Mer. Set 18th, 2019

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La scabrosa innocenza dei “Fratellini” un po’ datati di Silvestri

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Non rapisce più il realismo estremo del denso testo riportato in scena al Giullare di Salerno

FratelliniDue fratelli, un letto d’ospedale, lo spettro visibile di un corpo devastato dalla malattia. Questo lo scenario di “Fratellini” di e con Francesco Silvestri affiancato da Vincenzo Tumino, in scena al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno dall’8 al 10 febbraio. A sedici anni di distanza dalla sua prima nazionale (al Teatro Litta di Milano), lo spettacolo è stato riproposto nell’ambito di “Teatrografie”, progetto ideato e diretto da Vincenzo Albano e dedicato alla figura di Francesco Silvestri, autore e attore tra i maggiori protagonisti del teatro napoletano e italiano. Formatosi al di fuori dell’accademia, Silvestri ha calcato il palcoscenico sin da adolescente, prima come animatore nelle carceri e negli istituti per i diversamente abili, poi in collaborazione con i principali protagonisti del teatro contemporaneo (da Annibale Ruccello a Enzo Moscato, Armando Pugliese, Carlo Cerciello, Toni Servillo e molti altri).
Tra i suoi numerosi lavori teatrali, “Fratellini” apre un drammatico squarcio sulla vita di Gildo, ragazzo innocente con un leggero handicap psichico, che ogni giorno racconta alla madre di andare a messa, mentre invece va a trovare il fratello, consumato dall’AIDS e abbandonato in un letto d’ospedale.
La visita coincide così con l’ora della celebrazione liturgica, rievocata puntualmente da Gildo, mentre, nell’angoscia di una pietosa farsa, si dedica alla cura materiale e spirituale del fratello, tentando, con toni grotteschi e drammatici, di distrarlo con storielle puerili e racconti di ogni tipo, nascondendo a lui e a sé stesso la gravità di una situazione senza ritorno.

Fratellini21“Consigliato ad un pubblico adulto”, lo spettacolo è in effetti spinoso da più punti di vista: la scabrosità del linguaggio (un dialetto napoletano a tratti “imbastardito”, con espressioni crude e balbettii infantili, tra promiscuità e disperata innocenza), dell’AIDS (malattia a trasmissione sessuale), dell’handicap psichico, di un corpo malato e inerme mostrato agli spettatori nella sua debolezza sino alla più estrema nudità, nella chiara evocazione dell’immagine pittorica di un Cristo deposto dalla croce.
Una forma di teatro estremo, dunque, che punta a turbare e commuovere spingendosi sino ai confini del dicibile e del rappresentabile, attraverso il gesto tramutato in parola e la parola nella cura amorevole delle piaghe di un corpo sfinito.

Ma, nonostante l’estrema bravura di Silvestri e Tumino (la cui recitazione è affidata unicamente ai gesti e alle espressioni del volto), l’intento non sembra essere completamente riuscito. A tre quarti dello spettacolo una certa qual stanchezza pervade il pubblico, oppresso dal permanere sulla scena di una situazione che, nonostante alcuni momenti di mistico lirismo (di cui è emblema la scena di un aquilone messo “in volo” da Gildo per rallegrare il fratello), non riesce mai a “decollare” realmente verso un messaggio che non sia ripetitivo. Segno forse di una ormai compiuta distanza da una forma di drammaturgia teatrale fondata su un realismo estremo che oggi ha iniziato a fare il suo tempo, non fosse altro perché la realtà da cui siamo circondati è per molti aspetti già confusa con la sua rappresentazione.

S.S.

4 thoughts on “La scabrosa innocenza dei “Fratellini” un po’ datati di Silvestri

  1. Gentile Vincenzo,

    la ringrazio innanzitutto di essere intervenuto nel dibattito, dandomi occasione di chiarire meglio alcuni punti. Lo sforzo di questa mia recensione è consistito essenzialmente nel volere spiegare in sintesi il modo in cui Silvestri ha portato in scena il “doppio fondo” della vita, ossia, in senso nietzscheano, il legame profondo che unisce ciò che comunemente si considera opposto: il sacro e il profano, l’innocenza e la scabrosità (dove il termine “scabroso” è stato scelto nel suo significato di “scabro” e non di “scandaloso”), il lirismo e la crudezza, il dramma (della malattia e della morte) e il racconto “puerile” (inteso non in senso spregiativo ma etimologico). Sin qui il merito del lavoro di Silvestri è indiscutibile. Ma la sua inattualità risulta evidente, sia per quanto riguarda i contenuti (l’AIDS oggi non è più percepito come malattia mortale né tanto meno – come lei stesso sottolinea – legata alla promiscuità sessuale), sia per quanto riguarda la forma. Si può certo convenire sul fatto che il pubblico odierno abbia difficoltà nell’attento ascolto della parola (sebbene non mi pare sia il caso del pubblico del Giullare), ma il realismo estremo, portato all’eccesso, risulta artificioso, talvolta addirittura pretestuoso, al punto che la sua autentica ragion d’essere sembra poi essere legata più al tentativo di scioccare gli spettatori che a un’autentica esigenza di coerenza drammaturgica. D’altra parte la difficoltà maggiore per un drammaturgo contemporaneo consiste appunto nel saper cogliere i moti della sensibilità collettiva e nel saperli tradurre in rappresentazione “mimetica” (nel senso platonico del termine) della realtà. Il che, come ovvio, diventa ancor più difficile in una società in costante e rapidissima evoluzione qual è la nostra.

    Silvia Siniscalchi
    (Ricercatore e docente dell’Università degli Studi di Salerno)

  2. Gentile SS,

    nel rispetto della Sua opinione personale e di quella di parte dei presenti in sala, tengo a precisarLe che le “storielle puerili” che il protagonista racconta al fratellino sono ispirate dal film “La vita è meravigliosa” di Frank Capra e che i momenti di puro lirismo, aquilone e vestizione a parte, andrebbero individuati anche (nella scrittura e non solo nella regia) nel tentativo di esorcizzare le macchie del sarcoma in tatuaggi all’ultima moda, nel cambio delle lenzuola colorate, nel candore/illusione che muove il dono del preservativo, la medicina, cioè, che “costa proprio assai”.

    Resta per me totalmente oscuro, nella sua recensione, il riferimento al “linguaggio scabroso”. Francamente. Forse: “…sta malatia ‘e mmerda?”

    Quanto alla stanchezza del pubblico, personalmente ritengo ci sia disabitudine ad ascoltare, a teatro, la “parola” nuda e cruda. Disabitudine, in fondo, anche a spettacoli di questo tipo, dove appunto la “parola” non è imbastardita, per parafrasarLa, da una regia vuota di senso e dal vezzo d’autore. FRATELLINI non ha trucchi o inganni… è essenziale nella sua linearità espositiva al punto di avvicinarsi al documento.

    Altro nodo che mi sfugge, di conseguenza, è l’inattualità a cui Lei fa cenno. Se è vero che la realtà da cui siamo circondati è troppo spesso confusa con la sua rappresentazione, è altrettanto vero che altrove siamo liberi e capaci di non farci caso. Ne abbiamo gli strumenti. Al Giullare, forse, non è stato così.

    Grazie per l’opportunità di un confronto, anche se esattamente non so con chi. S.S non vuol dir nulla.

    VINCENZO ALBANO
    Direttore artistico di Teatrografie

    PS: forse un paio di decenni fa si diceva che l’AIDS fosse la malattia degli omosessuali. Oggi si muore più per trasfusioni sbagliate e per scambi di siringhe infette.

  3. Gentile lettore, come ovvio nessuna critica può avere pretesa di assolutezza e le riflessioni su una qualunque opera o performance artistica sono fatalmente soggettive. Devo però constatare che, oltre a essere profondamente convinto di quanto ho scritto, ho ritrovato parecchi riscontri in merito da parte di amici e conoscenti presenti in sala. Mi preme tuttavia ribadire di non avere in alcun modo inteso discutere la qualità dello spettacolo di Silvestri, ma semplicemente sottolinearne una qual certa inattualità nella forma drammaturgica e nel messaggio stesso. Resta il fatto che non pretendo di vedere condivisa all’unanimità questa mia posizione, anzi: iConfronti mirano per l’appunto al dibattito tra punti di vista differenti. La ringrazio dunque dell’attenzione e la saluto cordialmente.

  4. quando lei parla di pubblico, si riferisce a se stesso? io non mi sono stancato affatto, anzi, sono tornato a vederlo il giorno dopo.
    Saluti

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