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La misericordia infinita di Dio

La misericordia infinita di Dio
di Michele Santangelo

mani-due-al-cieloIn fondo al cammino della Quaresima abbiamo incontrato una magnifica realtà che possiamo così sinteticamente enunciare facendo nostro l’annuncio degli evangelisti: Cristo, dopo essere stato arrestato alla stregua di un sobillatore, sottoposto a terribili patimenti fisici, al dileggio più crudele, fu crocifisso, morì e fu  sepolto, ma, al terzo giorno, Dio lo risuscitò. Ed era giusto che i cristiani si preparassero degnamente al ricordo di questo avvenimento, visto che in esso è il fondamento della fede e la garanzia della salvezza dell’uomo. Ma il tempo pasquale che si è inaugurato domenica scorsa e durerà anch’esso per alcune settimane, è altrettanto importante perché deve condurre il cristiano ad assimilare i doni di vita nuova che la Pasqua gli concede. Il primo dono di Cristo risorto è quello della pace, tanto che alcuni studiosi della sacra scrittura indicano in essa la categoria riassuntiva di tutto il messaggio biblico, volendo indicare con questa parola l’insieme dei doni portati dall’evento salvifico verificatosi con la morte e la risurrezione di Gesù, a cominciare dalla ristabilita comunione dell’uomo con Dio alla rinnovata possibilità di realizzare nel mondo una vita secondo schemi assolutamente nuovi. Ed oggi più che mai il mondo mostra di avere assoluto bisogno di pace e, almeno a parole – o forse solo a parole – tutti sembrano ricercarla, perseguirla, ma ciascuno pretende anche di dettarne le condizioni, partendo dalla volontà di salvaguardare i propri interessi, quasi sempre in contrasto con quelli della controparte; strana parola quest’ultima per indicare l’altra parte con la quale la pace andrebbe realizzata; dà l’idea che tutti gli sforzi siano viziati in partenza. Hanno fatto di più, gli uomini, nel corso della storia, hanno addirittura teorizzato: “Si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra, e addirittura, in un periodo abbastanza vicino a noi, era stato teorizzato come sistema per evitare la guerra il cosiddetto “equilibrio del terrore”. Gesù invece offre la pace di ritorno dall’esperienza della passione e della morte in croce e culminata nella gloria della risurrezione, e la offre come frutto del suo amore, del perdono per coloro che l’hanno ucciso e come pegno della sua adesione alla volontà del Padre. È una pace desiderata e ricercata tutta in positivo, perché essa è serenità, amicizia, benevolenza, concordia, speranza, giustizia, rispetto, gioia, riposo che caccia le agitazioni, onestà che elimina le ingiustizie, silenzio che aiuta a pregare e a ringraziare Dio. Tutti sentimenti che aiutano a vedere nell’altro che ci sta affianco o di fronte non un antagonista, ma un fratello perché figlio dello stesso sangue versato da Cristo e destinatario dello stesso amore di Dio, della stessa volontà di perdono, senza distinzione di razza, colore della pelle o cultura. Questa seconda domenica di Pasqua, per volere di San Giovanni Paolo II, è stata designata anche come la domenica della divina misericordia. Questa realtà è oggi diventata molto familiare a tutti i cristiani che seguono, ascoltano ed amano Papa Francesco il quale fin dall’inizio del suo pontificato ha assunto le parole “misericordia divina” quasi come una parola d’ordine. Ad essa fa continuo riferimento nelle sue esortazioni, invitando tutti ad essere misericordiosi. Ma ha voluto fare di più, il papa: ha annunciato un Anno Santo straordinario dedicato alla Misericordia. D’altra parte, la Chiesa che ha ricevuto da Gesù il mandato di perdonare i peccati in suo nome, come racconta oggi il vangelo di Giovanni, è diventata per questo il luogo della riconciliazione e della misericordia infinita di Dio, dimensione che le prime comunità cristiana vivevano nella pratica della vita quotidiana innanzi tutto nella frazione del pane, nella condivisione dei beni, nell’ascolto dell’insegnamento degli apostoli che alimentava la fede; virtù che consentiva a tutti quelli che vi erano pervenuti di avere “un  cuor solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune”. Ma questa è anche la domenica di Tommaso, l’apostolo che per credere ebbe bisogno di toccare con mano.  E Gesù la soddisfazione gliela diede. Non si impermalosì  per le pretese di uno che era suo discepolo. Ritornò il Risorto quasi esclusivamente per lui, con il costato aperto e con le piaghe in evidenza, ma all’apostolo diffidente impartì una solenne lezione, valida per gli uomini di tutti i tempi, proclamando un’altra beatitudine: “perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno”, una specie di certificato di garanzia per tutti quelli che avrebbero creduto che Gesù è il figlio di Dio, fede che ci vale un’altra paternità oltre a quella naturale, quella di essere noi stessi figli di Dio. Afferma S. Paolo: “Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio”.

 

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