La ricchezza infinita dei nostri dialetti

La ricchezza infinita dei nostri dialetti
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Luigi Pirandello diceva che la parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto di una cosa esprime il sentimento, mentre la lingua di quella stessa cosa esprime il concetto. Siamo portati a considerare il dialetto come la lingua degli affetti, la lingua del cuore eppure, al tempo stesso, quante volte ci è capitato di usare e ricorrere a termini dialettali per esprimere compiutamente la cosa che volevamo dire perché non si riusciva di trovare un equivalente altrettanto preciso nella lingua italiana. Non è solo questione di cuore, allora, ma anche di testa.

Inoltre, non dobbiamo immaginare “ il dialetto” come una lingua di pietra, una lingua della memoria, immodificabile nel tempo. Solo per restare al napoletano, quanto distanza c’è tra la lingua di Di Giacomo e quella di Lanzetta, solo per fare un esempio. O, ancora, quanta distanza c’è tra i vari dialetti, a volte molto differenti, che si parlano oggi nelle varie zone di Napoli, per esempio, tra il Vomero e Secondigliano, tra Mergellina e Bacoli ecc …

A tale proposito, ancora Meneghello nel suo libro più famoso, Libera nos a Malo, dice:

La lingua si muove come una corrente: normalmente il suo flusso sordo non si avverte, perché ci siamo dentro, ma quando torna qualche emigrato si può misurare la distanza del punto dove è uscito a riva. Tornando dopo dieci anni, dopo venti anni dalle Australie, dalle Americhe: in famiglia hanno continuato a parlare lo stesso dialetto che parlavano qui con noi, che parlavano tutti; tornano e sembrano gente di un altro paese o di un’altra età. Eppure non è la loro lingua che si è alterata, è la nostra. È come se anche le parole tornassero in patria, si riconoscono con uno strano sentimento, spesso dopo un po’ di esitazione: di qualcuna perfino ce ne si vergogna”. Su questo stesso tema Cesare Pavese, poeta a me molto caro fin dai banchi liceali, scriverà una delle sue poesie più intense, “I mari del sud”.

Detto questo, vorrei fare una veloce riflessione sulla lingua e/o le lingue nel teatro italiano. Le mie saranno solo delle brevi considerazioni maturate in diversi anni di lavoro sulla scena.

Innanzitutto, una anomalia. In teatro possiamo distinguere, da sempre, due lingue “l’un contro l’altra armata”: la lingua del “torchio” e quella del “corpo”. La prima area è rappresentata dall’ossessione dello scrittore di teatro di farsi riconoscere e apprezzare nel “mondo delle lettere”. L’autore scrive per il palcoscenico ma aspira alla pubblicazione, considerata anche come un risarcimento alla aleatorietà della scena. Già, il grande Goldoni, vedeva nella stampa la garanzia della sua gloria e fama futura. Nella seconda area, “la lingua del corpo”, a prevalere è la fisicità dell’attore e tutti quegli elementi che caratterizzano più specificatamente la materialità del lavoro teatrale. Nel teatro italiano, anche in conseguenza di una riunificazione nazionale abbastanza recente, a farla da padrone sono state sempre le lingue regionali quali: il veneziano, il napoletano e il siciliano. Subito dopo l’unificazione e poi via via fino al fascismo, invece, si è cercato di affermare un italiano medio rimuovendo, anche con norme e leggi specifiche, ogni componente regional-dialettale. Ecco, allora, che anche le istituzioni teatrali procedono con caparbietà nel boicottare i dialetti e i suoi attori più rappresentativi. Grazie alla risciacquatura in Arno, a repertori sempre più blindati e ad una severa rieducazione degli attori si sosterrà una drammaturgia nazionale lontana dal rispecchiare la vita reale della platea. Basti pensare che i fruitori del teatro sono in quegli anni una borghesia sostanzialmente ancora dialettofona che si vede privata dei suoi beniamini e che deve accontentarsi di testi provenienti dalla Francia o dal nord Europa e tradotti in una sempre più improbabile  e impronunciabile lingua nazionale. Gli attori dialettali, invece, producono una scena confusa ma plurilinguistica, varia, eccentrica; in una parola, viva. Di contro, l’attore rieducato secondo il metodo Pelosini (Mario), maestro di dizione nella nascente règia Accademia voluta dal grande Silvio D’Amico, mira ad una pronuncia corretta e musicale della battuta. Monolinguismo contro polilinguismo (Petrarca vs Dante). Per fortuna nostra, la realtà, nonostante i divieti, ha saputo preservare questa enorme linfa che proveniva dalla scena regionale. Essa, anche se marginalizzata è stata e continua ad essere il vero motore della nostra drammaturgia. Questo vale anche per la prosa. Svevo, il più grande scrittore italiano del primo novecento per molti non sapeva scrivere. In realtà, dopo il tentativo riuscito di Manzoni, fu molto difficile scrivere un romanzo in una lingua da tutti considerata poco duttile e poco viva se svilita dalle sue origini così varie e complesse. Per tornare al teatro come non rilevare, per esempio, che appena dietro l’italiano approssimativo di Pirandello, si sente premere chiaramente il siciliano girgentino; e che dire, poi, del grande Viviani e Eduardo, per tornare più vicino a noi. Ancora oggi, la scena italiana sarebbe impensabile senza le sue lingue regionali. La drammaturgia più viva, più vitale è senza alcun dubbio quella territoriale. Nella grande babele delle sue lingue, secondo me, si riconosce non solo la grande anomalia italiana rispetto a tutte le altre grandi nazioni europee ma pure la sua vocazione ad un disordine creativo che ha avuto e avrà ancora per molto tempo un fascino enorme per quanti ci guardano da lontano con un misto d’ammirazione e biasimo.

 

redazioneIconfronti

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