La scomoda inattualità della verità profetica

La scomoda inattualità della verità profetica
di Luigi Rossi

Gesù_Sinagoga

Un mondo senza poveri, oppressi, disperati: è il programma di Gesù, ma non attira i suoi compaesani, chiusi alla possibilità di comprensione delle sue categorie. La vita abitudinaria ha spento nel loro animo la curiosità per il mistero e il gusto della sorpresa; sono diventati incapaci di guardare oltre il paesello e il solito reticolo di accadimenti e relazioni. Per loro, Gesù, riconosciuto a Cafarnao come il profeta, è solo figlio di un artigiano, un illuso che evoca sogni di grandezza. Legati al quotidiano, non cercano Dio nelle parole del Maestro, se mai sperano solo di trarre vantaggi dalle gesta che Egli ha compiuto e che ora vorrebbero che ripetesse a Nazareth. A tali attese Gesù risponde testimoniando la verità, fatto che i compaesani percepiscono come un’offesa e a cui reagiscono col tentativo di ucciderlo. Ma Egli passa in mezzo a loro ed esce dal paese senza fuggire o nascondersi; sfida la furia della folla, andando oltre quella situazione di violenza per incamminarsi verso il suo ideale, sicuro della bontà della sua scelta perché nessuno può ostacolare la parola che proviene a Dio.
Infatti, non si possono uccidere i profeti! Abbiamo bisogno delle loro provocazioni, anche se poteri forti ed i ricchi hanno paura di loro e li rifiutano, come è capitato a Geremia, mandato da Dio e non accetto in patria perché le sue non sono scelte remissive, ma mature per cui è condannato a non essere capito. A Gesù capita la stessa cosa perché anche Egli non va alla ricerca di popolarità, rifiutandosi di offrire spettacolo compiendo gesti taumaturgici che avrebbero attratto solo l’attenzione dei curiosi. È consapevole che la sua missione non è suscitare stupore, ma fede. Il riferimento agli episodi di Elia e di Eliseo noti in paese, provoca l’uditorio; questi, infatti, mentre erano prodighi di attenzioni verso stranieri ed estranei, in Israele non operano prodigi. Così, la reazione dei compaesani è prova di una religiosità solo apparente e falsa. Ecco perché Gesù va oltre, nella straniera Cafarnao; a Nazareth non sono disponibili a credere: qui Egli è solo il figlio di Giuseppe; per loro il profeta è chi s’impone in situazioni straordinarie, non può, quindi, essere un falegname con le mani segnate dalla fatica.
La sorte di Gesù è comune a tutti coloro che parlano chiaro e, non essendo accomodanti ricorrendo al compromesso, hanno vita scomoda. È il ruolo che dovrebbero assumere oggi i cristiani, a vari livelli; là, dove alcuni si arricchiscono sfruttando il duro lavoro di molti e dove la libertà è oppressa o conculcata da gente assetata di potere, i seguaci di Gesù non possono tacere. Questa è la ragione per cui spesso la chiesa è stata fonte di delusione, quando i fedeli hanno mostrato scarso coraggio nel denunziare i mali o sono apparsi esitanti nel dare una risposta veramente cristiana ai problemi del nostro tempo, risposta che è sempre un atto d’amore fraterno tendente a realizzare la comunione, nella quale sperimentare e far sperimentare ciò che proclama S. Paolo nella prima lettera ai Corinzi (12,31-13,13). Senza l’ amore che parte da Dio e a Lui ritorna, saremmo tutti come tamburi urlanti o cembali squillanti: un suono e niente più, come quelli che si odono in questi giorni in Italia: stridii senza senso e senza amore, frutto di un egoismo civico che non rende bella la prospettiva in un prossimo futuro. Rispetto alle esperienze negative dei profeti presentate nella prima lettura (Geremia 1,4-5.17-19) e nel vangelo di questa domenica (Luca 4,21-30), l’Apostolo Paolo, nella seconda lettura, annuncia un messaggio positivo: con il suo inno alla carità egli segna il punto di convergenza tra fede ed esperienza umana, cantando l’amore nella donazione, una continua ricerca che tende alla gioia trovata nel dare o nel ricevere perché così l’amore non invecchia, diventa Agape, vale a dire pienezza di dono, totalità di comunione, via che trasfigura ogni realtà e rimane per sempre.

redazioneIconfronti

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