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La provincia addormentata scrutata da un cronista dell’anima

La provincia addormentata scrutata da un cronista dell’anima
di Silvia Siniscalchi

prisco

Nell’ambito dei rapporti tra letteratura, geografia e studi sul paesaggio, l’idea di una rilettura in chiave geografica de “La provincia addormentata” di Michele Prisco (scomparso nel 2003) prese corpo durante una serata dedicatagli dallo “Sport Club Oplonti” di Torre del Greco, nel corso della quale Ermanno Corsi (al tempo presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania) aveva rimarcato l’importanza delle componenti geografiche dei romanzi e racconti del “meridionale scrittore” (come egli stesso si definiva, rigettando la folcloristica etichetta di “scrittore meridionale”), originario di Torre Annunziata.

Indubbiamente il rapporto tra Prisco e la geografia ricorre in molteplici aspetti della sua produzione narrativa e giornalistico-letteraria, non solo nell’ambito dei lavori dichiaratamente geografici – tra cui i testi di commento al lungometraggio “Campania” di F. Quilici (1971) e al volume “La Terra dei miti” (1997), nonché i numerosi resoconti di viaggi, apparsi, dal 1955 al 1994, su quotidiani e riviste nazionali (di poi selezionati e raccolti nel libro “Il cuore della vita”, del 1995) – ma anche nella peculiarità del suo linguaggio, delle sue modalità analitiche e descrittive e, infine, nella sua stessa concezione della genesi dell’opera letteraria. Quest’ultima è analogicamente considerata il frutto di un processo di superamento di ostacoli “spaziali” più o meno ardui, come rimarcato dal più volte citato paragone dello scrittore tra i romanzi, faticose “montagne” da scalare, e i racconti, “terre basse” di più agevole percorrenza. Non a caso gli stessi critici hanno frequentemente fatto ricorso alle metafore geografiche per illustrare le caratteristiche narrative di Prisco, un osservatore attento e meticoloso della realtà che lo circonda, un “cronista dell’anima”, un “geografo della psiche”, un pacato, lucido “esploratore” dei moventi psicologici posti alla base dell’agire umano, come rilevato dalla maggior parte dei suoi più autorevoli commentatori (da C. Bo a P. Giannantonio, G. Amoroso, M. Pomilio e C. Segrè).

Lo spazio, entità  anche allegorica

In tale prospettiva si collocano i contenuti geografici degli undici racconti de “La provincia addormentata” (risalente al 1949), ricca di tematiche ed elementi narrativi sviluppati nei successivi lavori prischiani; i costanti richiami alla natura e ai paesaggi vesuviani si fondono infatti nell’opera con i significati psicologici e allegorici del concetto di “spazio”, inteso non solo in senso strettamente fisico ma quale archetipo conoscitivo, strutturalmente connesso (come il tempo e la memoria) all’intelletto umano. La semantica spaziale di Prisco si coniuga perciò al plurale, secondo un punto di vista cangiante, ora narrativo (con il riferimento alla scoperta di «una nuova regione» nella «geografia letteraria»), ora psicologico (con la coincidenza tra l’idea di spazio come «riduzione geografica» ed «esempio di umanità») e, per certi versi, deterministico (con la relazione tra caratteristiche del paesaggio e disposizione d’animo dei suoi abitanti). In tal modo, lo spazio geografico e psicologico de “La Provincia addormentata” assume un significato universale, potenzialmente adeguato a un qualunque luogo della terra, alla pari di quanto avviene nelle province (rispettivamente francese e americana) di Mauriac e Faulkner (come rimarcato da Aurelio Benevento qualche anno fa). Allo stesso tempo, l’inconfondibile identità geografica della provincia di Prisco è tuttavia riconoscibile, oggettiva, concreta, come dimostrano le sue dense, accurate descrizioni paesaggistiche, ricche di elementi peculiari (cromatici, sonori, agrario-naturali) e precisi riferimenti toponomastico-localizzativi. I racconti, sullo sfondo della pigra e sonnolenta campagna vesuviana «sfatta di luce», sono difatti ambientati in «un gruppo di borgate ininterrotte o separate tra loro da colline di pini o castagneti o altre zone altrimenti boschive» (come si legge nella nota preliminare dell’autore), di volta in volta esplicitamente nominate: si tratta delle contrade di Leopardi, Santa Maria La Bruna (Torre del Greco) e dell’attuale comune di Trecase, luogo di infanzia molto caro allo scrittore (che vi trascorreva le vacanze nella villa di famiglia).

L’inganno dei luoghi

S.Maria-la-Bruna3Ma la soggettività e oggettività della geografia prischiana coesistono inseparabilmente: i luoghi dei racconti, infatti, sono altresì i preziosi custodi di antiche consuetudini, di rapporti umani semplici e genuini, che il rumore, il caos, i ritmi vorticosi e alienanti della città hanno invece smarrito. Prisco ama la provincia, la predilige, ma è consapevole della presenza di «una specie di inganno» nell’apparente, placida immutabilità delle sue «contrade semplici e sane, dove la vita sembra fermarsi improvvisamente intorpidita dall’invadenza del sole». Nel «calore di questa terra immersa nei colori», descritta con una prosa tanto densamente impastata da trasmettere al lettore la percezione quasi tangibile di riverberi, suoni, odori e sapori, si delineano infatti le prime avvisaglie del declino di un mondo ripiegato su se stesso. Si tratta della superbia ottusa dei suoi abitanti, facoltosi e inerti borghesi, chiusi in sé stessi, incapaci di comunicare, tormentati da desideri irrealizzabili, frustrazioni e sensi di colpa, che si muovono alle falde di un Vesuvio pericolosamente quiescente. Al cospetto dei loro turbamenti, gli elementi paesaggistici assumono un significato bifronte: ponti di comunicazione tra passato e presente, testimoni di solitudini e segrete sofferenze, per un verso; allo stesso tempo inquietanti minacce, presagi di sventure e calamità. In realtà, a conferma di quella scissione che G. Simmel considerava la principale manifestazione della lacerazione tra cultura e natura dell’età moderna, i paesaggi della provincia prischiana sono spettatori silenti, indifferenti e inerti al cospetto di avvenimenti che non possono coinvolgerli. Più che mirare all’improbabile ricomposizione di un’insanabile frattura tra mondo reale e ideale, tra aspetto dionisiaco e apollineo dell’esistenza, il loro compito sembra essere piuttosto quello di contribuire a prolungare il sonno di una società borghese fragile, indolente, dedita a «una vita placida, ferma, un po’ trasognata», incapace di interagire con la realtà. Nella provincia addormentata, dunque, il sonno, spesso, si confonde con il sogno (a conferma del doppio significato del “suonno” napoletano), in un torpore ozioso che conduce all’accidia, alla passività cognitiva (simile, per certi versi, al fenomeno di distorsione di festingeriana memoria), morale e, di qui, alle più incontrollate e imprevedibili conseguenze. Il sonno privo di ragione, infatti, genera i sogni ma anche gli incubi e i mostri (come recitato dal frontespizio di una celebre incisione settecentesca del Goya), concretamente visibili in un mondo divenuto, nel frattempo, sempre più povero di valori autentici. Un sonno, dunque, che Silvio Perrella, nella sua introduzione all’ultima edizione de “La provincia addormentata”, considera giustamente di origine e pertinenza non solo geografica, ma, ancor più, di tipo morale e fisico, quale connotazione del mondo esterno, del paesaggio. Sebbene quest’ultimo non possa essere definito un “paesaggio sociale” – conformemente al carattere intimistico e introspettivo della poetica di Prisco, allergico a qualsiasi forma di letteratura partigiana o ideologica – la ricchezza semantica dei suoi elementi descrittivi riesce comunque a trasmettere l’idea del carattere e dell’habitus mentale della società in esso sottesa, con uno stile narrativo direttamente rivolto alla capacità del lettore di trarne indicazioni e conclusioni, secondo l’idea del libro come “colloquio a due”.

 Sonno-sogno della società

TorreDelGrecoNello stato di sonno-sogno, nel torpore della borghesia in declino (prischianamente intesa come «una qualità dell’animo piuttosto che come un’espressione sociale»), si scorge, così, l’origine delle debolezze e dei limiti della società civile partenopea, storicamente incapace di proporre alternative concrete a una situazione di stagnazione che ostacola ogni sviluppo sociale ed economico del Sud. Proprio in questa condizione di inerzia psicologica sembra allora annidarsi la causa prima e quasi “genetica” dei molteplici, reiterati danni cagionati al territorio vesuviano e campano tout court, oggi più che mai evidenti nel desolante degrado, sociale e materiale, della regione. Prisco sembra così avere racchiuso nella sua opera prima non solo una diagnosi, ma una sorta di consapevole e rassegnata profezia, sebbene con “La Provincia addormentata”, pubblicata pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, non si proponesse alcuno scopo politico o sociale.

Eppure, nonostante il crescente imbarbarimento di quella società di cui è stato acuto osservatore e lucido testimone, lo scrittore non si è mai voluto separare da Napoli, trascorrendovi l’intera esistenza. Poco prima della sua scomparsa, infatti, aveva dichiarato in una toccante intervista televisiva che, pur essendo il peggior difetto dei napoletani la mancanza d’amore per la propria città, il loro principale pregio era sempre stata l’infinita umanità. Chissà che da questa sua convinzione non possa nascere ancora una speranza di risveglio per la “città dei sogni”.

Informazioni sull'Autore

Ricercatore Università degli Studi di Salerno

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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