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La perdita d’ascolto della tv occasione di vistoso cambiamento

La perdita d’ascolto della tv occasione di vistoso cambiamento

Siamo lieti di alimentare il dibattito intorno alla vita, alle attese e al rinnovamento dei mezzi di comunicazione, in particolare della televisione, con questo intervento scritto per noi dal professor Franco Monteleone, docente presso l’Università Roma tre, storico della Radiotelevisione italiana, tra i più autorevoli studiosi delle comunicazioni di massa e dirigente Rai con incarichi di assoluto prestigio. La discussione su questi temi, che oggi si arricchisce di questo straordinario contributo, è stata avviata per I Confronti da una riflessione della professoressa Anna Bisogno, docente di Storia e linguaggi della radio e della televisione dell’Università Roma tre.

di Franco Monteleone*

In cinquant’anni di esercizio la televisione ha diffuso nelle case degli italiani – e, da qualche anno, nei luoghi pubblici, negli aeroporti, nei megastores, ecc. – un’offerta di immaginario che – fra crisi e resurrezioni – fa parte a pieno titolo della storia sociale del Paese. È una affermazione ricorrente. Ma fin troppo ovvia. E che ha bisogno di qualche precisazione.
Nei primi venticinque anni la televisione ha aiutato gli italiani a crescere. Ma, successivamente, la sua fin troppo conclamata “centralità”, è diventata il bersaglio di tutti quegli ambienti – comuni cittadini, intellettuali, istituzioni, movimenti, partiti – che non si sono più sentiti rappresentati dall’offerta dei suoi programmi. Non a caso, in tempi recenti, il fenomeno tv è stato studiato più per le sue anomalie che per la sua utilità. Una regressione tutta italiana, con l’eccezione dell’interesse crescente verso i new media, ma soprattutto per gli aspetti industriali o per quelli, fin troppo abusati, di rilievo sociologico.
All’inizio (ormai inoltrato) di questo primo decennio del nuovo secolo, andrebbero invece profondamente riconsiderate molte di quelle certezze, tanto spesso manifestate anche un po’ a vanvera, sul ruolo, sulle modalità dell’offerta, e sulla reale incidenza “culturale” (quindi, per esser chiari, tutt’altro che “pedagogica”) della televisione cosiddetta “generalista”. Lo chiede non solo lo scempio di un mercato spartito al 90% delle risorse pubblicitarie tra due soli competitors (Rai e Mediaset), ma lo chiede soprattutto il diffondersi di innovazioni (dall’Internet Protocol al 3G, dalla larga banda mobile agli smartphone intelligenti) che stanno determinando un radicale cambiamento nello scenario delle procedure, dei protocolli, e dei sistemi comunicativi, e che stanno modificando la configurazione “generalista” della tv alla quale eravamo abituati.
Se la prima fase stabilizzatrice di questa evoluzione – cavo, colore, telecomando, HD – si è ormai ampiamente assestata, una nuova fase evolutiva, ancora in corso, ha generato frammentazione, personalizzazione, scelte sempre più sistemiche, nuovi protocolli. Questa nuova ondata ciclica di mutazione tecnologica (molto più pervasiva della precedente, che non riguarda certo solo l’Italia, e che già molti anni or sono era stata prevista da Manuel Castells) sta ora destando qualche preoccupazione nei broadcasters; ma non al punto da seminare il panico nell’ancor pingue mercato che li distingue; mandando in soffitta il tono apocalittico di tanti giudizi che davano per scontata la morte del mezzo, tra i quali ebbe un momentaneo successo persino l’azzardo di Jean Louis Missika sulla fine della tv.
Al di là della loro effimera popolarità, si è sempre trattato di tesi sostanzialmente riduzionistiche. Neanche il cinema diffuso attraverso le sale sembra in pericolo, figuriamoci un medium come la televisione, o come la radio, che hanno distinto, più di altri, l’intera epoca contemporanea. Ciò che abbiamo di fronte è piuttosto una generale e forse inedita, e persino salutare, fase di redistribuzione dei contenuti di ciascun medium, che è cosa ben diversa dall’accreditarne la fine.
Cerchiamo di capire. Negli ultimi quindici anni il comparto delle telecomunicazioni è stato l’unico servizio che ha marcato una dinamica anti inflattiva. È un dato che certifica senza alcun dubbio la buona salute dell’intero macrosettore. Persino di fronte alla crisi globale, il 2010 sarà ricordato come un anno di svolta proficua per tutto il sistema televisivo italiano, l’anno in cui la tecnologia analogica ha iniziato ad essere definitivamente soppiantata da quella digitale. Tuttavia non si tratta solo della verifica quantitativa di uno standard tecnologico. Se fin d’ora l’ascolto della tv digitale su tutte le piattaforme ha già superato oltre il 50%, nell’immediato futuro occorrerà soprattutto capire quali saranno le conseguenze di questa tendenza; in particolare fino a che punto il processo di digitalizzazione comporterà o meno una ulteriore, progressiva frammentazione della tradizionale audience generalista.
Andiamo con ordine. Rispetto al medium televisivo, internet ha introdotto una ulteriore mutazione, anch’essa epocale. Ma internet è un “altro” medium, assolutamente diverso dalla tv tradizionale. La particolarità che esso possa veicolare immagini in movimento, se in parte lo avvicina ad essa (ma anche la tv, rispetto alla radio, non trasmette solo immagini, ma anche suoni e parole…), se ne distingue radicalmente per il suo diverso statuto normativo, industriale, linguistico, e per i paradigmi d’uso che non hanno nulla a che vedere con la classica televisione cui siamo abituati. Internet è un nuovo medium, destinato a convivere con il precedente senza per questo decretarne l’obsolescenza. Dall’invenzione del telefono e del telegrafo questa è stata la progressione esponenziale dell’intero comparto delle comunicazioni di massa che, nel corso di un secolo e mezzo, ha introdotto sempre nuovi parametri, tecnologici, economici, e individuali, che a loro volta hanno determinato varianti sempre diverse del loro uso sociale.
Per ciò che riguarda la televisione generalista, forse qualcosa di simile comincerà ad accadere in un prossimo futuro, quando in Italia la digitalizzazione avrà definitivamente uniformato, rispetto al desueto analogico, il nuovo standard di ricezione. E sarà un gran bene, perché le diverse tipologie dell’offerta televisiva potranno misurarsi finalmente tra loro, e persino completarsi a vicenda, sia in base ai contenuti, sia al genere di consumo che il pubblico intenderà farne. Tv generalista, tv tematica, tv a pagamento, tv multipiattaforme, sono tutte opzioni destinate a convivere, non a fagocitarsi..
Il definitivo passaggio al digitale dell’intero sistema va quindi gestito con l’impiego di molte risorse che, per fare solo un esempio, la RAI non mostra di possedere. E giustamente se ne preoccupa. Dal canto suo Mediaset, come si ricorderà, ha impugnato la decisione dell’Unione Europea di aprire le porte del digitale terrestre a Sky. L’appuntamento a regime con la nuova modalità di trasmissione in realtà innervosisce e non rassicura il comparto della televisione generalista. Il quale teme una perdita di audience più che fisiologica.
La televisione, così come oggi la conosciamo, non è esaltante (per usare un’espressione persino benevola). Anche se lentamente, sta addirittura perdendo quote di ascolto. Per ora è solo una tendenza, ma non è escluso che possa accentuarsi. Lo spettacolo pietoso di questa tv “mucillagine” – come l’ha definita monsignor Gianfranco Ravasi – è sotto gli occhi di tutti. La sua offerta si rivolge all’area più ininfluente e depressa della popolazione. Quindi non è forse un caso se i broadcasters generalisti hanno iniziato a rallentare i propri investimenti sul prodotto. Il risultato è che la moltiplicazione dei canali, cui si stanno dedicando da qualche tempo soprattutto i due maggiori poli televisivi, invece di diventare occasione di sviluppo, sembra piuttosto una singolare offensiva mediatica destinata a “marcare il territorio”.
D’altra parte, sul fronte della tv tematica o a pagamento, finché non vi sarà una decisa risposta del pubblico, che riconosca un reale salto di qualità dei programmi, non potrà esservi spazio per nuovi investimenti. E se, come s’è osservato, il comparto industriale delle telecomunicazioni manifesta una linea anti inflattiva, il mercato dei contenuti televisivi generalisti sembra al contrario denotare una parabola fortemente inflattiva. E se nelle inflazioni la moneta si deprezza, allo stesso modo i prodotti televisivi si immiseriscono, causando danni sociali non meno significativi: perché tali prodotti sono l’unico nutrimento “culturale” per larghe masse di popolazione.
Una fisiologica perdita di ascolto della tv generalista potrebbe quindi essere non un danno ma una opportunità, al fine di affrontare il cambiamento. Che, a mio parere, dovrà essere vistoso. Ritorna infatti in primo piano il danno rappresentato, negli ultimi tre decenni, dalla mancata realizzazione di un sistema televisivo che contemplasse una pur esigua ma efficiente pluralità di poli. Ritorna inoltre la necessità di riconfermare il ruolo centrale che, da più parti e in varie occasioni, continua a essere (ma solo formalmente) attribuito alla tv pubblica, o di servizio pubblico. Che, tuttavia, proprio sulla diversificazione tematica del prodotto sembra che stia segnando qualche punto a suo favore.
La Rai ha una grande responsabilità nella sua funzione di ente equilibratore delle dinamiche, spesso contrapposte, che hanno distinto gli ultimi trent’anni della televisione generalista italiana, pubblica, privata, locale, ecc. La Rai rappresenta una grande questione istituzionale che, tuttavia, l’azienda pubblica non ha mai avuto l’opportunità di poter dimostrare, vittima in anni recenti della brutalità di uno spoil system che non ha riscontro in alcuna televisione pubblica europea. Riconquistare il ruolo di ente equilibratore del sistema è un obiettivo certamente difficile da perseguire, ma è anche l’ultima possibilità per dare al Paese un sistema televisivo moderno e culturalmente proficuo. Nel quale persino la frammentazione dell’audience potrà essere una salutare opportunità di scelta, a tutto vantaggio dei telespettatori.

*Franco Monteleone è professore a contratto di Storia e Critica della Radio e della Televisione all’Università di Roma Tre, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Studi in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo (DAMS). Nel corso di molti anni ha via via pubblicato La Radio Italiana nel periodo fascista , Marsilio 1976; Storia della RAI dagli Alleati alla DC , Laterza 1980; Storia della Radio e della Televisione Italiana , Marsilio 1992 (giunto alla quinta edizione); La radio che non c’è , Donzelli 1995; L’emergenza telematica , Marsilio 1996. Suoi saggi ed articoli appaiono nelle più importanti rassegne di studi sui mezzi di comunicazione. Nel 1984 ha curato, con Peppino Ortoleva, la grande mostra “La Radio: storia di sessant’anni”, nelle edizioni di Torino, Bari, Spoleto e Napoli, catalogo ERI; in quegli anni ha curato anche la sezione Mass Media della Mostra dell’Enciclopedia Italiana a New York. In occasione del centenario dell’invenzione marconiana ha organizzato varie Mostre su Guglielmo Marconi: a Bologna, ancora a New York, a Pechino, a Roma, ecc. Attualmente dirige per l’editore Bulzoni una collana di “Comunicazione e Spettacolo”. Ha in preparazione, per Marsilio un volume collettaneo sui generi della televisione e, per l’Editore Dino Audino, un volume sulle soap operas di culto della tv americana. 
Franco Monteleone è stato dirigente della RAI, con responsabilità varie, dalla Terza Rete televisiva, a Radiotre, alla Vicedirezione di Rai International, alla Direzione del Centro di Produzione TV di Napoli, dove ha dato vita al real drama “La Squadra”. Ora si occupa di produzione di documentari d’arte e di grandi eventi legati all’arte contemporanea. Nel novembre del 2004 è stata inaugurata una grande mostra di fotografie di Mimmo Jodice, da lui ideata e realizzata, nella città di San Paolo in Brasile. 
È membro, al suo secondo mandato, del Consiglio direttivo dell’Associazione Sigismondo Malatesta, con responsabilità collegate soprattutto ai Colloqui di Cinema di Ischia.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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