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La morte ovvero l’alba che si nega alla nascita

di Pina Esposito

40203_004Quando immobile, nel gelo della morte, il corpo che vedo mi si avvicina, mi ritraggo anch’io dalla soglia della vita e penetro nel vuoto che lo accoglie e mi sommergo nella sabbia che ogni cosa distrugge e non è quella del deserto, ma è questa polvere densa di ghiaccio che si solleva dalla coltre che contiene il disaminato essere che più non è l’essere delle ore che incubavano aria e cielo, terra e acqua e oltre ad altri elementi, il sentire che riempie gli occhi, che muove le membra sotto l’impeto di un battito che poi si taciterà per sempre, senza che si sappia, oltre la soglia, quale sarà e se ci sarà un Dio che lo prenderà per mano.

Quando mi specchio nella morte, quando ne sento l’alito salirmi agli occhi e gli artigli lacerarmi la carne,

le praterie di verde e le luminosità che abbagliano e la quiete che si estende rarefatta in uno spazio che può contenere innumerevoli oceani, nell’ottusità del dolore, io divento cieca e per questo non riesco a vedere, così pure non riesco a percepire alcun canto, assordata dal rumore di troppi pianti.

Questa parola, morte, che costa fatica alla pronuncia, speculare alla vita come lo sono la notte e il giorno,

enuncia troppe cose: l’alba che si nega alla nascita, la gemma che implode, la notte che ingoia le sue stelle,

la luna che diventa solo un’unghia nera e poi ancora la crisalide che non si invola e nuvole che ritornano vapore. Si apre al baratro questa parola che è molto più di ogni altra parola, stratificata com’è nelle radici dei tempi e delle vite, della storia dell’uomo e della civiltà. Una parola che non conosce il futuro, ma che possiamo non rendere vana solo correndo indietro al passato.

La morte, diceva il poeta, si sconta vivendo, ma chi muore vorrebbe continuare a scontare la morte da vivo.

Da piccola mi dicevo che non avrei avuto timore a morire perché morendo avrei saputo cosa mi sarebbe accaduto; ancora ora non temo la morte, non so dire se è per lo stesso motivo.

Quello che temo è quel tremore che ti penetra quando la guardi scolpita sul viso degli altri.

È allora che capisci che si nasce per morire, anche se lo dimentichi mentre vivi.

Lei, al contrario di te, che cammini in fretta con le tue ore e più ne macini e più le vai vicino,lei

senza muovere un passo ti aspetta, perché sa che prima o poi arrivi.

Stanotte, con tutto li suo peso, la morte ha voluto che parlassi di lei e che stessi a farle compagnia.

Me lo ha chiesto, ora,che sono ancora viva: ogni suo viaggio lo fa stando da sola, senza compagni, pure

se se ha sotto braccio l’ultimo che è venuto a prendersi fra i vivi.

 

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