Dom. Ago 18th, 2019

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La rabbia e le proteste non bastano, l’Alcoa verso la chiusura

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Riparte la protesta all’Alcoa. Dopo 24 ore di calma, le contestazioni sono riprese a Portovesme con due sindacalisti asserragliati a 70 metri di altezza sullo stesso silos teatro una settimana fa della protesta degli operai dello stabilimento. A far esplodere la rabbia è stato, a detta di Franco Bardi della Fiom Cgil e Rino Barca della Fim Cisl, disposti a tutto per salvaguardare i posti di lavoro, il dietrofront di Alcoa rispetto agli accordi presi solo lunedì a Roma, nel corso della riunione fiume al ministero dello Sviluppo economico. «Si sono rimangiati tutto - denunciano -. Oggi l’azienda ci ha comunicato la fermata totale dello stabilimento rimettendo in discussione gli accordi sottoscritti: il processo di spegnimento continua e rimarranno attive solo 21 celle su 290, questa è la morte della fabbrica». Un comportamento che ha scatenato l’ira del governo, pronto a richiamare «con fermezza Alcoa al rispetto puntuale degli impegni assunti formalmente durante la riunione di lunedì». In una nota ufficiale, l’esecutivo «esige che lo

Riparte la protesta all’Alcoa. Dopo 24 ore di calma, le contestazioni sono riprese a Portovesme con due sindacalisti asserragliati a 70 metri di altezza sullo stesso silos teatro una settimana fa della protesta degli operai dello stabilimento. A far esplodere la rabbia è stato, a detta di Franco Bardi della Fiom Cgil e Rino Barca della Fim Cisl, disposti a tutto per salvaguardare i posti di lavoro, il dietrofront di Alcoa rispetto agli accordi presi solo lunedì a Roma, nel corso della riunione fiume al ministero dello Sviluppo economico. «Si sono rimangiati tutto – denunciano -. Oggi l’azienda ci ha comunicato la fermata totale dello stabilimento rimettendo in discussione gli accordi sottoscritti: il processo di spegnimento continua e rimarranno attive solo 21 celle su 290, questa è la morte della fabbrica». Un comportamento che ha scatenato l’ira del governo, pronto a richiamare «con fermezza Alcoa al rispetto puntuale degli impegni assunti formalmente durante la riunione di lunedì». In una nota ufficiale, l’esecutivo «esige che lo spegnimento dello smelter avvenga secondo le modalità e con la gradualità stabilite». E l’azienda in serata con una nota ribadisce il rispetto degli impegni presi.  «Alcoa conferma che oggi ha presentato un piano di spegnimento degli impianti più graduale come definito con il Ministero dello sviluppo economico, la Regione e i sindacati lunedì 10 settembre». «Il piano rivisto include la fine delle attività delle celle – precisa Alcoa nella nota – entro il 1 novembre. Cinquanta celle saranno messe in condizione di ripartire entro il 10 novembre e lo stabilimento sarà interamente fermato entro il 30 novembre». L’azienda di Portovesme fa poi «appello a tutte le parti coinvolte per mantenere gli impegni così come Alcoa ha fatto e continuerà a fare». Dall’Umbria il segretario della Cgil Susanna Camusso sottolinea la vicinanza ai sindacalisti sul silos (“siamo tutti con loro”) e chiede che «il governo intervenga molto rapidamente. Mi pare – sottolinea – che l’azienda non rispetti i patti». Per l’impianto di Portovesme è però iniziato il vero conto alla rovescia. La diplomazia della Regione Sardegna continua imperterrita ad andare avanti giorno dopo giorno, ma sul futuro dell’industria dell’alluminio non c’è ancora alcuna certezza. Glencore, che oggi ha incontrato i rappresentanti regionali a Cagliari, non arretra dalle sue richieste. «Per noi – ha chiarito Carlo Lolliri, amministratore delegato della Portovesme Srl, controllata dalla Glencore – non è un problema se spegnere o non spegnere l’impianto, ma capire bene alcuni temi: costi energetici, infrastrutture e il problema del personale. Dopo di che – ha aggiunto – andremo a valutare con tutto lo staff della Glencore cosa fare». Il primo passo sarà oggi con un sopralluogo a Portovesme per verificare le problematiche sulle infrastrutture portuali e stradali. Tra Glencore e Klesch (che continua le trattative private con Alcoa), si inserisce intanto un terzo papabile pretendente, la torinese Kite Gen Research, che punterebbe ad utilizzare per l’impianto l’energia eolica “troposferica”, prodotta cioè da grandi aquiloni ad alta quota e non da pale. Una proposta che il ministero dello Sviluppo definisce però “molto preliminare” con una tecnologia “ancora in fase di sviluppo” e per la quale si richiede peraltro “il cofinanziamento”.

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