La “serva” postmoderna non spegne il sorriso di Pergolesi

La “serva” postmoderna non spegne il sorriso di Pergolesi

Una “riscrittura” de “La serva padrona”
(a cura di Antonello Mercurio)
regia, scene e costumi di Pasquale De Cristofaro
Teatro Verdi, Salerno                              

di Francesco Tozza

Serva_PadronaUn gioiellino del Settecento musicale (un secolo che ha ancora da dirci tante cose!), offerto sul piccolo palcoscenico di un teatro ottocentesco, fra lampi di musica cronologicamente anche successiva, comunque di nuovo conio, che la trafiggono, la contaminano, la ammodernano, riesce a mantenere pressoché intatta la sua freschezza, l’irriducibile godibilità, grazie ad un lavoro di regia encomiabile per sapiente governo dell’evento scenico e dei suoi ritmi recitativi. E’ quanto avvenuto in questi giorni al Verdi di Salerno; dove “La serva padrona” di Pergolesi, peraltro mai data in un teatro che pure, per le sue proporzioni (ma non solo), ospiterebbe superlativamente operazioni del genere, è stata messa in scena all’insegna dell’ormai imperante contaminazione (qui nella riscrittura musicale di Antonello Mercurio e con l’adattamento in lingua napoletana, da parte di Antonio D’Alessandro, dell’arguto libretto di Gennaro Antonio Federico). Con ottimo successo, bisogna aggiungere. Successo che, a nostro avviso, non sarebbe ugualmente mancato, se il celebre intermezzo fosse stato offerto nella sua originale stesura, magari con la stessa puntuale regia di Pasquale de Cristofaro (qui anche costumista e scenografo), più che idonea allo scopo, nella sua ammirevole essenzialità, nella moderata astrattezza della scena, appena integrata dalla storicità dei costumi, imprescindibile – almeno quella – per ricordare la famosa dialettica servo-padrone, cui il titolo dell’intermezzo e la sostanza stessa della vicenda evidentemente alludono; e vi allude, con un leggero ma significativo tocco di classe, ancora una volta il regista, con quella bianca voliera posta al centro di un palcoscenico quasi nudo (solo qualche suppellettile ai lati), la quale – da iniziale, metaforica prigione della serva, all’inizio – diverrà, alla fine, la gabbia dell’incauto padrone.

C’è subito da chiarire che le uniche perplessità, suscitateci dallo spettacolo, di natura esclusivamente musicale, non dipendono da scrupoli….. filologici: da tempo sosteniamo che il palcoscenico non è certo il luogo più adatto per l’esercizio di attività e funzioni finalizzate ad una corretta ermeneutica di testi e partiture storiche (c’è la sede accademica, o l’editoria specializzata, per assolvere degnamente a tale compito); anche se l’attuale esasperazione del relativismo ermeneutico, che spesso sfocia nell’arbitrio di una autonoma, per giunta non sempre valida o efficace, forma di creatività, fa pensare, con qualche venatura nostalgica, alle proficue stagioni a metà circa del secolo scorso, allorchè i palcoscenici di grandi e piccoli teatri servivano anche come banchi di prova per saggiare l’attendibilità scenica, e la verifica teatrale in genere, delle più recenti scoperte del passato musicale, ancora in parte sepolto; verifica, magari, anche delle relative edizioni critiche, approntate dagli studi di insigni studiosi.

Pasquale De Cristofaro, regista dello spettacolo
Pasquale De Cristofaro, regista dello spettacolo

Innegabile, certamente, il bisogno, per non dire la necessità, di addivenire a nuove forme di spazializzazione e temporalità delle opere teatrali (ma anche l’esigenza di salvare, qualche volta almeno, la loro più intima storicità), onde i ripetuti tentativi di porre assieme diversi livelli espressivi, quasi come atto di resistenza ai vecchi specialismi dei linguaggi artistici, ma anche riflesso storico di una dinamica della “differenziazione”, già innescata dalla modernità, poi fatta propria dal postmoderno. In virtù della quale, il lavoro del compositore può leggersi come l’esito di un rapporto piuttosto problematico fra l’idea di un sempre rassicurante tutto musicale e l’effettiva pratica, poi messa in atto, di una miriade di particolarismi espressivi: testimonianza non certo (come pur qualcuno vorrebbe) di un degrado estetico, tuttavia segnale culturale – nel moltiplicarsi delle possibilità sonore – di nuove forme di consapevolezza (ma anche inconsapevolezza!) storica, certamente non risolte nella non più auspicata, ma per certi versi ancora auspicabile, unitarietà della forma.

Ebbene: l’odiosamata (dal sottoscritto) contaminazione (che non è affatto un prodotto dei nostri giorni: il Settecento e i primi decenni dell’Ottocento ne hanno offerto numerosi, assai brillanti e forse più originali esempi!) si é mossa, e continua a muoversi, con questo nodo problematico sulle spalle, appunto; ammantandosi, peraltro, di un alone di trasgressività che ormai, per l’inflazione che caratterizza il campo, non può certo più vantare: la vera trasgressione, se mai, sarebbe oggi proprio la rappresentazione filologica…. (criticamente fondata) di drammaturgie, musicali e non. Ne guadagnerebbe la memoria storica, troppo spesso negletta dalle nuove generazioni (ma non per loro colpa!), nonché la cultura della fruizione.

Per tornare alla “serva padrona”, postmoderna per così dire, musicalmente offerta da Antonello Mercurio (con onestà encomiabile, che non sempre si riscontra per forme di intervento analoghe, il nome di Pergolesi non figurava nelle locandine), ciò che ci ha sfavorevolmente colpito – più che la simpatica ma qui piuttosto inutile, e comunque incoerente, napoletanizzazione del testo del Federico, operata da Antonio D’Alessandro – è stato l’eccessivo uso di stilemi musicali (citazioni, evocazioni, sonorità varie) troppo spesso in disaccordo con lo snodarsi ritmico e drammaturgico della vicenda in palcoscenico. Mercurio, docente di spicco nel Conservatorio salernitano, ha un’indubbia, robusta cultura musicale, che qui lo vede – felice messaggero – volare fra gli dei dell’Olimpo di ben tre secoli di storia della musica. Forse ama più il melodramma ottocentesco che l’opera buffa, e i suoi precedenti, nel Settecento: echi pucciniani e lampi di pazzia della donizettiana Lucia si colgono facilmente nella sua partitura, quasi a ridimensionare, certo con il senno del poi, la giocosità di un rapporto (servo-padrone) che avrebbe presto rivelato ben più gravi ambiguità e un meno felice destino. Ma le lacrime musicali di quei grandi melodrammi, versate su inermi eroine, martirizzate da maschi arroganti, non più in vena di cedere fette del loro ormai indiscusso potere, poco si addicono all’ironia tutta settecentesca che segue la vicenda, intinta nell’inchiostro libertino, della scaltra Serpina. Il cui padrone, Uberto (qui interpretato dall’ottimo Biagio Pizzuti) sembra, a tratti, ancora musicalmente parlando, più il pigmalione avvertito che il burbero, già goldoniano, dalla furba Serpina messo in castagna: simpatiche proiezioni e intuizioni – queste e altre – con relative scie musicali (anche qualcosa, per rimanere in tema, del celebre My Fair Lady o di altri musicall), tuttavia troppo spesso caricate su una vicenda che ai gorgheggi lirici di soprani ottocenteschi, con un parlato peraltro non più seguibile perché inabissato in un accompagnamento orchestrale soverchio per numero di strumentisti, avrebbe certamente meglio tollerato il vecchio recitar cantando o dialoghi sorretti appena dal basso continuo.

Nonostante questi limiti dell’operazione (che va, comunque, a tutto merito del locale Conservatorio, pur con gli indispensabili innesti di elementi estranei, soprattutto nell’orchestra, effettuati per l’occasione), era bella l’atmosfera che si respirava – l’altra sera – dentro e fuori il palcoscenico, fra un pubblico plaudente (pur con qualche dubbio, magari non facilmente esplicitato e che si spera qui aver contribuito a chiarire). Uscendo, alla fine dello spettacolo, dalla sala, attraverso il foyer, perfino il Pergolesi morente (la bella scultura che pochi ormai guardano, in quello che resta uno splendido ingresso in teatro) sembrava sorridere del tradimento appena perpetrato nei suoi confronti, forse nella speranza che il delizioso, applaudito misfatto… servirà in futuro per fargli abbandonare la triste poltrona del finis vitae, per frequentemente salire sul palcoscenico di un teatro che ancora preferisce, evidentemente, vederlo agonizzante in quella triste poltrona d’ingresso!

redazioneIconfronti

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