La musica integrale del Trio di Monaco

La musica integrale del Trio di Monaco

Raramente al pubblico del Teatro Verdi di Salerno capita di ascoltare concerti di altissimo livello e, ancor più raramente, di incontrare solisti di uno spessore artistico e umano paragonabile a quello dei componenti del Trio di Monaco. Si tratta di tre musicisti di fama internazionale che si sono generosamente esibiti lo scorso 10 giugno sul palco del Verdi, misurandosi con un repertorio di grande impegno tecnico e interpretativo, a favore di una raccolta fondi promossa da cinque sezioni salernitane del Rotary Club per sconfiggere la piaga mondiale della poliomelite.

Il concerto si è smarcato da qualsiasi possibile forma di rappresentazione e riproducibilità, molto al di là della ormai consueta esibizione stereotipata di certi musicisti iperpalestrati, al servizio di un mercato seriale che privilegia le prodezze muscolari più dell’intelligenza musicale degli interpreti. I solisti del Trio, lungi da ogni forma di spettacolarizzazione fine a sé stessa, hanno invece usato la propria prodigiosa bravura come cinghia di trasmissione di quel battito ritmico primigenio della musica, che – come osservava Nietzsche – «si riferisce simbolicamente alla contraddizione e al dolore originari nel cuore dell’uno primordiale, e pertanto simboleggia una sfera che è al di sopra di ogni apparenza e anteriore a ogni apparenza»*.

Di questa sfera, quasi parmenidea nella sua vibrante perfezione, si è avuta un’idea già solo nell’ascoltare le prime note de La “Grande Fanfara” di Gioacchino Rossini (conosciuta anche con il titolo “le Rendez-vous de chasse”), con cui ha aperto il concerto Alessio Allegrini (Primo Corno Solista dell’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia, della Lucerne Festival Orchestra e dell’Orchestra Mozart, fondata dal M. Claudio Abbado), preceduto sulla scena dalle suggestive sonorità del suo strumento, che è riuscito a ricreare, con incroci timbrici abilmente diversificati, le atmosfere dei quattro corni da caccia e orchestra per cui, nel 1828, era stato originariamente scritto il brano.

La prima parte del concerto è proseguita con due composizioni di Edward Elgar, dense di atmosfere romantiche e sognanti (Salut d’Amour, Op. 12, dedicato alla futura moglie del compositore) ma anche ironiche e graffianti (La Capricieuse, Op. 17), di poi confluite negli inquieti paesaggi sonori di Camille Saint Saëns (Introduzione e RondòCapriccioso, n. 28, per violino e orchestra, dedicato a Pablo de Sarasate), intrisi di folklore spagnolo, secondo la moda di fine Ottocento, e affidati al solido, misurato virtuosismo di Francesco Manara (Primo Violino Solista dell’Orchestra del Teatro alla Scala e dell’Orchestra Filarmonica della Scala), con il sostegno ritmico e morbidamente incisivo di Oliver Kern (Direttore del Dipartimento di Pianoforte e titolare della Cattedra di Pianoforte-Master di Concertismo all’Università Statale Hochschule für Musik und Darstellende Kunst di Francoforte).

Sulla scena è quindi tornato Allegrini con l’esecuzione della Sonata n. 2 in Fa Maggiore di Luigi Cherubini, per corno e orchestra (egregiamente sostituita dal pianoforte di Kern), ispirata alla celebre scuola cornistica di Parigi (che vede il suo massimo esponente in Frèdèric Nicolas Duvernoy), con un incipit dai toni solenni e l’incedere celebrativo, tradotto per l’occasione con vivacità e ironia dagli interpreti, alleggerendo il carattere un po’ pomposo tipico di certa musica francese di fine Settecento.

Un momento di altissimo lirismo è stato subito dopo toccato da Oliver Kern, interprete del Notturno per la mano sinistra (Op. 9 n. 2) di Aleksander Skrjabin che, al di là dell’ascendenza chopiniana e, come rileva Piero Rattalino, delle influenze della musica di Henselt, supera il dramma della sua genesi, frutto dei danni permanenti alla mano destra del compositore russo (arrecati da sforzi tecnici eccessivi), quasi preannunciando, con certe felici e geniali intuizioni melodiche, la musica di Gershwin. Kern ha poi chiuso la prima parte del concerto con altre tre celebri composizioni per pianoforte, di grande difficoltà tecnica e concettuale: il Momento musicale in Mi min. (Op. 16, n. 4) di Segej Rachmaninov, la Trascrizione del Liebeslied di Schumann: “Widmung” (Op. 25, n. 1) di Franz Liszt, il Preludioin Sib maggiore (Op. 28 n. 16) e la Ballata n. 1 in Sol min. (Op. 23) di Fryderyk Chopin che, con un’interpretazione intensissima e appassionata, non priva di qualche rischio, è stata condotta alla massima velocità possibile, dando nuova vita agli struggenti orizzonti della poesia in musica del compositore polacco.

La seconda parte del concerto ha visto i tre solisti esibirsi insieme nel Trio in Mib maggiore (Op. 40) per corno, violino e pianoforte di Johannes Brahms che nell’Adagio mesto, in un autentico stato di grazia, ha raggiunto un grado di espressività integrale, con la perfetta fusione sonora dei tre strumenti, divenuti parte di un unico afflato musicale e spirituale.

L’ultima parte del Trio è stata infine ripetuta come bis, richiesto a gran voce dal pubblico presente in sala, il cui entusiastico apprezzamento ha saputo ricompensare gli sforzi encomiabili dei tre musicisti e di Serafina Sabatino, Direttore artistico dell’evento che, nonostante le difficoltà organizzative, è riuscita a portare a Salerno un concerto di pura e autentica musica per una cultura sociale integrale.


* Giovanni Guanti (a cura di), Romanticismo e musica, EDT, 1981, p. 310.

Silvia Siniscalchi

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