La questione romana

La questione romana
di Giuseppe Foscari *
Giuseppe Foscari
Giuseppe Foscari

Lascerò parlare la mia natura di cittadino e studioso impegnato a seguire le vicende politiche e, quindi, spero di essere un osservatore giudizioso e sufficientemente distaccato, senza la sicumera di chi ha la verità in tasca. Troppi, in questi giorni, hanno palesato certezze e pontificato su Roma, la Raggi, il Movimento 5 stelle, gli studi di avvocati eccetera eccetera. Non ho certezze, ma riflessioni da proporre.

Premessa obbligatoria: il M5S ha commesso in questa vicenda un’infinità di errori, anche macroscopici. Per leggerezza, superficialità, sbadataggine o finanche astuzia politica. So, non so, dico, non dico, prebende e posti di prestigio per amici di studio legale, silenzi e incertezze, mail vaganti e non comprese, direttori vari. Intendiamoci: nulla di penale, nessun reato che coinvolga la neosindaca, ma uno stravolgimento della logica dura e pura del movimento, che della questione morale ha fatto una bandiera della propria essenza ed esistenza politica. E se usi l’eticità come grimaldello per scalzare i partiti tradizionali e riesci ad avere un seguito di voti davvero notevole ed ancora in crescita, è segno che quella bandiera devi sventolarla sempre, anche e soprattutto quando tocca i tuoi adepti in modo diretto.

Magari questa brutta storia servirà loro per crescere, per alzare le difese immunitarie verso i faccendieri che a Roma sono ben conosciuti e aleggiano come avvoltoi in tutti i segmenti in cui scorre danaro, sin dai tempi di Giolitti e della prima grande questione romana. Diversa nella sostanza, ma egualmente sintomatica di un affarismo dilagante. Magari accadrà il contrario, chi può dirlo?, ossia che è solo l’inizio della fine del Movimento, di Grillo e via discorrendo. E tutti i partiti potranno dire, sospirando: avete visto? Loro sono come noi.

Consolazione magrissima, invero.

Ma ci sono altre considerazioni da fare. L’attacco mediatico lanciato dalle reti pubbliche pilotate dal Partito Democratico è stato davvero massiccio, con una pervicacia e un’ostinazione che poche altre volte avevamo potuto riscontrare. Il diario giornaliero della vicenda è stato sciorinato con dovizia di particolari, con una sfrontatezza che a lungo andare ha stancato tutti. Ma siete sicuri, egregi ascari del PD, che questa strategia di controllo mediatico e di pilotaggio dell’informazione dia i frutti sperati? Mi restano molti dubbi in proposito.

Ho colto in giro il disorientamento degli elettori pentastellati, anche un fondo di amarezza, ma quella cattiveria giornalistica si è andata trasformando in nuova rabbia che si condensa in tre pensieri. Il primo: basta col PD che egemonizza la comunicazione e l’informazione e controlla le poltrone delle reti pubbliche televisive e radiofoniche. L’informazione pubblica viene chiaramente alterata e deformata o resa quanto meno parziale (referendum docet!). Il secondo: i poteri forti, vicini o meno che siano allo stesso Partito Democratico, si sono coalizzati per far cadere la Raggi ancor prima che inizi a governare e a fare sul serio. Ammesso che ci riesca, e che sappia farlo, naturalmente, perché di questo non c’è ancora traccia.

Il terzo: incentrando l’informazione su Roma è stato fatto passare sotto silenzio il dato negativo sull’occupazione e sulla crescita insignificante del paese. Parlar d’altro per tacer del proprio. Vecchia regola che mi riporta alle straordinarie favole di Esopo, in particolare quella che fa riferimento alle due bisacce che ognuno di noi possiede, quella sul petto con i difetti e i vizi degli altri, dei quali parlare in abbondanza, e quella dietro, che non si vede, con i difetti e i vizi propri, dei quali nascondere l’esistenza. Con la complicità dell’informazione pubblica…

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università degli Studi di Salerno.

In primo piano: il sindaco di Roma, Virginia Raggi

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