La religiosità autentica della vedova

La religiosità autentica della vedova
di Michele Santangelo

vedovaUna delle costanti che attraversano sempre la Parola di Dio è quella che ci fa incontrare in fondo a ciascun brano che ci viene proposto nella liturgia un insegnamento per la vita che può aiutare il cristiano ad affinare la propria vita spirituale con il confronto continuo tra quanto viene suggerito e quello che si è soliti fare o pensare nella vita quotidiana. E non invecchia mai la parola di Dio, nonostante le migliaia di anni di storia umana che ha attraversato e il numero pressoché infinito di coscienze che ha illuminato. Le letture bibliche di questa XXXII domenica del tempo ordinario sono quasi emblematiche a questo riguardo, anche perché sia Gesù nel Vangelo sia il brano tratto dal primo libro dei Re della prima lettura partono da situazioni che si verificano anche oggi con grande frequenza. Partiamo dal brano del vangelo di Marco. Gesù traccia in poche battute l’immagine di uno scriba, la classe dei “perbene” dei suoi tempi che spesso, però, nascondevano sotto quella patina di perbenismo di facciata, una dose consistente di perversità ed ipocrisia messe in atto non solo in campo civile, ma anche in campo religioso. È fin troppo ovvio che si tratta di una tipologia di atteggiamento non esclusiva del giudaismo; infatti non è difficile rintracciare la stessa situazione anche nel volto spirituale di molti cristiani dei nostri tempi e, stando alle cronache dei nostri giorni, non proprio sconosciuti ai più, ma molto in vista. Gesù non è affatto tenero nei confronti di una religiosità ostentata, in modo artificioso e falso, ammantata di retorica ed esteriorità esasperata, il tutto finalizzato a suscitare l’omaggio dell’applauso e dell’acclamazione dei passanti, ad assaporare l’ossequio timoroso degli inferiori di grado, o appartenenti ad un gradino sociale più basso; perfino nella preghiera sono pronti a mostrare la loro falsa superiorità con lunghe e forbite invocazioni e, nell’offrire le monete per il tempio, abbondano in quantità ma con l’animo colmo di superbia e ambizione. Con la stessa malcelata impudenza, però, sono pronti ad infierire sul debole e sul bisognoso: “divorano le case delle vedove” dice il Vangelo, per citare una delle classi sociali più indifese, assieme agli orfani e agli stranieri. Ed è proprio ad una vedova che Gesù assegna il compito di impartire la lezione: la poveretta getta nel tesoro l’equivalente di un quattrino, pochissimo a paragone delle ricche offerte degli altri. Ma sottolinea Gesù: “Questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri, …era tutto quanto aveva per vivere”. Il risultato del gesto, Gesù non lo spiega, ma lo si può intuire, l’apprezzamento del Maestro va senz’altro alla vedova. Il brano del libro dei Re è più esplicito. Anche qui, al profeta Elia che sollecita da una vedova un po’ di pane ed acqua, essa risponde che quello che possiede è giusto l’ultimo pugno di farina e un po’ d’olio, quanto basta per confezionare e cuocere un pezzo di pane e mangiarlo insieme al figlio prima di morire. Su invito del profeta la vedova prepara la focaccia per Elia a costo di ridurre ancor più la già scarsa razione per lei e il figlio. E il prodigio avviene: “La farina nella giara non venne meno e l’olio nell’orcio non diminuì”. Il Signore non si lascia vincere in generosità. Due esempi semplici, ma di grande efficacia e molto toccanti quelli delle due vedove. A fronte della religiosità appariscente ma falsa degli scribi, si pone la spiritualità umile e semplice dei poveri, così come a questi appartengono la fiducia e la speranza per cui non fondano la loro sicurezza sui beni materiali ma solo sulla Provvidenza divina che non delude chi a lei si affida. Ad una religione che può generare successo, stima, prestigio, si oppone la fede generosa e totale capace di riscattare, sorretta dalla misericordia di Dio, da qualunque forma di bisogno e di povertà.

redazioneIconfronti

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