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La ri-Nascita del tempo nell’antica casa degli avi

La ri-Nascita del tempo nell’antica casa degli avi

A S. Angelo di Mercato S. Severino, nella ‘poetica’ villa di famiglia Antonio Manzi ha ricostruito la Natività con rigore storico-filologico

 

di Silvia Siniscalchi
Antonio Manzi, autore del presepe di Villa Manzi

Antonio Manzi, autore del presepe di Villa Manzi

Non si sa chi sia stato il primo presepista ad avere sottratto al fuoco un tronco d’albero per trasformarlo nella rappresentazione della grotta di Betlemme. Di certo quest’anno ci ha pensato Antonio Manzi, funzionario di banca in pensione, presepista autodidatta e prosecutore di una tradizione – quella del presepio – divenuta parte della cultura religiosa e culturale partenopea. Memoria storica della sorprendente villa settecentesca in cui vive, che ha ospitato illustri e famosi protagonisti e artisti del nostro tempo (da Lucio Dalla a Mike Bongiorno, da Gaetano Quagliarello a Maria Iervolino, da Luigi Servolini a Roberto Mendel, da Memè Perlini a Tato Russo e Luisa Conte), Antonio, cresciuto tra il rigore matematico dei numeri (suo padre era un dirigente di banca) e le rime scolpite dell’”eremo italico” di suo zio, il poeta Carmine Manzi, si è fatto interprete originale e, allo stesso tempo, filologicamente e storicamente fedele, della consuetudine della sua famiglia di riprodurre ogni anno a Natale l’evento che ha diviso in due la storia del mondo cristiano. Un’usanza, quella della raffigurazione delle scene della Natività e dell’Adorazione dei Magi, di origine medievale, iniziata con le rappresentazioni sacre che si svolgevano nelle chiese (cui si ricollega anche il presepe vivente di San Francesco d’Assisi ricostruito a Greccio), proseguita con le prime forme di presepe plastico del XIV secolo e diffusa dai francescani e dai domenicani, e in seguito dai gesuiti, in Italia e in tutta l’Europa centrale. Ma è proprio a Napoli, durante il XVIII secolo, che il presepe conosce uno straordinario sviluppo: qui la sacra rappresentazione, oltre a rievocare la Natività, aggiunge scene e personaggi mondani, con virtuosistiche realizzazioni, allo scopo di evidenziare il contrasto tra la vita dedita ai valori terreni e il miracolo profondo dell’incarnazione divina che illumina la grotta di Betlemme. Una grotta che certo somiglia a quella che Antonio ha realizzato con il tronco d’albero che ha trovato in montagna, come egli stesso racconta, insieme con il muschio e le pietre utilizzate per ricostruire prati e sentieri della “sua” Betlemme. Una Betlemme fatta di sugheri, legno, terracotta, acqua corrente (l’”acqua vera”, avrebbe detto Edoardo a proposito del presepe nella sua celebre “Natale in Casa Cupiello”) con sfondi e scenari perfettamente ricostruiti e le musiche natalizie in sottofondo. E la tradizione napoletana rivive più che mai tra i paesaggi riprodotti di questo presepe, che raffigura i “generi di vita” del passato, di un Mezzogiorno la cui popolazione era dedita all’agricoltura e all’allevamento e dove povere locande e miseri ritrovi costituivano il fulcro della sua vita sociale. Ma anche il presepe di Antonio, come ogni presepe napoletano, ha poi le sue incongruenze “cronologiche”, presentando personaggi, come il frate francescano, che al tempo della nascita di Gesù non potevano ancora esistere; ma l’apparente incoerenza è facilmente spiegabile, essendo il presepe un’opera viva e vivente, chiamata a rappresentare un passato che è in realtà continuamente rinnovato nel presente. E questa rievocazione è quanto mai reale e tangibile nell’affettuosa Betlemme “di famiglia” che rinasce ogni anno tra le volte e le mura della casa di Antonio Manzi; una casa a sua volta ricca di storia, per avere ospitato una famiglia di antiche origini (discendente dai Villani Olivares, di cui si ricorda Andrea, fondatore dei padri liguorini con S. Alfonso Maria de’ Liguori) e oltre cinquant’anni di attività dell’Accademia di Paestum, fondata da Carmine Manzi nel 1949, proprio per lanciare un messaggio di rinnovamento spirituale attraverso l’amore per la poesia, le arti e le lettere e così contribuire alla rinascita culturale e morale dell’Italia e della sua popolazione dopo le brutture e miserie della guerra. Un messaggio quanto mai attuale, di cui il presepe, con i suoi profondi significati simbolici e religiosi legati al Natale, diventa strumento, rimandandoci all’idea platonica dell’arte quale matrice poietica artistico-culturale e sociale, produttrice di valori e visioni del mondo.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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