Gio. Ago 22nd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

La salvezza lungo le terre di confine

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di Michele Santangelo
di Michele Santangelo

Sinagoga di CafarnaoQuando, fino a non moltissimi anni fa, si parlava di civiltà multietnica, il nostro pensiero andava subito agli Stati Uniti e in special modo alla città di New York, nella quale convivevano, purtroppo non sempre in modo pacifico, gruppi di persone appartenenti a  razze, nazionalità, culture e religioni le più diverse tra di loro. Al di là di tutte le implicazioni sociali, politiche, economiche e semplicemente umane e religiose a corredo, a tutti appariva un fenomeno antropologico particolare che si concretizzava in tutta una serie di problemi dai quali gli Stati Uniti, pur rimanendo essi uno degli esempi di democrazia compiuta più rilevante del mondo, non sono ancora completamente usciti, e questo specialmente agli occhi di una società, quella italiana, abituata a considerarsi tra l’Alpe ed il mare, i suoi confini naturali,  “una d’arme, di lingua,d’altare,- di memorie, di sangue e di cor”, proclamava con enfasi il buon Manzoni.

La Galilea, a nord della Palestina, dov’era “il paese di Zabulon e di Néftali, sulla via del mare, al di là del Giordano” , “la Galilea delle genti”, – così la definisce l’evangelista Matteo riprendendo la definizione che ne aveva dato il profeta Isaia, otto secoli e mezzo prima – doveva apparire, fatte le debite proporzioni e differenze, più o meno una New York ante litteram. Qui era anche la cittadina di Cafàrnao, dove si ritirò Gesù per dare inizio alla sua predicazione dopo che aveva saputo dell’arresto di Giovanni, il suo precursore. Erano luoghi di confine, là, lungo il mare, dove i contorni dell’identità personale e sociale erano piuttosto sfumati, spesso anche simbolo dell’emarginazione non solo sociale, economica e politica, ma anche religiosa. Qui, infatti, vivevano quelli che “dimoravano in terra e ombra di morte” e questi vengono scelti da Gesù che, obbedendo all’antico piano di salvezza di Dio annunciato dal profeta, li fa destinatari della grande luce che avrebbe squarciato le tenebre che li avvolgeva. Non solo, tra questa gente di Galilea Gesù chiama quelli che vuole come coadiutori della sua opera di annuncio della buona novella, e questi lasciano tutto per andare insieme al loro Maestro alla ricerca non più di pesci ma di uomini, di umanità.

Ma qual è l’annuncio che egli rivolge? “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”.

A ben pensare anche noi oggi, cittadini del ventunesimo secolo, in questa nostra Italia ridiventata terra di confine, se mai avesse smesso di esserlo, siamo un po’ diventati Galilea delle genti. Quell’unità integrale  si può dire, agognata da Manzoni poco più di un secolo e mezzo fa, o non è stata mai raggiunta o, se pure conquistata in parte, oggi sembra palesemente messa in discussione sia sul fronte interno che su quello esterno. La globalizzazione non ha globalizzato il benessere, ma il bisogno e tanta gente preme ai nostri confini, alla ricerca innanzitutto di libertà, di dignità umana, di rispetto, di solidarietà. È diversa da noi, per il colore della pelle, per abitudini, per usi, per costumi, per cultura e religione. È composta da persone povere, diseredate, profughe perché perseguitate, ferite nel profondo del loro essere. Per molti sono un pericolo, per altri sono un’opportunità. E per noi cristiani? Prima di rispondere alla domanda dobbiamo ricordarci che il messaggio di Gesù “convertitevi” è rivolto prima di tutto a noi che spesso presumiamo di godere di tante certezze, anche nel campo della fede. Per il cristiano convertirsi significa innanzitutto un cambiamento di prospettiva. L’uomo che vive di fede e con fede è capace di vedere sempre più lontano, oltre i ristretti orizzonti del suo breve passaggio sulla terra, per mostrare a tutti, con il proprio stile di vita la luce che genera speranza, anche quando tutte le altre circostanze suggerirebbero il contrario.

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