La propaganda che svia

La propaganda che svia
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Ci sono molte cose che proprio non si possono tollerare nell’azione dei governi: dissimulare, mascherare la realtà, utilizzare la propaganda per raccontare un mondo diverso da ciò che è, e soprattutto, per parlare di provvedimenti diversi da quelli adottati. La tecnica che si utilizza nei decreti legge o nelle leggi  è mettere in ombra ciò che potrebbe non piacere al cittadino, omettere qualche dato e tessere le lodi di una parte della normativa spostando l’attenzione della gente, anzi, spesso, depistando l’ascoltatore o il lettore.

Intendiamoci, quest’alterazione dell’informazione è da sempre una prerogativa della politica, abituata a cambiare le carte in tavola già dai tempi dell’antica Grecia e dei Romani. Se Pericle ci ha lasciato in eredità il suo famoso Discorso agli Ateniesi bisogna pur riconoscere che c’era una parte del mondo in cui vizi, scorrettezze e cialtronerie varie erano la prassi della politica e non l’eccezione. E lui pensò bene a marcare a differenza tra le qualità della “sua” democrazia e le degenerazioni delle altre società, lasciandoci ampiamente intendere che quelle degenerazioni altrui fossero molto accentuate.

Renzi non è da meno, vi assicuro. Come non le erano stati Berlusconi, Prodi, Monti e Letta. Ci sono due cose suppletive (tra le tantissime già emerse) che stanno affiorando nel governo del toscano: l’idea che questo governo stia facendo tutto per valorizzare il merito; l’affermazione che tutto passi per scelte concordate, discusse e approvate solo con qualche voce di dissenso.

Iniziamo dal merito. Nella scelta delle nomine Rai il tam tam dell’informazione filogovernativa sta parlando di una soluzione presa guardando i curriculum (o curricula, secondo la lingua latina) e di una politica che ha solo preso atto delle qualità delle persone nominate. La cosa che non entra proprio come possibile ragionamento nella testa di Renzi è che la politica non dovrebbe affatto decidere queste investiture, che sono sempre il frutto di accordi, intese, mediazioni, sotterfugi, spartizioni e lottizzazioni tra partiti politici (o nel partito di maggioranza) per sistemare uomini propri e controllare l’informazione pubblica. Il rottamatore in sostanza non immagina neanche lontanamente che la politica dovrebbe uscire fuori da questi processi decisionali e non farli passare come azioni di riconoscimento del merito, alterando vistosamente il senso della decisione e del processo in atto.

Non è da meno ciò che accade per l’altro aspetto, in cui Renzi continua a farci intendere la natura condivisa delle scelte politiche in atto, dopo aver dato a tutti tempi e modi per parlare ed esprimere le proprie idee. Sappiamo bene che non è così. Fatto sta che il dissenso nel paese si allarga ma sta producendo un ulteriore effetto pernicioso per la democrazia: la convinzione da parte del premier  che solo accentrando funzioni e processi decisionali si possano risolvere i problemi del paese. Dunque, la panacea di tutto sarebbe: tagliamo gli organi di rappresentanza politica e di controllo democratico e diamo maggiore velocità all’azione politica concentrando le funzioni su poche, pochissime persone del governo.

Il tutto morbidamente accompagnato dall’informazione propagandistica di regime, che svia, modifica, depista, acconcia, cura e propina. Il regimismo del XXI secolo (mi si passi il neologismo) è la summa teologica dell’attacco alla democrazia e ingloba il “cerchio magico” di Renzi (dove tutto si decide) e il partito della Nazione ai cui il premier vuole tendere.

Ma altro è democrazia.

* professore di Storia dell’Europa, Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, Università di Salerno

 

 

redazioneIconfronti

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