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La primavera di Gordon Copperny

La primavera di Gordon Copperny
di Giuseppe Amoroso

Gordon è un ragazzino che non si sente più amato dal padre, titolare di una grande impresa costruttrice di attaccapanni. Sente il genitore simile a una “lampadina accesa che non produce più calore”, mentre la madre è tanto più vicina ai suoi occhi “da occupare metà del suo orizzonte”. Crescendo in solitudine mostra di avere inclinazioni diverse da quelle familiari, ha “interessi strani come la lettura di un libro o di un fumetto”, è attratto dalla natura e dalle scienze. E le lettere iniziali del suo nome e cognome gli sembra che si guardino “come il simbolo dell’infinito”. Quasi incerto, nell’avvio, sull’itinerario da imboccare, il romanzo di Matteo Cellini, La primavera di Gordon Copperny Jr (Bompiani, pp.251), avanza a ritmo misurato, avvolgente e prudente, analizza a fondo la storia della famiglia del giovane, inserisce i personaggi a poco a poco in una struttura solida, totalitaria, attrezzata a dedurre, anche dagli indizi marginali più impervi, una copiosa gamma di avvisi, notazioni psicologiche e rilevanti o neutre ma sempre diffuse con calligrafica attenzione. Ne scaturisce una plusvalenza didascalica di caratterizzazioni che rischiano talvolta di entrare a buon diritto nel saggio, sorvolando le attese di sviluppi narrativi. Si sfogliano così passi come tessere esemplari, attrezzate al compito di risolvere la qualità di un carattere o di un ambiente, come per sostituire l’impulso serpentino di un intreccio. Dal rischio della schematizzazione l’autore si allontana presto, quando incomincia a mutare l’enunciato in un destino di avventura, una promessa di azione. Nasce una dialettica tra le parti che fiorisce più sulla fascinazione delle cose che sulla meditazione, sulla metafora più che sul ragionamento. Ma soprattutto su un brusco cambio di scena che inietta nel ritmo pausato di partenza la frenetica freccia dell’azione, con una rapina e la presa in ostaggio di Gordon e di MacCboom, ambulante venditore di tagliaerba capitato per caso, da parte di malviventi incappucciati che “vibrano accovacciati come palle nere di cannone”. Liberatisi con uno stratagemma, i due fuggitivi danno il via a un viaggio, su una vecchia Plymouth, che ha il sapore di una fuga verso un seducente miraggio di libertà.

“Strampalato come un clown”, McCboom , che cerca “un posto nel mondo dal quale non ti possono cacciare” (ma “i poveri sono prima di tutto di nessun mondo”), da principio spera di liberarsi del bambino che, però, lo segue immerso nei ricordi. Lungo il cammino si allargano gli orizzonti, si infittiscono di volti, stanno a mezz’aria tra realtà e sogno, dettagliatissime descrizioni e spaesamenti, rinvii a un immaginario nel quale i protagonisti vorticano senza sosta: Gordon pensa che il sole “possa esplodere”; McCboom, intento a misurarsi con gli spigoli taglienti del suo passato, guarda intorno e vede “trecce di nuvole settecentesche” fare del cielo un salotto buono”. Azioni su azioni rimbalzano in taglienti proposte linguistiche e stilistiche (spazi bianchi, improvvisi a capo, righi monolemmatici, procedure ellittiche) nelle quali, con nitida rapidità, risulta possibile seguire storie attese dalla malinconia, e un viaggio simile a una pellicola” che alla fine “sta per riavvolgersi completamente. C’è un “senso strano” ovunque: strade e incroci di Boston “sgomitolano, si sostituiscono alle svolte, ai palazzi, ai semafori”, divengono “sacchi di plastica nera” con sopra impresse le etichette che catalogano i ricordi.

Un universo stravolto ccoglie il ritorno inchiodato su mete irraggiunte, dipinto di frananti utopie. Gordon, stretto nel suo montgomery simile a un “paracadute osso ”, intuisce angosciosamente di essere nel torto. Solo in questo enorme deserto di polvere, “la torre e le montagne cinesi disintegrate”: incapace di mutare in nuove dimensioni il suo ieri e di ripartire da lì, “come avviene coi resti del passato trasformati in musei”. McCboom impiega una vita a “ricostruire il passato prossimo”; per lui Gordon è l’“idraulico che gli ha liberato i tubi del pianto”. E piange “come un doppiatore che arriva in sala doppiaggio con anni e anni di ritardo”. Non vi sono più film, e “ le scene di dolore si sono confuse con le altre”. In questo romanzo di esistenze dissimili ma unite dal medesimo bisogno di una luce salvifica, i vari tempi si presentano come tasselli esemplari di un disegno che intende sciogliere, attraverso una serie di passaggi brevi, il codice di una tesi in quello di una potente illuminazione scenica.

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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