Sab. Lug 20th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

La “mistica” romantica, positiva e borghese di Giuseppe Palladino

18 min read
Il Cilento geniale e ribelle nell'impegno di un testimone sensibile alla tavolozza e ai versi
di Vincenzo Aversano (Università degli Studi di Salerno)

Ultima copertinam

Chi crede di poter limitare al genere satirico la qualità e la caratura della poesia e della produzione artistica complessiva di Giuseppe Palladino, rischia di amputarne fortemente il valore. Certo, il castigare ridendo mores e il vedere anche in chiave semplicemente ironica i fatti della sua cittadina e del mondo (sfatiamo in partenza una possibile taccia di provincialismo) fa parte di un’abitudine del nostro poeta, lo sfottò paesano, che egli ha esercitato fin da giovinetto a Vallo, ma che è ancestralmente tipico di  tutte le piccole realtà comunitarie. Ma questo atteggiamento verso la realtà, pur essendo portante nelle inclinazioni del nostro artista, ne pervade tutta la poesia sotto forma di un più generale punteruolo critico che, come si vedrà, si esercita su contenuti ben più ampi e diversificati.
Ciò mi obbliga ad affermare già da subito essere egli “poeta” poliedrico (profilo della versatilità), pluritematico (per la varietà dei temi), polimorfo (diversità di metri versificatori e forme artistiche adoperate) e prolifico (per il volume di quanto prodotto): in una parola, poeta colto. Dove il termine “poeta”, crocianamente inteso, riguarda anche la qualità insita nella sua produzione di disegnatore-pittore,  commediografo, autore di spettacoli teatral-musicali, poesie in lingua italiana e napoletana (oltre che in dialetto cilentano), (Si veda il curriculum nel pieghevole della quarta di copertina del volume “Pe’ sbaria’ Poesie e canzoni”, Vallo della L., Libr. Castellano Editrice, 2009). È doveroso qui ricordare che dobbiamo a questo editore la pubblicazione, un anno prima, di un’altra gemma della produzione palladiniana in versi (Satire e non), che si fa apprezzare ancora una volta per l’elegante veste editoriale, impreziosita da acquerelli dell’autore e da foto d’epoca di Vallo. Se si aggiunge il mini-allegato dei versi al CD “’O cantastorie celentano”, acquerellato in modo magistrale, ebbene si ha, se non il grosso, la parte più significativa della produzione di Palladino poeta-pittore-musicista, sulla quale è possibile imbastire un serio e documentato giudizio critico.

Fiamme2m
Fiamme (dipinto a olio di G. Palladino)

Si diceva di Satire e non: un titolo che conferma, per scelta stessa dell’Autore, quanto sostenevo all’inizio sulla importanza, ma non esclusività della poesia satirica nel suo universo poetico. A farne le spese sono, tanto per cominciare, tre personaggi femminili di Vallo, della cui «dote» (così ama chiamarla l’A.: cfr. Pedrito) e delle cui qualità/difetti femminini ognuna mena vanto o riceve apprezzamento/deprezzamento del Palladino: ‘A mimosa d’’a signora o ‘A pelliccia fanno da titolo/similitudini, veramente caste per non dire infantili in quest’epoca di novelli satrapi, di pedofilia e di pornografia televisiva o in rete; e così Donna Marta incarna la donna sedicente ammalata (dunque sessualmente svogliata) giorno per giorno, salvo quando deve farsi accompagnare dal marito a fare il ballo liscio.
Nonostante la “povertà” del tema, è dato nel primo pezzo leggere questi freschissimi e ben strutturati versi: «…io, can nun tenìa ‘ato interesse,/ truvai ca ‘a mimosa d’’a signora/ era ‘a mimosa come avess’a esse:/ nun troppo cerva, né troppo matura/ cu’ ‘i fiuri e ‘i foglie lungo tutto il fusto/ così come ‘i sistema la natura/ e col colore proprio al punto giusto». E il pensiero è andato immediatamente, per felice assonanza, a un noto dipinto impressionista del Courbet, dal titolo «L’origine della vita», pregno di primigenia rousseauiana castità. Non a caso il sottotitolo della raccolta, presente solo nel frontespizio («Quando l’arte nasce come un fiore»), oltre a sottolineare la fluenza “facile” dell’ispirazione, mostra una buona assonanza con il paragone appena istituito.

E carceri affullatim
‘E carceri affullati (dipinto a olio di G. Palladino)

La scure satirico-ironica si abbatte più di frequente su personaggi maschili (compreso l’Autore) o su situazioni tipiche del “sociale” vallese. Per restare sul versante squisitamente erotico, basterà citare «Il grande suonatore», dotato di un bel flauto che accoglie con entusiasmo  la profferta di  una nobile signora proprietaria di una spinetta, «Il merlo» che malinconicamente non canta più come in gioventù, «Pedrito», che la sa lunga sui tradimenti delle donne. In altri casi, permanendo le similitudini erotiche, se ne trae spunto per una feroce arringa contro un arrivista dell’agone partitico locale, specie se di quelli che promettono certo e mancano sicuro (‘U scannetto). Il discorso talora s’allarga alla terribile situazione de ‘U pensionato, peraltro di scottante attualità, o alla selezione alla rovescia della classe dirigente a Vallo (‘I sciabbole), estensibile in verità all’intera nazione (I foderi guerreano a ‘stu paese,/ ‘i sciabole lucente stanno appese!) o all’incredibile presenza di “personaggi” come Carlo Vacca, convinto che tutte le tragedie attuali si possano risolvere col galateo o con l’etichetta, o del tizio che, assistendo Alla presentazione del libro, interpretava come tubi i dubbi di S. Tommaso, o infine del comitato per la festa del santo patrono, fatto di irremovibili membri che sprecano il denaro dei devoti «cu’ cantanti, luci e fuoco/ca so’ ‘a solita menesta!», connivente il vescovo, ma incolpanti il Padreterno e San Pantaleo stesso.. (cfr. Camminanno ‘mParaviso, un sogno amaro e simpatico di grande ariosità poetica). Con chiari riferimenti autobiografici e prendendo spunto da una grande tradizione di Napoli (della cui civiltà e della cui canzone Palladino possiede una ferrea e profonda conoscenza), ecco ‘O cacaglia, Che società e  ‘O scaienzato (quello a cui non ne va bene una..), annoverabili con elevata dignità espressiva nel genere macchietta partenopea.

A fine giugno
A fine giugno (dipinto a olio di G. Palladino)

In queste ultime poesie comincia a comparire più palesemente la sofferenza umana e di cittadino del Nostro, che rivendica su basi ecologico-esistenziali la sua scelta di fare il bagno ne La tinozza, anziché nel mare a due passi, e soprattutto inveisce contro l’insensibilità delle donne (compresa la sua..) verso i valori spirituali. Si può dire che questo è il tema più pregnante e meglio reso in veste poetica da Peppino Palladino, non solo in questo volumetto. Emerge infatti una drammatica ricerca d’amore in parecchi componimenti che, se pur “trattati” in maniera leggera, ironica e autoironica (‘O secondo),  alludono talora a un modello di autoerotismo (‘A pippa), inteso non come narcisistica ricerca del piacere, ma come ripiego compensatorio al mancato e bramato incontro armonico e totalizzante dell’«io» col «tu»; in altri casi nemmeno sono  escluse soluzioni più radicali  (‘U thè), né manca una gamma di invettive e di repulsioni (Sempe tu!) o di minacce d’abbandono del tetto coniugale (Vao de pressa). Da raffinato torturatore sono le varie ipotesi di vendettaipotizzate in ‘O prugetto, in cui l’ultima,dopo un apprezzamento feroce della bellezza della donna (un ritratto del Giorgione con in fondo le rovine di Ercolano..), è previsto il trasloco del ritratto nel bagno di servizio, inteso come naturale habitat di chi è “formalmente” assimilabile alla “produzione” fisiologica… Alla base c’è la disperata richiesta quanto meno di coccole condivise (ma quello che più importa è la cura/ ca sulo chi ama il pesce pote ave’: cfr. ‘U menù), quelleche solo chi nutre amore profondo può “concedere” al proprio amante.
La bellezza e in pari tempo il limite della poesia di Palladino è la sua ritrosia a confessarsi direttamente ed esplicitamente, ritrosia che diventa coraggio (finalmente!) in un sonetto magnifico (dei tanti da lui concepiti) intitolato’Ncopp’a ‘stu munno, dove il suo disagio sociale di persona dabbene in mezzo ai lupi si sposa col desiderio del vero amore. Vale la pena trascriverlo integralmente, giacché esso è un autoritratto del poeta e dell’uomo sensibilissimo, educato ai grandi valori della coscienza e della convivenza civile, ciò che – per chi è in grado di apprezzare anche lo stile originale derivante da una autentica ispirazione – vale molto di più delle elucubrazioni critiche dei cosiddetti specialisti od esegeti; per altro verso, questo “pezzo” dimostra che la mediazione letteraria e tecnica, nel tema satirico, ironico o sarcastico, non produce altissimi risultati poetici, pur assicurando un buon livello di estrinsecazione estetica, mentre la confessione sincera rende molto di più, vola cioè leggera e poeticissima:

 ‘NCOPP’A ’STU MUNNO
‘Ncopp’a ‘stu munno io ne vero gente/ ‘re tutt’i tipi, tutt’i qualità:/ belle, brutte, rapeste, ‘nteligente,/ c’o buono e ‘o male c’a natura rà:// Pe’ come ‘i vero so’ tutte cuntente:/ si ce so’ guai ‘i sano cummiglia’…/ e accussì tutti quanti alleramente/ pigliano ‘a vita com’han’a piglia’!// Sul’io n’u fazzo… paro ‘nu mazziato…/ e basta niente pe’ me ‘ntusseca’!/ ‘A causa ca so’ sempre ammussato// è sempe ‘a stessa! Che ‘nce pozzo fa’?/ Me manc’amore, cheddo vivo, ardente!/ E si ‘u tengo… nun è sufficiente!

Quanto appena affermato trova una dimostrazione “a contrario” nell’ultimo stralcio del grazioso libretto che vado commentando, costituito a sorpresa da sei  Sonetti strambi, un genere relativamente nuovo di verseggiamento, che ha avuto efficace collocazione anche nello spettacolo, televisivo e non (cfr. qualche performance di Gigi Proietti) perché si basa sull’accostamento “geniale” di parole o nomi, in genere inesistenti nel  lessico ufficiale (basta citare alcuni titoli, improbabili, dei sonetti: A Cesco Clitone; Recossa; La ciaffa; A Regaldo; Il Vebo di Esugio Duccarci): una prova tutt’altro che facile, ma non per chi – come Peppino Palladino – vanta una seria cultura generale e poetico-musicale e può permettersi di partorire, in definitiva, soltanto suoni destituiti di apparente significato, a mezza strada tra l’esperienza ermetica e la  “rotonda” raffinatezza della poesia umanistica e soprattutto neo-classica. Un’occasione, per il poeta, per permettersi di ritrarre o attaccare impunemente alcuni “personaggi” della “casta” di Vallo, dai  cui cognomi trae spunto perfino per fare un intero e ingegnoso sonetto (Cognominati in Vallo): quando si dice «lanciare la pietra e nascondere la mano…», laddove la poesia è colta, bella e attraente, ma non vola a sufficienza… (positivismo poetico?)

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Tutte queste annotazioni si potrebbero fare al cospetto del volume di poesie apparso sei mesi dopo il primo, dei cui estremi bibliografici e pregi editoriali ho già dato conto (“Pe’ sbaria’ Poesie e canzoni”); esso tuttavia è una raccolta più completa e più strutturata di quanto ha scritto e musicato Palladino, per cui si presta a osservazioni e valutazioni anche inedite. Innanzi a tutto, la riflessione teorico-espistemologica dell’Autore sulla sua arte e sul suo retroterra culturale, evocata ovviamente nel titolo del volume e precisato nella separazione tra poesie e canzoni (queste ultime sistemate da pagina 63 in poi) e, esplicitamente, in un componimento di p. 117, intitolato appunto Pe’ sbaria’! In esso si evidenzia un conflitto interiore (privato e pubblico), che il poeta/cittadino cerca di attenuare senza accorgersi di entrare in forte contraddizione. Si mediti sulla chiusura, peraltro molto potente espressivamente: «E allora piglio ‘a penna/ e scrivo scrivo, scrivo/ p’amore o pe’ currivo…/ ma sulo pe’ sbaria’», che annuncia una specificazione di attività fatta in un altro pezzo (Canto, sòno, scrivo). Affermazione del tutto contraddittoria, appunto, per via di quell’avverbio («sulo») che non può occultare il desiderio d’amore e la rabbia quali fonti dichiarate dell’ispirazione. Su questo atteggiamento falso o quanto meno contraddittorio si ritorna anche in «’I sturi ‘i tengo», dove Palladino per umiltà afferma sì di aver studiato ma di non essere «letterato» e che «apprietto [=angoscia] r’a poesia nun è mio…/ io scrivo sulamente pe’ gulìo/ re rice quacchecosa/ ca me pote fa’ sbaria’!». In altri termini, egli rifiuta di apparire il «poeta vate», ritenendo di non possederne la caratura etica e artistica. Non è affatto così, altrimenti dovremmo accreditare la figura di una persona superficiale che in definitiva “se ne frega” usando il verso come semplice sfogo di insuccessi e frustrazioni, e basta, e  relegando alla sua arte solo una materiale funzione terapeutica. Ciò che – ripeto – non è, come dichiara tutta l’accoramento e talora lo scoramento dei versi del Nostro.
Le figure e i temi poetati, indifferentemente in cilentano e in italiano (con la traduzione in inglese per alcune canzoni) sono tanti: sul fronte dei tipi umani, si va dal beghino (‘O vezzuoco) alla sferza per un organizzatore di eventi dal gusto «sale e aceto» che rompe il delicato incantesimo creato dalle liriche di una poetessa (Pe’ ricurdà), o a un “cavaliere errante” della poesia, artista parolaio e falso (Ra tanto tiempo), oppure a un giullare squattrinato (‘A cicala: autoidentificazione?) o a un ficcanaso che giura di non esserlo (Siente, sié!…). Per il grosso qui i temi si incentrano su tante figure di donne e sulla personale sofferenza d’amore, sulla nostalgia dell’emigrante nonché su fenomeni sociali e specifici fatti luttuosi accaduti a Vallo. Mi riferisco a: ‘A pupilla di Suor Gabriella, in cui è adombrato con dolci accenti naturistici un amore   per una fanciulla ospite in un convento di suore situato dirimpetto alla casa del Nostro; Metto ‘a chiave (modo un po’ datato per favorire la visita della donna amata); So che lontana tu sei; Cuncettì; Lucia; Marina e tante altre canzoni (o canzonette) rivolte a innominate donne in genere recalcitranti all’amore offerto con sentimento, dove comunque si possono trovare singoli versi di buon livello; più paludate, e apprezzabili poiché presentate sotto forma di sonetto, altre composizioni (L’amore è; Rosa); quindi, numerose altre, zeppe dell’ansia di amare ed essere amato, con l’immancabile rimbrotto alla propria donna, ma partorite con apprezzabile varietà di accenti che il lettore saprà cogliere (Nun sape rice; Nun me ricordo; Nun passa iuorno; Quanno po passato; Na ‘ntecchia r’amore,; Indipendentemente, ecc.), contro il sadismo, la tiepidezza e le inopportune “uscite” verbali dell’interlocutrice domestica: un tema ricorrente ancora una volta, questo della problematicità del rapporto di coppia.
Ovviamente, in questa sede non c’è spazio per analisi particolari, ma si può ribadire la dignità dell’ispirazione del nostro poeta, nonché il suo cultural background, ricordando  la numerosità dei sonetti composti, a dimostrazione di un organico aggancio alla nostra grande tradizione letteraria; per altro verso  e più in generale parlando,  va affermato che il “racconto” di Peppino è sempre poeticamente accorato, ben personalizzato e persuasivo, insomma mai banale, anche quando sembra disimpegnato o imitato da fonte poetica partenopea (Sera r’estate). Il “la”, a mio modesto parere, è raggiunto in Brigì Bardò, soprannome applicato malvagiamente atal ‘Nduniarieddo, morto suicida a causa del razzismo contro il “diverso”: alta, se pur in toni dimessi e “corsivi”, si leva la voce del poeta,  anticipatrice del Gay Pride, a celebrare con umanissimi accenti il morto e ad esecrare i rozzi torturatori paesani.
Questa raccolta offre anche altro, stavolta in chiave lirica oppure oggettivamente drammatica: al primo tipo sono da ascrivere pezzi che celebrano il rimpianto per il  proprio paese da parte dell’emigrante (Nustalgia, ‘A cartulina) o la condizione depressa per assenza d’amore (Core arrepezzato), dove troviamo una sincera confessione (Pur’amore si è acciaccato/ nun riesce cchiù a bula’…/ pot’ì ‘nnante,/ ma sulo pe’ campà!) che spiega anche come i versi di Palladino, pur essendo belli e ispirati, spesso sembrano non volare per mancanza di coraggio espressivo: voglio dire che, per autolimitazione, il tono poetico – quando non siamo nel dolore dell’inferno – resta di preferenza in un’aura “da purgatorio” e quasi rappreso in sermo humilis (sta al lettore sentire che esso comunque “vola nell’anima”…); nel secondo tipo registriamo due eccellenti composizioni, dedicate al bombardamento alleato di Vallo e al terremoto del 1980. 15 settembre 1943 è giocata sulla contrapposizione tra l’inizio di una giornata normale al paese (bimbi che giocavano al calcio con palle di pezze int’e cauzette; vari artigiani che menavano la loro fatica), con riferimenti a nomi e cognomi, e l’improvviso arrivo delle fortezze volanti col loro carico di morte e lo scompiglio provocato dalle bombe (mamme atterrute ca vulìano i  figli… / i mariti chiamavano i mugliere… / ati ìano cercanno nascunnigli/ cu l’uocchi come pacci! M’aìta crere!): una testimonianza insieme fedele e commossa… In Ricordando il 23 novembre 1980 si ritrova lo stesso pathos, indotto dal passaggio  (della gente e dello stesso Autore) tra le incombenze e i gesti quotidiani (la messa di mattina, nel pomeriggio la partita di pallone della squadra del cuore, compresa una partita a carte con amici) e il boato terrificante del sisma, con gli effetti distruttivi sulle strutture degli edifici, il fuggi fuggi generale e la difficile scelta su dove passare la notte e tante notti e giorni  successivi: un altro prezioso e quasi meticoloso spaccato di una tragedia collettiva vissuta in prima persona quasi con “naturalezza” drammatica!
Di questo Autore più partecipe del sociale si hanno altri numerosi esempi nella raccolta, a partire dal felice sonetto sulla Amicizia, un sentimento e non un affare (come è ben precisato), passando per la condanna della demonizzazione facile da parte della gente su persone inquisite e poi assolte (Le streghe), meditando sugli squilibri sociali e sulla differenza tra chi è serio e responsabile e chi a questo mondo se la spassa (‘U ciuccio e ‘u cuorvo), oltre che sulla morte che porta via tutto, fermo restando il primato della coscienza (Uno pot’esse); infine, concludendo con Nun pozzo pazzia’, dove – se ce ne fosse stato bisogno – c’è la smentita piena e dichiarata che Palladino non poeteggia pe’ sbarià, ma vive drammaticamente e soffre la superficialità e la furberia diffuse con cui si scontra, tanto da consigliare a un interlocutore potenziale, in un’altra composizione (‘Nce ne so’), di non frequentare le stanze del potere («Statte luntano ra ddò se cumanna! ». Restando sul primo testo, vale la pena riportarlo per intero, vuoi per la sua qualità poetica, vuoi perché sinceramente aderente al dato biografico di un artista di solito timido e sfuggente, che stavolta però si dichiara, prende e invita a prendere posizione, soffrendo quasi evangelicamente per il fatto che il  suo seme non porta frutto…:

NUN POZZO PAZZIÀ

Io nun so’ cheddo ca paro/ io so’ tutta n’ata cosa:/ chesta faccia ‘ntussecosa/ aggia fa’, pecché aggia fa’!// N’omo ca tene cervieddo/ quando vere certe cose/ hadda rice: Chesto o cheddo!/ Hadda sceglie ‘ a verità.// Ma ‘a parola è ‘na semente/ ca si care ‘ncopp’i petre/ po’ nun serve cchiù a niente/ pecchè frutti nun ne rà’!// Tutto resta tale e quale…/come si parlassi a’ u viento…/ e perciò io so ’ scuntento… / come pozzo pazzia’? 

Ho tenuto di proposito a parte e per ultima la segnalazione dell’unica composizione religiosa della silloge (Natale è solo di maniera), o almeno rispettosa della pietà popolare, quella in cui una giovane prega la Madonna delle Grazie di preservargli il fidanzato (‘U vuto). C’è da chiedersi perché mai questo filone sia quasi assente nella poesia di Palladino, che io conosco come cattolico quasi-osservante. Forse mostrarsi pubblicamente incline alla materia di fede gli è apparso come motivo di debolezza? O il ricordo della connivenza della gerarchia ecclesiastica col tiranno Borbone l’ha fatto schierare naturalmente dalla parte dei patrioti cilentani antipapalini? Lasciando ai lettori l’ardua sentenza, ne approfitto intanto per ricordare che nel CD ‘0 cantastorie cilentano compare un pezzo dal titolo Preghiera, che è rivolta alla Maronna re lu Monte e messa in bocca a un prete condannato a morte dai Borboni durante la rivolta del 1828, un evento poco conosciuto ma glorioso per il popolo cilentano. In questo caso sia i versi che la musica, creati dal Nostro, appaiono essenziali e profondi proprio per la fede che li sostiene.
Allargando l’analisi all’insieme dello spettacolo teatrale in parola, osservo che l’Autore ha saputo ben distribuire i testi e focalizzarli, con vari quadri, su momenti “topici” di quella terribile esperienza. Il racconto si apre con un inquadramento storico-geografico dell’insurrezione e della sua motivazione (‘o popolo languia tra mille pene), in forma di 11 quartine in endecasillabi in rima alterna, laddove emerge presto che  le masse male armate furono facilmente sconfitte o scoraggiate dalle truppe regolari del generale Del Carretto. Costui non si fece scrupolo, come tutti gli sgherri anche degli odierni tiranni, di bombardare o incendiare interi paesi, incarcerando e seminando terrore e morte. La testimonianza del “Cantastorie”, esemplificato in un felice acquerello con rotolo e chitarra in mano (perfetto autoritratto del Palladino stesso!), si fa attualizzazione alla fine (Chesta ca v’aggio ritto è storia vera/ forse non tutti ‘a sanno ‘a ‘stu paese,/ però s’ha da sapé re che manera / la terra nosta n’ha pavato ‘e spese.): una vibrante intrusione personale, del resto tipica del genere epico-popolare, a rimarcare il sangue della “questione meridionale”…
Saggiamente il cantastorie, onde alleggerire la truculenza del primo quadro d’insieme, ne inserisce un secondo intitolato Giugno, che è un canto d’amore (a due voci separate e poi unite in una miscela esplosiva) proiettato in un’atmosfera panica, di un panismo classico e romantico insieme benché calato in una realtà rurale periferica, che mi fa pensare a certi paesaggi pittorici di Giovanni Fattori. Infatti, dal sociologico e dal militare l’Autore passa a delineare un’ambientazione ariosa del paesaggio cilentano, scontata solo all’apparenza, calandosi profondamente in una natura da brividi (ove non manca la fatica umana) e offrendo in parole candide una delle sue prove poetiche più alte e persuasive (E’ già venuto giugno e tutt’o grano/ int’a campagna è addeventato giallo… /’O cielo è chiaro com’a ‘nu cristallo/ ‘ncopp’a stu paisieddo celentano. // A chiorme ‘i rundinelle, pivulianno,/  fanno cchiù allera l’aria ra stagione: se sente, ‘nluntananza, ‘na canzone/ re ‘nu massaro che stao fatianno.). Quanto siamo lontani dalla tragedia rivoluzionaria e dalle fortezze volanti dei bombardamenti novecenteschi!!
Ma la tragedia ritorna e ritornano versi di incitamento e rabbia (con al centro un magnifico e insostituibile endecasillabo: Scetamone, Ciliento, chesta è l’ora) nel quadro Cilento 1828. Qui il sentimento della natura si intride col dolore e lo  scoramento dei patrioti (La notte longa e fredda se n ’è gghiuta,/ lu juorno già s’affaccia a la marina/ e l’anema se sceta  cchiù speruta/ re fa giustizia p’evità a ‘rruina.). Donde i conseguenti incitamenti alla rivolta, nella quale l’elemento femminile trova un ruolo  assolutamente singolare, dove la grazia diventa giustizia antitirannica, in una “trovata” geniale il cui equivalente in versi ha e da’ il colore dell’emozione più contraddittoria e profonda, di potenza dantesca (E vuie, figliole, cù suspire e chiante,/ facitelo affucà int’a lu iumo/ re lo rulore re chi tira ‘nnante/ cu le speranze ca nce vanno ‘nfumo.// E cò li trezze ca tenite ‘ncapo/ facitene ‘na corda pe’ lo strenge/ e pe’ lo strascinà, lu male nato,/ cchiù sotto re lu ‘mbierno ca lu tenge!). Un «contrappasso» tutto cilentano! Ecco a quali vette poetiche può assurgere Peppino Palladino quando si libera da preoccupazioni o timori contemporanei del savoir vivre e del bon ton borghese! Di fronte a tale prova io resto esterrefatto per la tracotanza di qualcuno che ha osato  rappresentare lo stesso lavoro, mutilandolo della musica di pertinenza (così permeata di malinconia e spiriti libertari) e poi darne una commerciale imitazione in italiano, alla quale ho avuto modo di assistere, che, a mio avviso,  non  potrà mai  essere portatrice, come il “Cantastorie” del Palladino, dell’humus sociale del primo Ottocento, cantato in cilentano con tanta partecipazione umana e incandescenza espressiva, che sono proprie di chi sa calarsi nelle atmosfere romantiche ottocentesche, “facendosi epoca”.
Il racconto procede con la storia del basso tradimento verso i tre fratelli Capozzoli (Tre frati), della categoria dei cosiddetti briganti, che vengono celebrati non con la solita retorica ma col sottolinearne il rispetto per la loro “morale” (certamente nun so’ santi/ ma nun fano ‘nfamità), il loro coraggioso irredentismo al potere malvagio (Nun ce mettono ‘a capezza/ sgherri, giudici e tiranne… / nun ce so’ pene e cundanne/ ca li pono fa ferma’!) e i loro sogni di un futuro Cilento riscattato (senza tuorte, senza  uerra,/ che turnava a risciata’). Seguono, ad alleggerire la tensione, due canti allegri e ritmati, uno per la provvisoria Costituzione riconosciuta (Viva, viva! Viva, viva! Viva, viva!) e una Tarantella re primavera che inizia con un verso dolcestilnovista (A la stagione ca lu munno ‘nfiora) e termina con un’affermazione coreografica di amore libero e carnale (me fai ‘nu ‘ntuzzo e po’me cari ‘mbrazza).
La chiusura è di tragedia, tuttavia sopportata con dignità da una madre che, di fronte all’incendio di Bosco e ai resti di casa sua, canta una ninna nanna davvero struggente al suo bimbo, protestando che il fuoco «nun po’ struie chesti brazza/ ca la casa so pe’ te!», nonostante l’irrevocabilità di una situazione penosa che le fa compiere un significativo gesto rituale (Pe’ urdimo ricordo/ me strengo ‘a terra toa int’a na mano/ e com’a ‘nu ‘mbriaco m’alluntano/ cù nu rulore can un po’ passa’), dove la immedesimazione spirituale del poeta-musico raggiunge i vertici del pathos ellenico, strappando sincere lacrime al lettore/ascoltatore. Pari effetto di dolore e fierezza è raggiunto in Mmiez’o Spio, dove una madre si rivolge ai suoi figli imprigionati, ricordando con piglio dantesco  («Libertà vo’ cercando ch’è sì cara/ come sa chi per lei vita rifiuta») che «è doce e bello/muri’ accisi pe’ la lbertà» e preannunciando la scena dell’esecuzione come momento sublime della identificazione e fusione, tutta romantica, tra individuo e spirito collettivo del popolo (E ‘mmiez’o Spio vuie nun ste suli:/ rimane ‘nce verite a tutti quanti,/ c’a morte int’o core… e senza chianti,/  a coglie ‘o sango vuosto e nun scurdà!). La vena struggente dell’artista Palladino si palesa, alla fine, in Che mai facietti!, che ha a monte una nota vicenda per cui il Borbone concesse la grazia solo a uno dei fratelli De Mattia, condannando alla pazzia la familiare costretta a scegliere solo uno dei due nomi, la cui sensibilità la induce a ritenersi colpevole della morte del non-nominato. Tanta nobiltà d’animo fa invocare alla poveretta i peggiori mali su se stessa ma comunque all’interno di una comunione romanticissima tra spirito individuale e spirito cosmico (Oi cielo e terra ‘nsieme tremate…!/ Stùtete, sole, cù tutt’e stelle…!/ Sta’anema mia n’a perdunate…!/ Mille ate morte adda pruva’!).
E il nostro Poeta interpreta qui sublimemente, meglio che in altre composizioni, dove scrive sub-specie falsamente positivistica, razionale e borghese (satira, pura ironia, macchietta, temi leggeri e simili), l’invito mistico di un grande filosofo e intellettuale idealista, Friedrich D. E. Schleiermacher: quello di fare nella vita e nell’arte «tutto con religione e niente per religione».

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