La palma dell’amore

La palma dell’amore
di Luigi Rossi

milan-cathedral-treasury-080512135330Gesù entra a Gerusalemme per vivere la sua ora, una settimana durante la quale egli sperimenta le vicende più faticose dell’esistenza umana: il trionfo popolare, la condivisione fraterna, il tradimento dell’amico, la tristezza della solitudine, l’abbandono nel momento di disgrazia, la perdita di ogni diritto di fronte ai potenti circondato da timorosi e vigliacchi mentre s’incammina verso il Golgota solo persino di fronte al Padre. Così la croce aiuta a conoscere Dio: un uomo nudo, inchiodato e morente, con le braccia spalancate non chiede nulla per sé preoccupandosi ancora soltanto di chi gli muore a fianco. Tutto ciò diventa fondamento della nostra fede, un atto di amore grazie ad un ignobile patibolo, innesto del divino nella storia dell’umanità perché, come canta Fabrizio De André, Gesù rantola senza rancore, perdonando con l’ultima voce chi lo uccide fra le braccia di una croce.

È la situazione vissuta interiormente anche da Maria. Tutto avvenne in una fretta che fece sbandare il gruppo dei seguaci del Figlio, al quale si era accodata anche lei per celebrare a Gerusalemme la Pasqua. In quella vigilia di tragedia la povera donna osservò tra le lacrime Gesù nudo e impotente sulla croce. Maria piangeva con le altre donne, ma il suo dolore era particolarmente lancinante nel far sue le sofferenze del figlio. Si rese conto che lo stesso calore dell’amore sconcerta la gelida verità degli uomini. Gesù era diventato un amore perdente. Possibile? Se si è sempre ritenuto che l’amore debba essere vittorioso, trionfante. Ma nella sofferenza ciò appare impossibile.

Intanto Maria osservava le altre donne che le facevano compagnia tentando di infondere in loro coraggio e consolarle. Impietrite, tutte assistevano impotenti alla brutalità dei carnefici, un attimo che avrebbe trasformato la loro vita. Ciò che guardavano da lontano penetrava nel loro spirito. In particolare il cuore della Madre divenne parte di quel corpo straziato. Scoprì sotto le spoglie della debolezza e dell’impotenza la grande forza di volontà del Figlio, la determinazione necessaria per affrontare un’esperienza altrimenti incomprensibile. A quella croce era stata appesa anche la sua vita, il suo amore, la sua ragione d’essere.

Gesù confermò di voler fare la volontà del Padre. Non chiese nulla alla madre, forse sapeva che le avrebbe gridato anche lei: scendi da croce e non aveva bisogno di quel gesto per credere in lui, ma per risparmiargli altro dolore: aveva già sofferto abbastanza. No! Egli volle bere il calice fino all’ultima goccia. Allora anche Maria, ricordandosi dell’eccomi pronunziato tanti anni prima, accompagnò col suo il consumatum est del crocefisso.

Nella confusione del momento, con la terra che, rumoreggiando col suo sommovimento, sembrava protestare contro la palese ingiustizia commessa, tutti cominciarono a fuggire. Maria, ferma nei pressi, rimase bloccata a pensare per farsi una ragione e cercare di consolare il suo cuore di madre: quando si china il capo di fronte all’arroganza perché, impotenti, non si può reagire, quando si ricostruisce ciò che altri hanno demolito allora non si è perdenti. La forza va riscontrata proprio in questo abbandono alla debolezza.

Si fece coraggio e andò fin sotto la croce mentre stavano schiodando il cadavere, il figlio. Non aveva più motivo di nascondere il volto. La sua anima urlava davanti al male. Fissò occhi rimasti semichiusi prima di procedere al pietoso rito di sbarrarli. Non rimaneva che la speranza di potersi riflettere di nuovo in quello sguardo indagatore che sapeva leggerti dentro. Intanto il peso del corpo del figlio sembrò librarsi in una nebbia dalla quale lentamente si dissolveva il dolore per riscaldare di nuovo il cuore all’amore anche se crocifisso. Era evidente che a vincere sulla croce era stato l’amore.

Per alcuni istanti Maria andò indietro con la memoria, quasi a rivedere la vita illuminata dalla presenza di Gesù, fin dall’inizio, quando lo portava in grembo. Ella parlava ad alta voce e si consolava perché ormai la sua amorosa, ma dolorosa crocifissione era finita; il figlio offriva ora la libera e gratuita attrazione dell’amore. Dopo la via della croce con le cadute e gli incontri, lo strazio dei chiodi ed il resto, era finalmente arrivato il momento in cui le parole non servivano più; il tempo del dono si riduceva al silenzio: l’arroganza era stata sconfitta, tutti potevano cominciare a beneficiare della particolare forza dell’amore gratuito.

 

(www.iconfronti.it)

redazioneIconfronti

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