Dom. Lug 21st, 2019

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La “primavera” araba e i rischi globali della libertà di comunicare

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All’indomani della cosiddetta primavera araba che vide i regimi di diversi paesi del Medio Oriente, dall’Egitto, alla Tunisia, alla Libia, al Baherin, allo Yemen rovesciati da una ondata di rivolte che agli occhi degli occidentali parvero presagire un vento di democrazia parlamentare in paesi da decenni retti da famiglie, tribù o dittatori che negavano diritti elementari ai cittadini spesso in nome di una legge religiosa che ammantava i loro propri interessi e spesso anche quelli di alcuni paesi occidentali che li avevano sostenuti nella loro scalata al potere, chiesi al rabbino David Lincoln, di New York, tra i massimi esperti americani sui rapporti politici e religiosi nel Medio Oriente, cosa ne pensasse della primavera araba.

Foto: dailyblog.it

di Vincenzo Pascale (NY City)
Foto: dailyblog.it

All’indomani della cosiddetta primavera araba che vide i regimi di diversi paesi del Medio Oriente, dall’Egitto, alla Tunisia, alla Libia, al Baherin, allo Yemen rovesciati da una ondata di rivolte che agli occhi degli occidentali parvero presagire un vento di democrazia parlamentare in paesi da decenni retti da famiglie, tribù o dittatori che negavano diritti elementari ai cittadini spesso in nome di una legge religiosa che ammantava i loro propri interessi e spesso anche quelli di alcuni paesi occidentali che li avevano sostenuti nella loro scalata al potere, chiesi al rabbino David Lincoln, di New York, tra i massimi esperti americani sui rapporti politici e religiosi nel Medio Oriente, cosa ne pensasse della primavera araba. La risposta fu lapidaria: “Ne usciranno vincitori i gruppi fondamentalisti islamici e il Medio Oriente ritornerà ad essere una polveriera per l’Occidente”.
Puntualmente la cosa si è verificata anche alla luce di un video girato da uno pseudo regista americano che ha oltraggiato il profeta Maometto. Il video ha innescato una serie di violente reazioni a catena in tutti i paesi del Medio Oriente contro il nemico numero uno: gli Stati Uniti d’America, agli occhi dei terroristi visti come paese blasfemo che ha osato sfidare l’inviolabilità della persona e dell’ethos del profeta Maometto. Ovviamente la situazione è molto più complicata e non affatto di facile risoluzione. Due sono ora gli aspetti che l’amministrazione Obama, investita da tale problema, suo malgrado, deve sbrigare. Il primo garantire l’incolumità dei suoi diplomatici in Medio Oriente ed i suoi interessi nell’area arginando il proselitismo terroristico che Al Qaeda sta conducendo in tutta l’area Nordafricana e subsahariana. Il secondo aspetto riguarda la gestione dell’informazione interna incluso la possibile revisione sulle leggi di diffusione di video su Internet. Può una nazione essere considerata responsabile per un video ritenuto blasfemo, postato da un suo cittadino? Internet ed i social media hanno aperto una enorme e straordinaria opportunità di comunicazione e sappiamo che una solida democrazia si base sul diritto della libera circolazione dell’informazione. Quando essa deve essere costretta a rivedere la sua stessa esistenza, la democrazia e la forma comunitaria che essa genera iniziano a diventare altro. Il rischio che l’Occidente corre è proprio questo vedersi ristretta la sua capacitò di espressione e di libera circolazione del pensiero minacciato dalla violenza di chi crede che la ragione sia sempre e solo da una sola parte .

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