La parola poetica, attimo di eternità

di Luigi Zampoli
Izet Sarajlic 4
Izet Sarajlić (Doboj, 16/03/1930-Sarajevo, 02/05/2002)

Ieri sera al teatro Ghirelli di Salerno, ex area Salid, in una di quelle rare occasioni che si ricordano a lungo un nugolo sorprendentemente consistente di cultori e amanti della poesia si è riunito per un tributo al grande poeta bosniaco Izet Sarajlic, cantore di un’epopea luminosa nella tragica città di Sarajevo.
La serata è stata organizzata dalla “Casa della poesia”, una delle realtà culturali più raffinate e originali del nostro territorio, promotrice di opportunità per conoscere e approfondire le voci dei poeti, sassi lanciati nella palude della pratica “usa e getta” della pseudocultura dominante. In un incontro ideale di liriche e versi è stato teso un ponte tra Salerno e i Balcani grazie al lavoro appassionato di Sergio Iagulli e Raffaella Marzano, promotori di un progetto di “affinità elettive” tra i protagonisti dell’ars poetica delle due città. Particolarmente significativa è stata la testimonianza di Sarajlic a proposito della sua amicizia con Alfonso Gatto: entrambi “poeti di guerra”, accomunati dalla tragica esperienza dell’orrore vissuto sulla propria pelle e dalla capacità di aprire luminosi squarci di umanità tra il dolore e la morte, trasformando la soggettività della poesia in antidoto contro la spietata oggettività della storia.
La vicenda del poeta che vive in prima persona l’assedio di Sarajevo, città simbolo di tolleranza e multiculturalismo, ma anche di contraddizioni laceranti che diventano paradigma dell’incompiutezza europea, è un monito perenne sulla lunga strada della convivenza pacifica tra etnie, culture e religioni differenti. Violentata e privata della sua identità durante gli anni della guerra in Bosnia, Sarajevo è raccontata dalla viva voce del protagonista attraverso le riflessioni in forma lirica di un uomo ripiegato su se stesso, che si difende dal furore della guerra: parole che trasudano angoscia, raccolte nei giorni dell’assedio dei serbi in una video lettera registrata da due giornalisti tedeschi e indirizzata all’amico poeta Sinan Gudzvevic.
Le riflessioni di Sarajlic esprimono un sentimento misto di rassegnazione e rabbia per la sua condizione di “recluso in una città di reclusi”, in una Sarajevo divenuta “città carcere d’Europa” circondata dall’artiglieria incessante dell’esercito serbo.
Il racconto di Sarajlic, la cui parola, appena espressa, si fa subito verso, è come un testamento a cui i cittadini di Sarjevo potranno attingere per ricostruire la città che era stata un ponte ideale tra cultura occidentale e slava, cenacolo di artisti, letterati e poeti, luogo di liberi fermenti sin dai tempi del socialismo reale di Tito.
Suggestivi gli inteventi in video di Erri de Luca (con un brano tratto dal suo spettacolo “Chisciotte e gli invincibili”), Margaret Mazzantini (autrice del bellissimo “Venuto al mondo”, libro ambientato tra l’Italia e Sarajevo), Lawrence Ferlinghetti (il più europeo dei poeti beat). Ancora più toccante si è rivelato il poemetto “Sarai Sarajevo”, letto dalla viva voce del suo autore, il poeta salernitano Giancarlo Cavallo.
A distanza di quasi vent’anni dalla fine della guerra in Bosnia resta così ancora intatto il monito delle potenti e struggenti liriche di Sarjlic: vale sempre la pena di percorrere il sentiero delle utopie, anche nelle più difficili condizioni, con il conforto delle voci dei poeti e della memoria della città di Sarajevo, “luogo dell’anima”.

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