La politica a Salerno? Ma non è una cosa seria

La politica a Salerno? Ma non è una cosa seria
di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

Quando si parla di Salerno, nei talk e nelle trasmissioni di approfondimento politico in onda sui network nazionali, scattano risolini e ammiccamenti; gli ospiti si danno (non solo metaforicamente) di gomito, scambiandosi occhiatine complici. Il messaggio che sembra essere passato, anche grazie a Crozza, è più o meno quello di una realtà da non prendere troppo sul serio. Un’isola (s)perduta, non solo incurante, ma addirittura gelosa delle proprie anomalie. Immersa in una specie di limbo spensierato il cui segno prevalente è una profonda narcosi della modernità, sublimata dai paradossi del comico genovese.

A costruire l’istantanea, ormai scolpita nell’immaginario nazionale, del piccolo villaggio meridionale felicemente regredito, sotto la patina luccicante stesa dalla propaganda, a livelli inusitati di primitivismo tribale, contribuiscono alcuni stereotipi, è ovvio. Ma il grosso continuano a mettercelo i fatti, gli accadimenti, soprattutto quelli della politica, che si susseguono a cadenza regolare. Sempre uguali, sempre gli stessi, da più di un ventennio a questa parte. Noi non riusciamo più a vederli nella loro vera essenza: abbiamo di essi una percezione distorta. Anche perché da tempo l’informazione locale, sia parlata che scritta, fonda la propria narrazione su immaginifiche e interessate rappresentazioni del reale, che si collocano in aperta contrapposizione al reale stesso. Particolarmente azzeccato il richiamo di Alberto Cuomo dalle colonne di Le Cronache all’Aglaura delle calviniane “Città Invisibili”. “In questo senso – scriveva Calvino – nulla è vero di quanto si dice di Aglaura, eppure se ne trae un’immagine solida e compatta di città, mentre minor consistenza raggiungono gli sparsi giudizi che se ne possono trarre a viverci”.

È fuor di dubbio che per molti anni è stato così, ed è tuttora così in ottica interna. Da un po’ di tempo, però (e fortunatamente, vien da aggiungere), chi ci guarda da fuori comincia a vederci per come siamo veramente. Un’iperbole, accigliata, ululante e livorosa, del Sud di questi decenni di crisi antropologica. E, dal punto di vista politico – elettorale, un pezzo di Corea del Nord trapiantato nel cuore del Mediterraneo. Un’esagerazione permanente, che di credibile non ha più nulla. Ancor meno di Napoli, che pure è riuscita a costruirsi un precario equilibrio sopra la follia. Un piccolo mondo antico, arretrato e periferico, chiuso, con ridicole pretese di autosufficienza, oltretutto sbandierate in maniera scomposta. Oltraggi sanguinosi per la città della più antica scuola di medicina, punto di congiunzione tra Oriente e Occidente, del primo governo dell’Italia liberata, di alcune tra le più feconde e straordinarie avanguardie artistiche e letterarie del Novecento (due nomi su tutti: Filiberto Menna e Alfonso Gatto). Ma possiamo, in tutta coscienza, smentire la fedeltà di questo quadro? No, non possiamo. È stato dunque alla luce di questa percezione che la lettura del voto amministrativo è riuscita ispirare, oltre gli angusti confini municipali, tutt’al più facezie e motti di spirito, anziché analisi serie e approfondite. Insomma: Salerno? Facciamoci due risate…

Due flash back della lunga maratona elettorale forniscono giustificazione piena a questo mood. Il primo riporta a domenica notte, quando i dati delle sezioni già scrutinate andavano delineando il quadro di quella che poi si sarebbe rivelata come una straordinaria performance personale di Enzo Napoli. Sbalzato oltre ogni più ragionevole e realistica previsione da un’inaspettata massa di consensi. Soprattutto oltre il limite imposto dal “dante causa”, fissato intorno al 54-55% (più o meno la stessa percentuale raggiunta da Mario De Biase nel primo dei due “interregni”). Il “supplente” stava, dunque, oscurando il “titolare”. Soprattutto, minacciava di relegare in un cono d’ombra i legittimi eredi, mettendo a rischio, agli occhi dell’opinione pubblica, il processo di successione già stabilito secondo l’immortale criterio del familismo amorale. È stato a quel punto che il “titolare” ha fatto irruzione nel comitato di piazza Amendola, attirando su di sé le telecamere e i taccuini, mentre il sindaco legittimamente eletto se ne stava rincantucciato in un angolo, a osservare in silenzio. Peccato che nessuna televisione abbia pensato di riprendere la scena: un primo cittadino appena plebiscitato dagli elettori, insomma il vero protagonista della serata, costretto ad aspettare il proprio turno di interviste dietro le quinte. Chissà che irresistibile sketch avrebbero potuto allestirci gli autori di Crozza. Il secondo è stato il giro televisivo di uno dei due eredi al trono cittadino il giorno successivo alle elezioni. All’ora di pranzo gli spettatori salernitani hanno assistito, a reti pressoché unificate, a un surreale “messaggio alla città” di un giovanotto che non aveva avuto alcun ruolo formale nelle elezioni, non essendosi candidato in nessuna lista. E che per circa tre quarti d’ora ha parlato impersonalmente di Regione, Comune, “filiera istituzionale”, programmi, progetti, e del Pd, in realtà riferendosi ad una persona sola. Il padre (!). Ora, al di là di tutte le pensose riflessioni sul tunnel in cui si è cacciato il Pd in Campania e anche in provincia, e degli spunti che pure vengono da questo voto (il ritorno della sinistra in consiglio comunale dopo 10 anni di assenza, il calo di consensi, quantificabile in 8000 voti circa, delle tre civiche che appoggiavano Napoli, il ruolo decisivo delle liste del Psi, dei Verdi e dei Moderati nella sua schiacciante vittoria, l’aumento dell’astensionismo, 10mila elettori in meno rispetto al 2011) vi pare che quella salernitana sia, nel suo complesso, da considerare una vicenda seria? Suvvia…

In primo piano: Roberto De Luca, figlio del governatore: il suo attivismo post-elettorale ha praticamente già oscurato Enzo Napoli, il sindaco appena eletto

redazioneIconfronti

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