La Merkel e il pianto della giovane palestinese

La Merkel e il pianto della giovane palestinese
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

L’immagine della Angela Merkel che s’intrattiene con una giovane palestinese che le parla in tedesco sta facendo il giro del mondo. Per alcune ragioni che sono a mio parere paradigmatiche di quel che sta accadendo in Europa e di quel che malinconicamente la stessa Europa rappresenti. La giovane ragazza cercava di far capire alla cancelliera che suo padre stava rischiando di essere allontanato dalla Germania con tutta la famiglia, mentre lei vuole andare a scuola, provando a far comprendere che lei si sentiva in qualche modo anche tedesca e che percepiva come un’ingiustizia l’idea di dover andare via. La Merkel senza cedimenti emozionali, senza un briciolo di umanità, le ha detto che ci sono migliaia di famiglie in Africa che potrebbero arrivare in Germania e che non avrebbero potuto essere ospitate, per cui inevitabilmente molte di esse sarebbero dovute ritornare nei loro paesi. A quel punto la ragazza è scoppiata a piangere e solo allora la cancelliera ha avuto un piccolo gesto di umanità avvicinandosi a lei e provando a comprenderne le ragioni, ma senza fare marcia indietro rispetto a quel che le aveva appena detto. Non possiamo tenere tutti, quindi dovete andar via.

La scena è davvero raccapricciante. Gli antieuropeisti, i filoleghisti, i cinici di professione, sarebbero con la Merkel. Io no. Non accetto quel tono duro nella sostanza e calmo nella forma, non lo accetto perché in quella scena ho visto sintetizzato tutto il rigorismo inflessibile della padrona dell’Europa. Quella Europa che non smetterò mai di immaginare come una fraterna alleanza dei popoli, una solidale intuizione sulla scia del manifesto di Ventotene, un amorevole raccordo di Stati e popoli come l’aveva immaginata Mazzini, una rete di solidarietà a beneficio dei popoli in difficoltà e non quello che è diventata, un’interminabile sfilza di rigidità contrattuali, una continua cessione di sovranità non a fraterni amici, ma alla Troika dei numeri, del rigore, dei potentati economici che dettano le barbare regole dello stare assieme.

Un mio studente di Scienze Politiche, da poco passato ad Economia per gli studi magistrali, un paio di mesi fa, commentando su un social network i gravi errori dell’Europa a proposito della Grecia, mi aveva scritto che la Grecia si sarebbe salvata solo vendendo i gioielli di famiglia, a cominciare dai templi sacri della cultura, dal Partenone. E io, nostalgico e romantico, a rimproverarlo, dicendogli che la cultura è l’anima di un popolo e venderla sarebbe come vendere la propria madre. Ha avuto ragione lui, sono io lo sconfitto. Ha avuto ragione il calcolo dei numeri.

Al cospetto di una Merkel senza cuore, cinica oltre il dovuto, anche quando una semplice parola di umanità avrebbe acceso la speranza alla povera fanciulla palestinese, al cospetto di una donna che comanda l’Europa per sue capacità e per l’incapacità di tutti gli altri partner politici europei, a cominciare da Renzi, tutti obbediente soldatini piegati al suo volere, nulla di più avrebbe potuto sperare la Grecia. Dietro le rigidità del Vecchio Continente si nascondono le spigolosità e le asprezze del carattere di questa ostinata donna che indossa i panni di Metternich e Bismarck.

E Tsipras ha osato disturbare troppo e troppo a lungo il suo profilo di cancelliera senza cuore.

Lì ha perso l’Europa, non Tsipras, e hanno perso tutti quelli che avrebbero dovuto cogliere la palla al balzo per ridimensionarla e ribaltare l’idea che l’Europa sia solo un’accozzaglia di algidi burocrati, spietati e senza cuore.

E, questo, credetemi, è solo l’inizio…

* professore di Storia dell’Europa, Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, Università di Salerno

 

redazioneIconfronti

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