La slot nel salotto di casa

La slot nel salotto di casa
di Antonio Memoli

Le storie di vite ai margini, di persone rovinate da quelle slot machine, le “slot” come adesso vengono chiamate, dove si rifugiano per sfuggire da chissà cosa, si consumano sulle cronache quotidiane.

Una settimana fa Luigi Magistro – direttore generale dei Monopoli di Stato – in un’intervista al Corriere : sulle slot machine «dovremo intensificare i controlli, ma anche ripianificare la collocazione, evitandone la presenza vicino alle scuole, ai luoghi di culto, agli ospedali»; semmai, ha aggiunto Magistro, bisognerà «concentrare la presenza nel territorio» e «limitare al massimo l’introduzione di nuovi giochi».

Ebbene da lunedì scorso le slot sono entrate nelle case con più di mille nuovi giochi dati in concessione proprio dai Monopoli . On-line, semplicemente digitando il proprio codice fiscale ed il numero della carta di credito, è possibile giocare d’azzardo. In questo modo si seguono le prescrizioni del decreto del ministro della Salute Balduzzi , le macchine non sono vicino alle scuole, agli ospedali, alle chiese, sono semplicemente nel tuo salotto. Si sa tra una chiacchierata e l’altra, tra una fetta di pizza ed uno sguardo alla tv si può sempre puntare alla fortuna soprattutto se quella pizza mangiata in casa è tra i pochi “lussi” che puoi ancora permetterti dopo che ti hanno messo part-time e dimezzato lo stipendio.

I Monopoli lo chiamano “gioco a distanza” e dal loro sito è scaricabile anche un rapporto con i dati economici. Basta guardarlo per vedere i soldi in circolo.

Era necessario introdurre altri mille giochi ?

Si dirà, sono soldi tassati, puliti che entrano nelle casse vuote dello stato . Le scommesse legali hanno un fatturato che vale il 5% del Pil e mette il settore fra le prime industrie del Paese. In base ai dati dei Monopoli, in Italia la spesa media in scommesse per abitante maggiorenne è stata di 1.586 euro nel 2011: il 13,5% del reddito. Le concessioni agli impresari del gioco d’azzardo fruttano circa 8 miliardi l’anno all’Erario, a cui si aggiungono le tasse sulle vincite. In totale si tratta di entrate che riducono il deficit di quasi l’1% del Pil ogni anno. Il problema è che nel 2012, per la prima volta, la crescita delle scommesse sta frenando: saliranno al più del due per cento, mentre le entrate erariali sono per la prima volta in calo di 500 milioni. Occorre rimpinguare le casse dello Stato. Ecco altri mille giochi on-line nel tuo salotto.

Ma è realmente così? Davvero lo Stato ci guadagna?

In realtà  il “gioco” non vale la candela. A fronte degli 8 miliardi di euro incassati dall’erario in un anno, lo Stato deve affrontare circa 6 miliardi di costi sociali e sanitari che il gioco patologico comporta per la collettività. Cifra che arriva a 10 contando anche il mancato versamento dell’Iva per tutti i soldi spesi in scommesse, gratta&vinci e videoslot, invece che in beni di consumo. Insomma, la giustificazione che il gioco d’azzardo, nonostante tutto, alla fin fine porta un bel po’ di soldi al fisco non regge più. Lo conferma la campagna «Mettiamoci in gioco». Infine non va trascurato il problema dell’infiltrazione mafiosa. Ben 41 clan malavitosi (fra mafia siciliana, ‘ndrangheta e camorra) spadroneggiano nel settore dell’azzardo. Il 9% dei beni sequestrati alle mafie è composto da sale da gioco ed agenzie ( le stesse che gestiscono una fetta dei giochi on – line). L’incremento ed il finanziamento della criminalità non sono anch’esse un costo per lo Stato ?  Allora col gioco d’azzardo davvero lo Stato ci guadagna ?

Bisogna considerare cosa comporta per le persone il gioco d’azzardo, dove le spinge, quale cultura veicola. Come dice il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, alla presentazione dell’opuscolo informativo “L’Azzardo? Non è un gioco. Conoscere, capire, scegliere… fare” : “Il gioco d’azzardo è una piaga sociale da combattere con una nuova cultura educativa. Come la droga e l’alcol, esprime una filosofia di vita. Non si tratta di episodi, di piccoli gesti perché esprime una concezione del vivere che è assolutamente inaccettabile, una visione che lucra su tre livelli, su tre forti debolezze: la povertà materiale, la fragilità spirituale e psicologica della gente e sulla cultura del brivido. Chi si affaccia e diventa dipendente in questa forma di droga che è l’azzardo non sono solo i poveri materialmente ma anche quelli che sono fragili spiritualmente, che vogliono sperimentare e vivere il brivido”.

Facciamo hub. Nel nostro quotidiano facciamo qualcosa come la barista di Cremona: lanciamo una campagna, un passaparola contro il gioco d’azzardo.

Antonio Memoli
changes.nsv@gmail.com

redazioneIconfronti

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