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“La scuola cattolica” di Albinati

“La scuola cattolica” di Albinati
di Giuseppe Amoroso
Albinati vincitore dello "Strega"

Albinati vincitore dello “Strega”

In una narrazione fluviale, straripante, “già ramificata al momento in cui si apre”, e dall’alto potenziale comunicativo e ideologico, si riversa la cronaca molecolare del tristemente noto fatto di sangue, il Delitto del Circeo, che Edoardo Albinati, con La scuola cattolica (Rizzoli, pp. 1068), consegna a pagine di diversa struttura, fra roventi tensioni di “episodi puntuali di violenza estrema” e un ventaglio di commenti estesi, radenti analisi storico-sociologiche e acuminati vertici di confessione autobiografica trafitta di invenzioni. L’impianto del romanzo, dalle complesse tessere ora interferenti, ora in fuga lineare, ora forse predisposte a simulare l’asimmetria del mondo, è costruito in modo da non celare la presenza di simboli nello scorrimento di numerosi punti oggettivi della narrazione. Si avverte, infatti, un’abile tecnica sottesa, preoccupata di tenere sotto controllo la poderosa sostanza riflessiva cui è demandato il compito di chiarire (“o forse ulteriormente confondere ”) quello spettacolo che “viene chiamato vita” e l’”implacabile coerenza della finzione”. Questo andare e venire dalle “cose che accadono” alla teorizzazione sapiente e affabilmente illustrativa di ogni fenomeno è ben presente all’autore che dichiara di aver ricevuto dalla lunga frequentazione di una scuola romana di indirizzo religioso due attitudini diverse e contraddittorie: l’intolleranza dell’enfasi e la tendenza ad assumere il ”tono e il ritmo” della predica.

Questa ininterrotta oscillazione non compromette la cascata romanzesca, ne tende, invece, l’intrigante forza rappresentativa di quadri contrapposti (una dinamica di riprese che investe l’ambientazione romana, il quartiere Trieste, la media borghesia, i conflitti di classe), di luci nette che invitano al chiuso dei pensieri. Si incrociano le tentazioni del reale, le richieste della “ricerca” dell’autore, la volontà di demistificare ogni retorica, il gusto della citazione culturale e della parabola, i lunghi discorsi sul sesso (“singolare prigione in cui le sbarre impediscono di entrare piuttosto che di uscire”) e sulla sua “crudeltà”, sulla “mistica familiare”, sulla “struggente rovina” del genere romanzo, sull’omicidio come “moto di acquisizione”. Sparsi un po’ ovunque, i paragrafi di ragionamenti che “additano molto lontano” finiscono per inserirsi, il più delle volte, in circuiti allarmati, pronti a far sprizzare dalle percussioni saggistiche impulsi carichi di immagini, figure ambigue, sfondi avvelenati e il “pericoloso limbo” del tenebroso periodo raccontato.

Compagno di studi di alcuni degli autori dei feroci crimini di sangue, Albinati, a lunga distanza di tempo, ripercorre gli accadimenti (non per ricordarli, ma per sigillarli) con lucidità e tremore, pazienza e sgomento e con la consapevolezza di avere bisogno di lavorare di più sull’”incertezza (…) per risultare incerti”. Riaffiorano storie di “sognatori abbastanza privi di fantasia”, persi in “mitologie innocue”, ma pure di mediocri esaltati dalle dottrine del superuomo. Volti scorrono nel buio e alle prese con un cattolicesimo che insegna un “ragionevole contenimento” dell’istinto, mentre si srotola l’adolescenza dell’io irretito nella “zona franca” dell’amicizia, sospinto dalla misteriosa esigenza della materia narrativa e con l’”energia bruciante come una bomba all’idrogeno” sprigionata dalla figura femminile. È un’ossessione che passando attraverso una fase preparatoria genera, invece, nelle menti più deboli e contorte una volontà di sopraffazione: scatta, in un mondo privo di logica, il “passaggio infernale” di sofferenza trasformato, dalla morte arrecata, in esaltante gioia.

Affollato di personaggi (da Arbus, curioso del funzionamento delle cose, e dalla sorella Leda, bella come una bambola, al professor Golgota , con il suo “livido” soliloquio; da Bettina, dall’infantile sorriso, ad Angelo, uno degli stupratori, al Principe preso dalla “bacata” idea di raddrizzare i torti), il romanzo appare un maestoso contenitore di cronache e di pulsioni polemiche, trame alternative, dettagli talvolta suscitati da improvvise cause, vertigini di fatti, edificato per assemblare anche liriche, rubriche, elenchi di film, intercettazioni telefoniche, lettere, annotazioni di un quaderno, in collegamenti veloci o in lente chiose. Una biblioteca singolare, in un certo senso simile a una chiesa, specializzata ad invitare i suoi frequentatori ad ascoltare il silenzio che è in loro, e depositata in un “granaio mentale”. Una biblioteca di sguardi che, capaci di “andare al di la delle cose”,riescono a vedere “cose non viste prima o vedere le stesse cose ma in modo diverso?”.

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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