La politica come emozione

La politica come emozione
di Giuseppe Foscari *
Giuseppe Foscari
Giuseppe Foscari

È proprio blasfemo parlare della politica come un processo emozionale e come un serio e generoso impegno civile o ci siamo totalmente abituati al suo degrado clientelare, cinico e disonesto, al punto da non avere il coraggio di immaginare altro modo di intenderla? Mi spiace, ma io non ho alcuna intenzione di rassegnarmi a questo andazzo, a costo di passare per un visionario. Per me l’attività politica resta una meravigliosa forma di dedizione alla causa degli altri, per la risoluzione di problemi, la programmazione e la realizzazione di atti e azioni che servano a migliorare le condizioni di vita e colmare il più possibile le disuguaglianze economiche e sociali. Un’azione coraggiosa quotidiana che deve essere corroborata, nutrita e vissuta come un’emozione interiore, come un lungo momento di trepidazione e come una suggestione che la rendano una pratica simile a quella di un monaco tibetano, sobrio ma intenso nel suo percorso di impegno morale e civile, fermo e deciso nel tutelare l’interesse generale. Un’emozione che il politico deve saper anche trasferire a chi lo ascolta, al punto da far diventare quel patos individuale un solido valore collettivo, una condivisione stimolante e seducente, ma vera e sincera.

Machiavelli sottolineava come il principe, e per estensione, il politico, dovessero parlare al popolo raccontandogli ciò che egli avrebbe voluto sentirsi dire. Messaggio che non va interpretato solo nella sua plausibile capacità dissimulatoria, falsa e ingannevole, perché, invero, contiene anche una lettura di altro segno, in sintonia con le cose che sto dicendo: convincere il popolo a seguirti lungo un percorso vuol dire saper toccare le sue onde cerebrali, saperlo lusingare con l’affabulazione, l’arte oratoria. A patto che se ne rispettino i bisogni e soprattutto, che alle promesse fatte corrispondano un reale impegno civile, una sinergia di comportamenti e di provvedimenti, un’onestà indiscutibile. La capacità di persuasione del popolo deve corrispondere, in buona sostanza, ad una serietà ed autorevolezza del politico. Machiavelli leggeva questo processo in funzione del raggiungimento del consenso, necessario per il principe-politico per il consolidamento del suo potere e per il mantenimento dell’ordine costituito, ma senza mai venire meno al rispetto di un patto non scritto con il popolo stesso. Quel patto con il popolo e, per estensione, con l’elettore, va vissuto e interpretato prima di tutto come patto morale. Ecco l’importanza del processo emozionale, che si trasferisce poi nella serietà della proposta politica, che può essere immaginata solo come virtuosa difesa del bene comune. Su queste premesse il politico non può mettere in moto processi clientelari, non può svendersi per raccattare voti, non può svilire il suo ruolo accettando compromessi delinquenziali, non può deridere la malasorte delle persone deboli, ma deve, al contrario, mettere in campo tutta la sua abilità e autorevolezza per creare reti sistemiche di solidarietà. Altro che auto blu, privilegi, aerei gratis, cene gratis e regali. Il politico deve conservare una profonda forza morale che può derivare solo dal piacere di aiutare gli altri a vivere meglio. E ciò può avvenire non se finge di commuoversi al cospetto delle altrui sciagure, ipocrisia che sfiora il ridicolo, ma se assume a suo carico i bisogni altrui con l’eticità che la sua funzione richiede.

L’emozione deve avere voce, altroché se deve averla.

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno
redazioneIconfronti

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