‘La preghiera dell’umile penetra le nubi’

‘La preghiera dell’umile penetra le nubi’
di Michele Santangelo

commentoLa vita quotidiana, per come essa si svolge a livello individuale e sociale, e dovunque, in questo mondo ormai qualificato e a ragione globalizzato, avrebbe dovuto insegnare un po’ a tutti che a ben poco serve, anche se fosse vero, convincersi di essere superiori agli altri né per ciò che si ha, né per ciò che si è. Sembra perfino banale fare un’affermazione del genere, eppure tutti ne abbiamo incontrate di persone che vanno tronfie della loro superiorità, guardando dall’alto in basso gli altri, stabilendo una specie di continuo confronto non soltanto per misurare quanto si sia superiori agli altri, ma anche, e forse soprattutto, per avere contezza di quanto gli altri siano inferiori nel confronto, quasi ad assegnare le basi su cui poi fondare anche l’eventuale disprezzo. Siamo così di fronte a ciò che potremmo definire le coordinate della superbia che si esprime non solo attraverso la convinzione di essere migliori degli altri, ma anche sottovalutandoli fino al disprezzo. È il quadro che viene presentato dalla parabola che racconta Gesù ai suoi ascoltatori nel brano di vangelo dell’evangelista Luca in questa XXX domenica del tempo ordinario. Solo che in questo caso il tutto avviene con un’aggravante, quella di pretendere dal parte del fariseo di turno, di stabilire la differenza tra sé e gli altri, perfino rivolgendosi a Dio nella preghiera. In altri casi Gesù aveva fatto ricorso a racconti analoghi per comunicare l’idea che Dio protegge il debole, difende e favorisce l’oppresso, come quando aveva notato di fronte alla cassa per le elemosine la povera vedova che vi gettava solo due monetine ed era tutto quanto possedeva ed alcuni ricchi invece che mostravano con aria di sufficienza le loro generose offerte, traendo da questo la sua lezione: il grande valore davanti a Dio delle due monetine, e il niente spirituale delle ricche offerte degli altri. I protagonisti del racconto odierno: da un lato il fariseo, ritto, impettito davanti all’altare in solenne atteggiamento di preghiera, dall’altro, in fondo, quasi nascosto, un pubblicano, un esattore delle tasse, che naturalmente non godeva di nessuna simpatia da parte degli altri, anche questo in preghiera, con capo chino, in atteggiamento dimesso, convinto anche interiormente, nella sincerità del proprio animo, convinto di essere povero ed umile davanti a Dio. Tutti e due sono uniti dal sottile filo della preghiera, ambedue pregano, ma opposto il loro modo di pregare. Il fariseo narcisisticamente approfitta dell’occasione per presentare a Dio i suoi meriti nel non essere come gli altri, “ladri, adulteri, ingiusti e neppure come questo pubblicano”. Non loda Dio il pubblicano ma incensa, ipocritamente, se stesso. Il pubblicano invece, in atteggiamento di umiltà interiore ed esteriore, tanto da non osare “nemmeno di alzare gli occhi al cielo”: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. È il dialogo con Dio che tutto vede e tutto salva. Una preghiera che mette tutto nelle mani di Dio, riconoscendone la paternità misericordia. È la fede che salva, quella a cui il Signore non rimane indifferente. “La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata non si contenta”. Quella del fariseo si ferma davanti al muro del proprio orgoglio, uno schermo impenetrabile perfino alla preghiera. Purtroppo l’orgoglio spirituale conduce alla convinzione di poter fare a meno anche della misericordia di Dio, porta a pensare di non aver bisogno di nessuno per salvarsi, un senso di arrogante autosufficienza che porta a tramutare in tenebra la luce che il fariseo si autoattribuisce, mentre l’intima umiltà del pubblicano gli vale la giustificazione di Dio. Così Gesù ci ricorda oggi il primato di Dio nella nostra salvezza e la potenza della preghiera che è tanto più efficace, quanto più è grande la coscienza che solo Cristo è il Santo e solo Lu è Salvatore.

redazioneIconfronti

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