La nascita e l’identità

La nascita e l’identità
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Tagliare la ginecologia da un ospedale e da una città non è un’azione generica e priva di significato. È vero che sull’altare dei tagli alla sanità, dell’ottimizzazione (o presunta tale) delle risorse si può fare tutto, come, ad esempio, cancellare ospedali da poco costruiti, spostare il personale medico e paramedico, accorpare reparti, sbrindellare, depennare, abolire. Si può far tutto quando a governare i processi ci sono i numeri di anonimi e grossolani dirigenti-ragionieri e non sono in gioco le identità delle comunità, il sentire comune e la storia di una città, persino il suo pedigree.

Cosa c’entra la chiusura di un reparto ginecologico con l’identità di una città? C’entra molto più di quanto si possa immaginare. E in molte comunità con una storia radicata di coesione collettiva, conta anche più. Ed è quanto sta accadendo a Cava de’ Tirreni, dove, per scelte dirigenziali e politiche si è tagliato (salvo ripensamenti) il reparto delle nascite nel locale ospedale.

Qualcuno potrà opinare che a metà e poco più del secondo decennio di questo millennio parlare di identità di una città collegandola alla mancata nascita dei figli sul proprio territorio costituisca un arcaico tradizionalismo e un anacronismo. In fondo siamo in piena globalizzazione. Che vuoi che sia nascere in un posto diverso da quello in cui vive la tua famiglia da sempre e in cui poi vivrà il nascituro? Che male fa portare sulla tua carta d’identità il riferimento a una città diversa dalla tua?

Innanzitutto, c’è da fare una rapida ed essenziale considerazione politica: io credo che una città qualsiasi del nostro territorio non possa e non debba perdere un reparto fondamentale come quello relativo alle nascite. Tutte le comunità hanno diritto ad essere dotate di tale servizio ed è inconcepibile che possano passare tagli di questa levatura.

In secondo luogo, c’è da fare un’osservazione culturale. Non voglio essere portatore di istanze vetero-municipaliste, nostalgiche e antiquate, ma neppure accetto le teorie della non-identità e lascio ben volentieri l’uno-nessuno-centomila di Pirandello ai rapporti sociali e interpersonali, in cui la mutevolezza del proprio io o le identità multiple sono diventate una sorta di regola a tratti ineludibile dell’identità sociale. Ma una sanità che cancella la ginecologia in una città non tiene conto della storia di quella comunità, estingue un vissuto, uno spaccato identitario che parte proprio da quel “nato a…” che fa capolino sul documento di riconoscimento, da esibire con orgoglio quando necessario.

È uno ius soli autoctono, l’apprezzamento fiero della propria terra, delle proprie radici; nascere nella tua città o terra ti dà delle certezze, non ti priva dell’evidenza storica del passato, cancellando la tua città dagli stati di nascita e facendola diventare un residuale luogo di dimora, quasi un dormitorio e nulla più.

È vero che le radici identitarie si costruiscono tenendo conto del dove vivi, della tua famiglia, dei tuoi amici, delle tue scuole, dei luoghi di svago e d’incontro, delle tue percezioni, della concezione che un uomo o una donna hanno di sé stessi in rapporto agli altri e alla società, eppure la nascita è il quid in più, è il certificato originale, l’imprimatur, il collegamento primario con i tuoi avi, i tuoi genitori, la linea diretta del tuo Dna, il senso pieno dell’appartenenza. E, questo, in una città con un forte carattere identitario e spirito collettivo, come Cava, conta davvero tanto.

E poi, perché nascere altrove?

La fierezza delle origini è un raggio del proprio microcosmo ma non è un integralismo becero e vuoto e il diritto a nascere nella propria città è una parte vitale del corpus di cittadino, perché un buon cittadino è colui che si sente tale e vive i pregi e i difetti della sua terra.

* professore di storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

redazioneIconfronti

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