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La ribellione del territorio-ambiente

La ribellione del territorio-ambiente
Massimo Quaini (Celle Ligure 1941- Genova 2017), docente di geografia dell’Università di Genova, socio fondatore del Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici, ha dedicato molta parte del suo impegno di studioso alla Liguria e alla città di Genova. Specialmente negli ultimi due decenni, ha messo a disposizione le sue competenze teoriche e di profondo conoscitore della storia e della cultura ligure al fine di contrastare l’azione di una classe politica di ogni “colore” incapace di imprimere una svolta in senso territorialista all’organizzazione dello spazio geografico di una regione che, nella sua breve estensione, esprime enormi contraddizioni – locali ma proprie dell’intera geografia italiana – rese drammaticamente evidenti dal disastroso evento di questi giorni.
Spinto da un’inestinguibile fiducia nella ragione, nella lezione della storia, nel valore della memoria, nell’importanza del “locale” quale argine alla globalizzazione omologante, Quaini ha dato un notevole contributo all’attività di associazioni di base; si è fatto promotore di progetti per la realizzazione degli Osservatori del paesaggio; ha fatto sentire la sua voce in occasione di convegni scientifici non meno che in assemblee e iniziative locali. Con articoli sul quotidiano “Il Secolo XIX” è spesso intervenuto sulle questioni genovesi, fra cui la realizzazione del progetto “Gronda” che, con tempi di realizzazione lunghissimi (dai 10 ai 12 anni la durata del cantiere, che per altro non prevedeva la sostituzione del ponte ora crollato), senza risolvere i problemi della viabilità urbana e senza rimediare allo stravolgimento del fondovalle del Polcevera, ormai consumato, creerebbe ulteriore stravolgimento a monte in un territorio fragilissimo dal punto di vista idro-geologico.
Per quanto, ci chiediamo con Quaini, gli uomini insisteranno a sfidare gli dei?
Dal suo archivio abbiamo tratto lo scritto qui presentato. Ancorché esso non tratti in modo specifico del disastro che in questi giorni ha sconvolto Genova, la Liguria, l’Italia tutta (allertando anche Paesi vicini circa l’affidabilità delle Grandi Opere) esso esprime con chiarezza il pensiero del collega scomparso e ci lancia una sfida, difficile, ma la sola dalla quale Genova, la Liguria e tutto il Paese possono ripartire.
A.D. C.M, L.R. per il CISGE

di Massimo Quaini

Anche se nessuno ne parla, il problema urbanistico oggi più grande riguarda il territorio della Città metropolitana e in particolare l’esigenza di riconnettere, non attraverso nuove infrastrutture ma culturalmente, Genova al suo territorio. Questa riconsiderazione territorialista deve partire dalle condizioni di un paese fragile, esposto a una serie senza fine di calamità sulle quali tutti, amministratori e cittadini, devono riflettere di più per riconvertire il loro sguardo.
Ciò che abbiamo avuto, e continueremo purtroppo ad avere sotto i nostri occhi è un insieme di fenomeni che per essere valutati sensatamente dovremmo definire la ribellione del territorio-ambiente. Che cosa sta infatti accadendo? L’ambiente nella sua stessa elementarità fisica – tutti ci ricordiamo i famosi elementi di Talete: acqua, aria, terra, fuoco – si sta rivoltando contro di noi. Il territorio, le abitazioni prima ancora dei campi, delle fabbriche e delle strade, sono sempre di più in preda al fuoco, all’acqua trasformata in alluvioni (altrove in muri di neve e valanghe), alle frane e terremoti, alla cattiva qualità dell’aria e a dinamiche meteorologiche sempre più disastrose.
Questa elementarità naturale produce l’idea che stiamo andando incontro a una serie sempre più numerosa di eventi fatali, ineluttabili, su cui gli uomini, per quanti sforzi facciano, possono poco, possono sempre meno, malgrado i progressi della tecnica e dell’organizzazione. Il paradosso è che, se da un lato siamo portati a pensare che una tecnologia sempre più sofisticata e una memoria e consapevolezza, cresciute attraverso tante prove e anche lutti, potrebbero difenderci dalle calamità, dall’altro all’accadere di ogni nuovo evento ci scopriamo in realtà più fragili e indifesi.
Nella nostra città accade che due piromani, qualche operaio disattento, la scarsa manutenzione degli elettrodotti o ancora qualche giornata di vento forte possano mettere in ginocchio una città e le sue maggiori infrastrutture. Con distruzioni impensabili, fino a ieri, come sono state quelle dei parchi di Nervi e di Pegli. Questa elementarità naturale produttrice di fatalità ci impedisce di valutare le trasformazioni in corso e di riconvertire il nostro sguardo sul territorio e sulla valorizzazione del patrimonio diffuso che gli eventi stanno erodendo senza sosta.
Ciò che sta accedendo nell’Appennino centrale e in Abruzzo deve essere una lezione per tutti. Le nevicate diventano emergenze che isolano migliaia di abitanti perché non esistono più i presidi delle Comunità montane e delle Province. Se le genti sopravvivono a lunghi periodi di isolamento è perché non hanno ancora del tutto rinunciato alle difese spontanee dei loro padri e nonni. Ma i morti ci sono ugualmente, i danni e le distruzioni anche. A medio e lungo termine, le conseguenze certe sono che anche i territori non colpiti dal terremoto saranno abbandonati dalla popolazione eroica che ancora li abita. Si perderà un patrimonio territoriale e agricolo straordinario, si accresceranno i deserti, gli spazi incolti e le boscaglie destinate a incendiarsi e a portare distruzioni sulle città più prossime, essendo la natura stessa ormai incapace di dare stabilità al suolo.
Perché tutto questo sta accadendo? Chi è in grado di spiegarlo ai cittadini? Evidentemente non i vertici della Protezione civile che non sembrano in grado di valutare la gravità e l’estensione dei fenomeni che stanno accadendo, se ogni volta si mostrano impreparati e si deve sempre compensare con l’abnegazione dei vigili del fuoco e dei volontari. La cattiva gestione del territorio non sta soltanto nella ben nota mancanza di cultura della prevenzione, ma sta anche nella natura gerarchica, verticistica di una Protezione civile che per essere efficace dovrebbe essere ricostruita dal basso, dal livello comunale, mettendo il sindaco in grado di agire e la popolazione in grado di sapere come muoversi e mettere le proprie conoscenze territoriali a servizio della comunità.
Qualche anno fa sono stato relatore di una tesi di dottorato sui piani di protezione civile e mi sono reso conto di quanto questo anello necessario, strategico, sia debole nel nostro paese e anche quanto sia utile recuperare a livello diffuso la conoscenza del territorio e i saperi ecologici locali che la popolazione non ha perduto del tutto. Leggo che l’Università intende mettere in cantiere una laurea in Protezione civile, mi auguro che si muova in questa prospettiva.
La ribellione dell’ambiente, le catastrofi, che non sono mai naturali, si combattono infatti con la conoscenza del territorio, con la “coscienza di stagione e di luogo” come una volta ebbe a dire Fritjof Capra o con la “coscienza di luogo” di cui ci ha spesso parlato un economista anomalo come Giacomo Becattini, scomparso in questi giorni.
A riconoscere quanto questi saperi siano oggi necessari e debbano essere insegnati nelle scuole, non possono essere i responsabili nazionali della Protezione civile (troppo sicuri di una scienza che prescinde dai territori locali) e tanto meno i ministri e funzionari della pubblica istruzione, che in questi anni hanno sempre più ridotto le ore di geografia e delle materie che concorrono a dare ai futuri cittadini il senso di una comunità e di un patrimonio culturale e anche economico locale che non va disperso.
Se i politici che fanno le leggi conoscessero meglio la geografia del nostro paese non avrebbero abolito, dopo le Comunità montane, anche le Province: le uniche istituzioni che curavano il territorio profondo, quello più lontano dalle città maggiori e dalle aree forti. Se i vertici della Protezione civile conoscessero meglio la geografia del nostro paese forse non avrebbero concentrato i loro sforzi nei centri maggiori e non avrebbero sottovalutato i rischi in cui si sono trovate le popolazioni che vivono nelle frazioni e nelle sedi rurali sparse.
Spiace dirlo, ma maggiore conoscenza e saggezza di costoro ha dimostrato un giovane scrittore, Paolo Cognetti, che conosce bene la montagna e richiesto di un commento da un giornale ha concluso: “Penso che i morti di Ricopiano siano l’ultima conferma, in Italia, di un rapporto compromesso tra l’uomo e il territorio. Un rapporto di solo sfruttamento e non di conoscenza. Qualcosa si è rotto, anni fa, tra noi, i luoghi che abitiamo e la memoria di chi li abitava prima. Ricostruire quel rapporto sarà un’impresa”.
Ma è da questa impresa, da questa sfida che si deve ripartire.
Genova 21.1.2017

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Commenti (1)

  • Carlo Alberto Gemignani

    Sono tornato a Genova ieri, e ho visto il moncone del ponte Morandi con un’angoscia che non so descrivere. Il clima è “metafisico”, penso che le stesse sensazioni le abbiano provate, più in grande, i sopravvissuti del Vajont o i newyorchesi dopo l’11 settembre. Incontri la gente che conosci, non la guardi negli occhi, la saluti appena – mi direte, non è che voi liguri normalmente siete molto espansivi – ma è una strana sensazione di pace e di resa che si vede negli occhi. È la sensazione di aver attraversato un guado, di aver passato il punto di non ritorno, tra il vecchio e il nuovo. C’è tanta retorica, spero di non lasciarla trasparire anch’io, ma c’è una città dolente, una città di teste di cavolo, di rissosi (“la città che si è liberata da sola”), che anticipa sempre il futuro (ricordate il G8?). Non ci credevo ma è così, siamo morti un po’ tutti su quel ponte, che percorrevamo ogni giorno (altro che “non luoghi”, i non-luoghi non esistono, con buona pace di Augé). Speriamo di trovare la forza di risorgere, almeno in parte.

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