LA PAROLA DEL TESTO

LA PAROLA DEL TESTO
di Giuseppe Amoroso
Il critico letterario Giuseppe Amoroso
Il critico letterario Giuseppe Amoroso

È uscito il primo folto numero del 2015 della prestigiosa rivista internazionale di Letteratura italiana e comparata, La Parola del Testo (Serra Editore, Pisa-Roma, pp.287), diretta,con grande perizia e passione, da Antonio Lanza. Già ordinario di Letteratura italiana nell’Università di Roma e dell’Aquila, l’illustre filologo e dantista è molto noto per i suoi studi sulla cultura fiorentina fra Tre e Quattrocento, sulla letteratura tardogotica e per le edizioni del  Paradiso degli Alberti  di Giovanni  Gherardi, del Trecentonovelle del Sacchetti, della Novella del Grasso Legnaiuolo, nonché delle Rime  del Burchiello e del Boccaccio. È anche studioso di larghissima fama della Storia del jazz. Apre la rivista un  suo   approfondito e raffinato saggio, dall’ampia arcata critica, dedicato alle  “affinità tematiche tra la poesia persiana e la lirica italiana antica”, riproposta della presentazione di una silloge di poesia persiana di un millennio (allestita da Carla De Bellis e da Iman Mansub Basiri), tenutasi nel 2004 presso la Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte di Roma. Sensibile a ogni corrispondenza, lo studioso scopre, soprattutto in  Hafez Sirazi, autore della seconda metà del Trecento, una “congerie di spunti agevolmente reperibili nella lirica italiana”: in quella di Petrarca, soprattutto per certe tonalità di colore, e,continuando, in quelle di Folgore e Boccaccio. Affinità singolari (ma molte sorgono per “germinazione spontanea”) di topoi e stilemi tra due letterature lontanissime, a riprova di un’intensa circolarità mediterranea ed extramediterranea (ma quando, per esempio, scatta il ritratto della persiana “donna mora”, sono i rimatori comico-realitici e giocosi della nostra terra ad appropriarsene esclusivamente, opponendo alla tardogotica “donna-luce” la  “femmina procace e sensuale”). Di sorprendente illuminazione appaiono, inoltre, le considerazioni di Lanza relative ad alcuni aspetti metrici, alla tematica del vino (si pensi all’Angiolieri e al Redi) e al filone dei “cosiddetti ‘malparlanti’” (quest’ultima tendenza molto diffusa pure nella produzione trobadorica).

Seguono, sfogliando con profitto la rivista, l’avvincente proposta di Luigi Peirone, fondata sulla parola chiave “onor”, di una metafora nella terzina del  canto XV dell’Inferno, contenente la profezia di Brunetto Latini; una persuasiva visualizzazione, da parte di Josè Blanco Jmenez, della toponomastica fiorentina nel Decameron (dettata sempre da uno “sforzo di verosimiglianza”), tradotto in Castigliano; lo scrupoloso studio sulle varianti, e sul “retroterra spirituale e culturale”, compiuto da Antonella Dejure, per l’edizione  dei Dolori mentali di Gesù nella sua passione di Camilla Battista da Varano. E poi, ecco susseguirsi significativi contributi  riguardanti il linguaggio di Machiavelli nell’ottica francese, sostenuto da un cospicuo corredo bibliografico( Thèa Stella Picquet); il ritratto di un Maestro di Italiano, e strenuo difensore di questa lingua, nella Parigi del XVIII secolo (Marina Marietti); l’Alfieri nel carteggio (miniera di preziose informazioni sulla biografia e sull’arte dell’Astigiano) Paciaudi-Bodoni (Serena Insero); le presenze  del mondo letterario e storico latino, “sotto il segno di Plinio”, nel Panegirico  alfieriano (Damiano d’Ascenzi). E a completare alcune linee del profilo del tragediografo si propongono pure due brevi lettere dell’Albany, edite, con lodevole cura testuale, da Angelo Fabrizi.

Si tratta, soprattutto nei saggi di più coinvolgente respiro, di notevoli pagine critiche e filologiche condotte con mano esperta ,che gettano luce su argomenti poco studiati della nostra letteratura. L’alto valore culturale e scientifico del volume è costantemente mantenuto dagli altri numerosi studi successivi, inaugurati  da “Trovatori e giullari da romanzo storico” di Franco Suitner, il quale, muovendo da opportune considerazioni sulla narrativa di Scott e inoltrandosi nel popolato territorio degli imitatori europei, con un particolare rilievo accordato al Marco Visconti  di Tommaso Grossi, riesce a  chiarire i modi di come nasca in Italia “l’immagine di quella  poesia”. E ancora di Suitner si segnala la recensione a Le nevrosi di Manzoni di Paolo D’Angelo, inteso a trovare risposte al silenzio narrativo dello scrittore dopo l’uscita del suo grande romanzo. Un originale e penetrante recupero letterario e storico della “fantasia drammatica”e dell’“impegno umanitario” di Francesco Dall’Ongaro ci viene da Ella Imbalzano, attenta non solo al  propulsivo messaggio del poeta (la molteplice verità scaturisce dal contemperarsi del visibile con il pensiero che lo contempla), ma soprattutto alle varie tecniche di versificazione di spunti ripresi dall’immaginoso serbatoio della tradizione popolare o suggeriti direttamente dal vissuto. Non è ignorata la complessa segnaletica della scrittura, connotata pure da implicazioni classicheggianti e, insieme, dominata nell’’“espansione (…) esplicita in tutti i campi da cui possa scaturire la bellezza della vita seducente con le sue innumerevoli faville”: e, intanto, emerge spesso un filo narrativo, scenografico e flessuoso, e non immune da toni patetici. Il grande peso esercitato dalla cultura francese (e più propriamente da Alphonse Daudet) su Edmondo De Amicis è vagliato da Alberto Brambilla, sicuro nel sottolineare, nell’autore del Cuore, sempre affascinato dalla conquista di nuove forme espressive, la “maniera di lavorare” sul realismo.

A Carolina Invernizio, ”maestra del romanzo d’appendice”, si rivolge l’attenzione di Antonio Cancellieri che ne rivaluta il primato di rottura degli  “schemi stereotipi del tempo” e ne traccia la fortuna, declinando l’imponente bibliografia, anche in campo cinematografico. La lettura della lirica Cocotte (“fantasma o emblema poetico?”) di Guido Gozzano è affrontata con analitica precisione da  Selene  Sarteschi,  la quale individua  nella temperatura di uno “sperillismo afrodisiaco” quel sentimento di “aridità spirituale” che, dopo aver avvelenato la giovinezza del poeta, ora coincide con l’immagine di una “bellezza svanita”. La millimetrica rivisitazione di Luciano Fintoni, un  poeta, fra classicismo e sperimentalismo, del secondo Novecento , un po’ sfuggito all’attenzione della grande critica, fa scoprire ad Asteria Casadio una “carriera” dai tanti risvolti, fitta di echi classici, nel sogno di un’“Itaca mai perduta” e nell’approdo a un disperato “nulla”. Infine, il capo d’Antium, luogo geografico, storico e archeologico, è per Corrado Dastoli anche paese dell’anima, cantato in una lirica  evocativa e simbolica, fitta di elaborati echi letterari.

Dall’incipit, incentrato su un avvincente accostamento tra due letterature, il nutrito fascicolo della rivista giunge così, dopo aver attraversato i più ampi e differenti spazi storico-letterari, all’explicit siglato da una confessione intimistica riflessa in un descrittivismo minuto.

 

 

 

 

 

 

redazioneIconfronti

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