviene un “sentimento fisico che asciuga d’angoscia i volti”. Le più impensabili associazioni di figure, costruite con il magnete dell’analogia, riescono a porre sulla stessa linea  diversissime fonti di idee e fotografie tali da far germinare tenebrose ambivalenze, enigmi di senso. Si va avanti per progressioni di sorprese, le quali assorbono anche amare riflessioni e deviazioni e lontane storie locali”: in quella via, sei secoli prima, i “Longobardi avevano seppellito, con le spade e i gioielli cuciti sulle vesti da nomadi, guerrieri altissimi su cavalli interrati insieme a loro”.

 

 

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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