La salvezza? Meglio della guarigione

La salvezza? Meglio della guarigione
di Michele Santangelo

comandamentiCapita, purtroppo, abbastanza spesso che chi è deprivato nel corpo sia in una situazione di bisogno anche dal punto di vista sociale; anzi sembra che le due situazioni siano strettamente legate al punto che i poveri che stanno bene in salute, per muovere gli altri a compassione, arrivano a fingere anche una sofferenza fisica. Ma non è il caso raccontato nel vangelo della XXX domenica del tempo ordinario. Il cieco era veramente cieco ed anche in stato di grande povertà. Infatti l’evangelista Marco lo da proprio per scontato anche perché ne cita il nome, Bartimeo, e l’appartenenza familiare, figlio di Timeo, e probabilmente era anche conosciuto nella città di Gerico. Insieme alla cecità, alla povertà, ci sembra di intuire anche un’altra grave indigenza, quella della solitudine. Un vero e proprio relitto umano, quindi, confinato nel buio dell’esistenza, una situazione, dove solo la potenza di Dio poteva risistemare radicalmente le cose. Egli, infatti, opera solo per salvare, e lo fa da sempre. È, questa la linea di significato che ci suggerisce anche la prima lettura della liturgia di questa domenica: “Il Signore ha salvato il suo popolo, un resto di Israele” e per di più in quel resto sono ben rappresentate le categorie deboli della società del tempo: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente. “Essi erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”. Due situazioni, quindi, quella del popolo d’Israele e quella del cieco di Gerico che hanno un carattere in comune, quello dell’attesa della salvezza da parte di un Dio che è Padre; tale lo  presenta il profeta Geremia nel promettere al popolo d’Israele la salvezza: “li condurrò a fiumi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno; perché io sono un padre per Israele”, e  Gesù che ridona la luce degli occhi   al  cieco, rivela a questi la tenerezza dell’amore paterno di Dio; ma è quello che la Chiesa fa chiedere ai fedeli nella liturgia di questa domenica quando li fa pregare affinché riconoscano in Gesù proprio la tenerezza di Padre del Signore.  Alla base di tutto c’è sempre la forza della fede. Bartimeo ne avrà vista di gente passare davanti a lui rimanendo sorda e indifferente alla sua richiesta di aiuto, un gesto ormai abitudinario che non lo smuoveva dalla sua abituale posizione. Quel giorno, nel chiacchiericcio anonimo della folla riconosce una voce particolare che lo colpisce, quella di Gesù Nazareno, e comincia a gridare, noncurante del rimprovero di molti: “Figlio di Davide, abbi pietà di me”, corre addirittura verso di Lui e gli chiede di poter rivedere la luce: “Rabbuni: che io riabbia la  vista! E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. Gesù raccoglie in quel grido proprio l’espressione genuina di una fede semplice e spontanea e la sua è una supplica elementare, quasi istintiva, spontanea quanto la sua fede, dettata dalla sofferenza per essere stato privato di un bene da lui goduto nel passato; non era, infatti, cieco dalla nascita. E da Gesù riceve più di quanto gli era stato richiesto, perché il maestro non parla di guarigione, nella risposta, ma di salvezza che ha un significato più ampio, include anche una guarigione dello spirito: “ …riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada”. Bartimeo non è più un cieco guarito, ma anche un nuovo discepolo oltre che un nuovo credente.

 

redazioneIconfronti

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