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La scelta del coraggio

La scelta del coraggio
di Corrado Caso
Corrado Caso

Corrado Caso

Mio fratello fu spinto  alle spalle, cadde e gli assalitori gli furono addosso. Il rumore concitato dei passi sulle tavole di legno e la caduta risuonò con un suono inatteso, amplificato che spaventò i presenti. Il palcoscenico dei teatri è una scatola vuota, un mondo da vivere oltre il mondo reale. Mio fratello non si arrese! “Viva l’Italia!” e cinque volte gridò “no!!!” a chi tentava di strappargli la bandiera tricolore dalle mani. Sedevo in prima fila e confuso da finzione e realtà istintivamente mi alzai per correre in suo aiuto. Mi trattennero e strattonandomi mi ricordarono che era,soltanto, una recita, una finzione ma ero quasi un bambino e il teatro è anche questo. Vidi metà viso del suggeritore sospeso a mezz’aria che appariva a tratti da un pannello dove era stato disegnato un mare profondo e piccole, trepide luci dei paesini della costiera amalfitana. Mio fratello era sovrastato dai suoi assalitori. Le sue mani iniziarono a perdere il colore naturale. Pensai che sentisse freddo ed era necessario riscaldarlo. Si coprirono di un sottile velo di sudore e divennero liquide, lucide come un marmo bianco, inviolabile e senza compromessi. Un soffio di vento gelido entrò nella sala semi buia. Nessuno lo vide, non mosse i tendaggi ma tutti ne avvertirono la presenza perché danzò senza ritegno lungo le spalle dei presenti. Diventò un sottile brivido di freddo inatteso in una serata d’estate con il cielo stratificato da fili di nuvole dorate dagli ultimi raggi del sole mentre le rondini volavano in gruppi compatti lungo il colonnato del duomo e la torre campanaria.
Si affievolirono le luci nella sala ma non le emozioni che diventarono più intense. Il teatro cadde in penombra e si oscurò la scena. Improvvisamente, un fascio intenso si accese e cadde dall’alto aprendosi a forma di cono e il suo occhio indagatore si posò su mio fratello che gli restituì un  piccolo riflesso della guancia, un breve luccichio che attirò lo sguardo dei presenti. Un sottile rivolo di vernice rossa divenne nell’ immaginazione di tutti noi, sangue sul suo volto pallido di boro talco. La Patria vuole una morte esangue vissuta fino all’ultima goccia. Mio fratello strinse più forte la bandiera e gridò ancora “Viva l’Italia”. Un disco iniziò a girare su sé stesso diffondendo nel teatro l’inno di Mameli e fu il delirio. Il Parroco del Duomo fu il primo ad applaudire. Gridò ”Viva il Papa!” E tutti gridammo e applaudimmo. Molti degli adulti si chiesero nei giorni successivi perché avesse inneggiato al Papa. “Perché?” e lui con disarmante candore rispose “Perché siamo l’azione cattolica…”.

Il sopravvissuto si alzò sporco di polvere e in un plebiscito di applausi trasudò adrenalina. Dopo un inchino formale iniziò a marciare a passo d’oca lungo il palcoscenico sventolando la bandiera. Sono convinto, ancora oggi, che nei suoi sogni quella notte conobbe Garibaldi e contò mille camicie rosse.

Fu in quello stesso anno che conobbi il mio nuovo maestro, un giovane ufficiale alto, bello, un mito del quale ero segretamente innamorato. Aveva combattuto per la stessa bandiera una guerra dolorosa e folle. Contrariato dalla nostra vivacità per non dire oltre: era risaputo che all’ Istituto Giovanni Barra non c’era il fior fiore dei galantuomini, si commosse al ricordo di una notte tremenda di guerra vissuta sulle montagne d’Albania. Credo che quella mattina aveva il cuore gonfio di ricordi. Uscì di classe e si allontanò perché i ricordi sono a volte spine e fanno piangere. Nessuno di noi si mosse dal banco, nessuno parlò ma fu lui a venirci incontro. Raccontò di una notte in fiamme, della luce sinistra degli scoppi che illuminavano il cielo a giorno, di una pioggia di schegge che traversavano il corpo di burro dei suoi soldati e, poi, il suo stesso corpo improvvisamente insanguinato e la mente che si spense come una vecchia candela senza stoppino. I suoi soldati fecero quadrato per difenderlo e lo trasportarono per giorni sulle spalle lungo sentieri impervi, improvvise paure senza mai abbandonarlo e vegliarono come un padre veglia sul figlio morente.

Vennero gli anni dei sciuscià, dei palazzi sventrati, delle vie senza luci, del 4 ottobre 1954 quando un torrente d’acqua precipitò dai monti che sovrastano Salerno trascinò Canalone, Vietri e Molina, sgretolò case, Chiese e disperse i figli in un mare in tempesta. Una storia di solidarietà, forza e debolezze tracciate respiro dopo respiro, giorno dopo giorno da un segno che lega da nord a sud Salerno al Polesine, Messina al Vajont, segreti inespugnabili a mille contraddizioni.

In primo piano, il disastroso alluvione del ’54 nel Salernitano

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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