La rivoluzione che viene dal mare

La rivoluzione che viene dal mare
di Andrea Manzi
Andrea Manzi (a sinistra) intervistato da Mariano Ragusa
Andrea Manzi (a sinistra) con Mariano Ragusa

Le luci d’artista non bastano, perché la storia di Salerno ha bisogno di una lingua meno evanescente per costruire il futuro. Qualche anno fa si fece carico di questa esigenza esistenziale delle città meridionali il filosofo Aldo Masullo, che rifletté a lungo sulle linee strategiche della globalizzazione e del Mediterraneo. La prima è un dato, che ci colloca sulla scena del mondo in un rapporto di com-presenza con gli altri: siamo tutti accolti dalla società mondiale del rischio, che convive con l’ecosistema vulnerato, la crisi economica e il terrorismo. Il Mediterraneo è invece il mare che dovremo navigare per riemergere. Certo, con la scoperta dell’America, esso scomparve dalle rotte della storia, spingendoci per secoli ai margini dell’attualità economica. Ora è un lago di sangue dove si scontrano e annegano culture alienate e uomini soli.

Salerno è un balcone spalancato su questo specchio d’acqua che potrebbe riannodare i legami tra l’Europa e il mondo arabo. In molti ritennero quest’ipotesi un’opportunità concreta. Da tempo, però, non è più così e le relazioni intermediterranee hanno la faccia pallida dell’utopia. Perché, dunque, non inaugurare una nuova cultura, facendo leva sull’opportunità della globalizzazione e sulla vocazione all’armonia del nostro vecchio mare? Sui suoi fondali giacciono le “vecchie funi sommerse” della civiltà. Ad esse, scendendo in apnea, soltanto il canto poetico si è talvolta accostato.

Masullo proponeva di ricreare sulle sponde di questo mare una Città della pace, dove formare i costruttori di tolleranza e cooperazione, attraverso l’attività di laboratori inter-culturali e multi-etnici. Soltanto con una globalizzazione di valori aggreganti, diceva, si potrà assestare un colpo alla rete dei “protettori” tirannici, che, da secoli, tiene in scacco il mondo. Nel vasto anfiteatro del nostro mare entrerebbero in circolo le dinamiche dei centri e delle periferie, di distanze e accostamenti, povertà e ricchezze, cesure e inglobamenti. Partirebbero, cioè, i software in grado di far funzionare l’hardware di una contemporaneità interconnessa. E, soprattutto, scomparirebbe la inattuale visione post-industriale che fonda soltanto sul turismo, nel caso di Salerno privo di cultura e di storia.

Sarebbe una rivoluzione in grado di fare economia, che per fortuna è sempre più legata alle idee prima che agli investimenti ciechi. Purtroppo, a Salerno e in Campania, mancano uomini-guida. Non c’è né Giorgio La Pira, che già cinquant’anni fa avrebbe voluto issare nel Mediterraneo la Tenda della pace, né Giulio Carlo Argan, che indicò il riscatto di Roma, in anni difficilissimi, lungo le traiettorie della cultura, dei sodalizi inediti e dell’ambientalismo maturo. Ma non è una ragione per arrendersi, al contrario il vuoto è un’occasione affinché ogni individuo affermi la propria piena cittadinanza. E se ciascuno avvertirà di essere un’agenzia cosmopolita di ideale lotta, il nuovo orizzonte della città potrà far intravedere luci molto più armoniose delle sterili e costosissime luminarie trash.

(da Il Mattino del 15 dicembre 2015)

redazioneIconfronti

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