Renzi alla prova dei fatti

Renzi alla prova dei fatti
di Angelo Giubileo

Matteo_Renzi_perplessoAlla scadenza di circa quindici mesi dalle elezioni europee di febbraio 2014, è saltata la strategia comunicativa di Renzi e della maggioranza del Pd che continua a sostenerlo. È saltata, sì, e con tutta evidenza: alla prova dei fatti!

Se si esclude l’elezione del Capo dello Stato e l’approvazione delle leggi sul jobs act e sull’italicum, non molto, almeno rispetto alle premesse, è ascrivibile al bilancio dell’azione di governo. Talvolta ne è emersa la difficoltà di affrontare, talaltra soprattutto l’incapacità di risolvere i problemi reali, ad esempio in ambiti di settori quali ancora la giustizia, l’istruzione e il rinnovo delle istituzioni, tra province e Senato. Eppure, come sempre accade in democrazia, le elezioni, ora regionali, costituiranno il nuovo banco di prova relativo alla fiducia che gli italiani intenderanno riporre nei rappresentanti già eletti o comunque eleggibili. Prima della fiducia, conteranno però i fatti.

E, proprio in merito ai provvedimenti che si diceva bene o male adottati, i numeri dell’Istat sull’occupazione testimoniano, ad esempio, di un vero e proprio saliscendi: +102.000 a settembre; – 35.000 a ottobre; – 61.000 a novembre; + 42.000 a dicembre; + 7.000 a gennaio; -44.000 a febbraio; -59.000 a marzo; nell’arco di un anno, dice l’Istat, si è tornati “sul livello dello scorso aprile”.

Anche sugli effetti dell’italicum, il giudizio deve rimanere sospeso. Si è detto che la sua approvazione avrebbe potuto costituire uno strumento in mano a Renzi per andare al voto e liberarsi dell’opposizione sia interna che esterna al Pd. Ma, alla stregua dei fatti, anche questa ipotesi è stata finora accantonata. La prospettiva plausibile di un voto immediato è stata dapprima rinviata alla scadenza della clausola per la riforma del Senato, ovvero alla presunta data del luglio 2016, per poi essere eventualmente accantonata, a seguito di referendum o nuova pronuncia d’incostituzionalità o, semplicemente, in vista della scadenza naturale della legislatura fissata al 2018.

In sintesi, su questi ed altri provvedimenti adottati, Renzi e la “sua” parte del Pd hanno avuto, come si dice, buon gioco a rappresentare il “nuovo” che si oppone al “vecchio”. Nonostante, come abbiamo sottolineato, sul provvedimento prioritario del governo, i numeri non si siano mostrati almeno finora accondiscendenti. Tuttavia, da almeno qualche giorno, è evidente che la strategia pura e semplice del “nuovismo” non basta più.

Al bilancio del governo, servirebbero i “nuovi” numeri di un’economia del paese, che tuttavia non riparte anche nella fase di ripresa dei mercati internazionali; e quindi, in assenza dei “nuovi” numeri che servirebbero, occorre rifare i conti con i “vecchi” numeri, come ad esempio i soldi per i pagamenti degli stipendi ai dipendenti delle province o i soldi per la mancata parziale indicizzazione delle pensioni 2012 e 2013. In quest’ultimo caso, dimostrando chi di competenza, almeno la capacità a fare i conti, in previsione di una stima di spesa che, a livello di strategia comunicativa, viceversa oscilla ancora tra i tre e i sedici miliardi circa.

E tuttavia, l’esempio assolutamente clamoroso, di una strategia comunicativa che non basta più, è rappresentato dalle vicende legate all’elezione regionale in Campania. Fatti, per i quali, sia Renzi che il candidato-presidente del centrosinistra – egli stesso già dichiarato “ineleggibile” a seguito di una più recente sentenza esecutiva del Tar della Campania – parlano di “impresentabili” concorrenti nelle liste della coalizione che, com’è evidente, appartiene ad entrambi. Non si discute dei fatti, che inevitabilmente sono alla base del giudizio d’“impresentabilità” o “ineleggibilità”; si resta al livello di una semplice comunicazione che, in base alla consunta strategia del premier, ha a che fare soltanto con un’immagine che, nel caso di specie, si è costretti ad ammettere perfino superata. Tanto che la si definisce “impresentabile”, anche se, nei fatti, è presentata agli elettori.

Un’immagine che, ancora tuttavia, facendo appello alla logica del giudizio dell’elettore, presuppone piuttosto un’analisi dei fatti, quei fatti specifici che hanno reso i candidati di cui si parla taluno “impresentabile” talaltro “ineleggibile”. Almeno quei fatti, ed i conseguenti giudizi, che in definitiva dovrebbero spingere l’elettore all’esercizio del voto di fiducia.

redazioneIconfronti

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