La solitudine scavata e l’urlo “educato” di un poeta-cittadino

La solitudine scavata e l’urlo “educato” di un poeta-cittadino
di Vincenzo Aversano*
Aversano
Vincenzo Aversano

Ho una certa prevenzione di fondo verso gli artisti troppo modernisti e la esprimo con questa domanda: i loro corpus poetici sono dotati di una interna necessità o congruità, intendo quella che caratterizza gli esseri viventi ma anche le cosiddette “cose” nel loro strutturato sistema? Vale a dire: se si cambia nelle composizioni esibite l’ordine degli addendi o qualche addendo, il risultato non cambia o cambia (normalmente in peggio)? Orbene, nella grande poesia (Dante, Ariosto, Petrarca, Virgilio, ecc.), ove si spostasse qualche elemento strutturante, salterebbe tutto l’edificio poetico. Capovolgendo i termini: se si prendono vocaboli o singole lettere dell’alfabeto e le si butta a caso su un tavolo, può venir fuori la Divina Commedia, l’Orlando Furioso, l’Eneide, altri immortali poemi o anche semplici ben apprezzabili componimenti? Certo che no, a mio modesto parere, e dunque non si può sostenere quale “buona pratica” del poeta (in versi o in prosa) quella di buttar giù il bisognino del momento o (che fa lo stesso) aprire il vocabolario, puntare a caso il dito e scrivere quel che capita, aiutandosi magari con un dizionario dei sinonimi…; ciò dovrebbe valere per i colori e le linee nella pittura e per gli elementi strutturanti qualsivoglia forma d’arte, anche quella “raccolta” dagli oggetti naturali e basta… E mi sia permesso di manifestare simpatia a quella donna delle pulizie che, qualche mese fa, equivocando ha smaltito nell’«indifferenziato» alcune “opere d’arte” esposte in un museo d‘arte moderna, col candore e la sapienza dei «piccoli»…

Uno sperimentalismo giustificato

Paul-Klee-Pastorale-1927Il criterio or ora indicato dovrebbe sempre fungere da avvertimento per tutti gli artisti, fatti salvi coloro che abbiano dichiarato prima, in un manifesto ideologico-teorico, almeno alcuni principi della propria poetica, ad esempio che per la loro arte anche l’incrongruo ha un valore o almeno una funzione precisi. Il che, come noto, è avvenuto nel caso dei tanti movimenti succedutisi nel corso della storia dell’arte e della cultura. Ma una “professione di fede poetica” non mi risulta fatta dall’autore della silloge in parola, per cui mi riservo solo un minimo di cautela, che crescerebbe in diffidenza se fossimo di fronte a uno sperimentalismo ingiustificato, in cerca di suoni, di messaggi casuistici e di altre pur apprezzabili “diavolerie” più o meno avanguardistiche…. Il nostro autore non può infatti esser sospettato di “imbrogliare le carte”, giacché è notoriamente quel che si dice “una buona penna”, assai rodata, talvolta raffinata e perciò atta a diversi usi, giornalistico prima di tutto, ma poi teatrale e francamente poetico, per giunta non senza sofferenza creativa (p. 41, il mio foglio bianco/è il confino che volli): la quarta di copertina di questa raccolta, d’altronde, informa che siamo al quarto volume di versi pubblicati.
Comincerei subito a qualificare questa per ora ultima prova (ma c’è da scommettere che tale non resterà tra qualche tempo…) come etico-esistenziale-religiosa, susseguente a composizioni del passato più dichiaratamente spinte sul sociale (ad esempio, sulle problematiche degli extracomunitari o dell’universo gomorristico), un versante che pure occhieggia qui tra altri temi o risentimenti (a p. 55, per esempio: è tempo d’acque scivolose e inferme:…). Ora però ci si squadernano poesie più intimisticamente risentite, di solito brevi (attorno ai 15-20 versi, media ricavata da un’oscillazione fra piccoli frammenti di 3-4 e impaginazioni di oltre 50) e senza titolo, che alla fine l’indice ci dice identificarsi col primo verso.
Ad orientarci sulla fonte degli stati d’animo espressi, solo poche volte appare in corsivo una dedicazione a persone o qualche sostantivo titolante od altri elementi. Per esempio, getta luce sul “quid” dell’ispirazione, ma solo fino a un certo punto (data la genericità del vocabolo), il titolo iniziale («Intrecci»), quindi la postfazione di Elio Pecora, con sorpresa senza una prefazione di chicchessia (il poeta preferisce offrirsi senza viatico?), e infine una dedicazione a una donna, cui più strettamente pare legato, stampato in apertura, un “aforisma poetico” – così mi vien di definirlo – di A. Arnaud. Il Manzi lo fa suo e perciò val la pena di riportarlo: … sono colui che ha abolito il periplo idiota nel/quale si ficca l’atto del generare,/il periplo papà-mamma//e il bambino. Col che viene professata, restando “alla lettera”, una peraltro accettabile religione dell’amore assoluto in quanto tale, fuori dagli schemi… Un’idea “antigenerativa” dell’amore, unicamente puntata sul rapporto uomo-donna, potente e potenziabile in sé…
Se si aggiunge che giammai il testo si esalta in lettere maiuscole, che inoltre mancano segni di interpunzione (eccetto lineette, anche doppie, e parentesi quadre, che entrambe non si chiudono…), che rarissimamente vengono usati “metri” della tradizione letteraria italiana (due volte l’orecchio percepisce magnifici endecasillabi, che sembrano casuali…: «spingeva in alto il peso del mio sogno», a p. 25; «nel rischio calcolato del vangelo», a p. 48), ebbene si evince un atteggiamento di fondo più dissacrato che dissacrante, come se l’autore volesse scusarsi col lettore, avvertendolo: «Io scrivo come sento ma non pensare che ti voglia simile a me, non sono esemplare…». Ciò dimostra una non pretenziosità nell’oscurare talvolta il verso, cosa che gli viene quasi naturale: questo almeno vien di dire sulla base di una prima rapida lettura e del breve elenco appena fatto dei caratteri per così dire “estrinseci”. Essi non sono semplicemente tali e indubbiamente fungono da preziosi indicatori di sostanza poetica. Ce ne vorrebbero altri, in verità almeno per lo scrivente, che concepisce il recensire come un atto di umiltà e ancor più “di servizio” al fruitore, ai fini della “comprensione” del testo, insomma per poter fornire a chi legge il classico viatico interpretativo. Il che significa innanzitutto aver prima capito in proprio, certo con un po’ di esperienza del “genere letterario” e qualche conoscenza estetica pregressa, ma soprattutto con la razionalità e con l’anima… Ma il presente recensore non ha paura di dichiarare i suoi limiti ed è per questo che non si allinea a coloro che, da critici, sovrappongono all’irrazionalità della poesia esaminata soltanto un loro parto altrettanto irrazionale e poco chiarificatore, specie quando si mantengono sul generico; non apprezza molto quelli che “fanno poesia” sui versi analizzati, senza preoccuparsi di illuminare i lettori…

Un labirinto di versi in un “combinato” corale

CopertinaManzi_2014È appunto su una tale linea che intendo incamminarmi, precisando subito che comprendere in profondità questi materiali è cosa non sempre facile, giacché la poesia di Manzi, nutrita della personale vicenda esistenziale-quotidiana e di tante letture a largo spettro (parla spesso, anche cripticamente, per bocca di altre voci illustri), presenta più oscurità che luci sul piano della immediata decodificabilità; mette cioè a dura prova il recensore, ove egli intenda collocarsi in sintonia e, nella migliore delle ipotesi, non voglia scrivere le solite frasi di maniera, esentandosi superficialmente dal leggere, rileggere e sentirsi coinvolti: che sarebbe un’offesa a fronte di un labirinto di versi, assemblati per di più dentro un “combinato” corale, in cui ogni pezzo si lega agli altri, si rincorre, si mischia, si confronta e finanche si contraddice; poesia davvero intricata (carattere cui sembra alludere in prima battuta il titolo “intrecci”), sostanziata da un continuo autoscatto di vari momenti di un’esperienza di vita e di un’anima complessa, che non ride e non gioca mai, ma sembra solo tentar di sognare e di fatto soffrire perfino sulle piccolissime cose: poesia che non minimizza nulla, specie della sofferenza e del dolore.
Versi complessi, dunque, all’apparenza anche inspiegabilmente assemblati, e di una preziosità formalmente “barocca”, ma che nel decorativismo per definizione neutrale nascondono sconvolgenti ansie della vita. Restando sul profilo formale, li classificherei anzi, di massima: antipoesia, antimusica, dalla forma scabra, stregante da malocchio, e perfino versi perversi.. Talvolta poesie casuistiche, effimere.. talvolta coinvolgentI.. altre volte insterilite da sembrar più loglio che grano, insomma da lasciar perplessi… Colpisce quasi sempre l’antilirismo di un dettato che, se a qualcosa serve, non è certo a comunicare emozioni rasserenanti. Eppure qualche eccezione si trova, là dove l’ispirazione si lascia andare senza masochizzarsi, e si vorrebbe che fosse sempre così: ed ecco spuntare una perla a p. 24, nel primo e più comprensibile dei tre brani proposti, sotto il titolo amori e forre, denso di struggente desiderio di immedesimazione, anzi fusione con la propria amata, di marca assolutamente romantico-ottocentesca, se non universale.

Il sofferto mondo interiore di una poesia “tutta-vissuto”

paul_klee_037_città_di_sognoMa più che sull’ispirazione a corrente alternata (il che è fisiologico, d’altra parte), quale allo scrivente appare, insisterei sul fatto che questa poesia alla fine non assomiglia né è banalmente debitrice a nessuna delle possibili e attribuibili fonti di derivazione, letterarie o non. È poesia tutta-vissuto dell’autore, indubbiamente, e per questo fortemente originale: vero titolo di merito formale, di quella forma intrinsecamente e desanctisianamente legata al contenuto.
Riservandomi per la chiusa altre considerazioni più sintetiche e possibilmente stringenti, propongo dal testo alcuni esempi che potranno confermare, anche interrogativamente, questa valutazione di fondo e chiarire le asserzioni già fatte, aggiungendone di nuove. A p. 11, il «non so se fu giorno di tregua nell’alta quota della parola» si riferisce ai cinque anni in cui l’autore non aveva scritto poesie? O è il bisogno e la prospettazione di poesia diversa, frutto di una corrente di pensiero-sentimento lasciata liberamente fluire, una sorta di sermo humilis, se non volutamente straccione?
Sul versante strettamente esistenziale, tra la vita e la morte si muove l’incipit di p. 14 «aiutami a non darla per vinta alla vita che fugge.., dove il prosieguo denuncia uno sconforto totale.. eppure l’autore non chiede aiuto alla sua donna ma a un qualcuno/qualcosa che non è né uomo né donna né altro oggetto o persona. Qui non ci arrivo: se fosse più esplicito e non “gli venisse” di coprire troppo i significati, forse sarebbe meglio.. Eppure, in questo caso la cortina fumogena non riesce a nascondere l’ipotesi del (o una corrività al) suicidio…, da cui contestualmente l’autore si riprende, a p. 16, con «l’attimo del pregare scoprì le carte…», una professione più comprensibile, dove si esalta il valore della preghiera per aborrire «i mondi truccati» e continuare a combattere, nonostante il terrore del deperimento fisico e psichico e l’irrealtà delle cose (oggettive o rimuginate) e del loro stesso ricordo, se questo vuol tragicamente dire, a p. 15, il «resta la memoria/ ad illuderci/della realtà dei fantasmi».
Lungo questa linea trovo un collegamento, a p. 25, sempre in regime di semicomprensibilità, con due splendidi versi («un gabbiano con fame d’aria/spingeva in alto il peso del mio sogno», quest’ultimo già segnalato come raro endecasillabo inconscio…), dove l’impossibilità di volare è tanto più frustrante, perché l’autore sa che «con i piedi a terra il mondo è scemo» (p. 32), versione snobilitata di Schleiermaker: l’uomo è un mendicante quando pensa, ma è un dio se sogna. Non a caso, la sofferenza per la sacralità della vita, dissacrata dalla società, viene avvertita (pp. 32-33) in una delle poche composizioni intitolate (inversi percorsi), che è la sintesi storica del rapporto con la sua donna, il racconto di un distacco (Via Crucis a ritroso: «non torneremo in croce, vero?»), complicata, intellettualmente impegnativa, originale. Di cui un seguito intravedo, a p. 35, nell’ultimo verso (« e il nostro segreto peccato»), indice di una personalità dimidiata, che non perpetra con leggerezza atti proibiti dalla “corrente” legge morale etico-religiosa e soffre comunque per un problema non definitivamente risolto, pur sapendo che su questa terra resta quasi impossibile separare il bene dal male (p. 54). Un’eco di questa situazione di incontro e distacco di ritrova in addii, a p. 47, celebrazione di un rapporto con la donna prima persa e ora ritrovata….(il titolo sembra, a prima vista, inappropriato) ma in prospettiva dei domani immemori d’altare (compagni senza l’ufficialità del matrimonio?). Come se avesse bisogno della ufficialità della unione ma senza il coraggio di dirlo… La consapevolezza di un “andare” senza fine, con connessa e agognata ricerca di quiete, non manca comunque altrove (p. 23: «ci apparve l’approdo ma era la sponda»).
Tra i pochi componimenti esplicitamente dedicati ci sono ancora quello a p. 17 (in morte di giulio) e quello a p. 19 (a michele sovente), entrambi “immediatamente” comprensibili. Nel primo, il momento del trapasso o quello che subito segue, insomma la descrittiva agonica diventa quasi macabro racconto, evocante il terrore della coscienza che si nullifica (il poeta dice: «l’anima») e forse reclama il contraltare nel bisogno di fede; nel secondo le «aggrottate parole sulfuree» (bollose e/o di odore diabolico?) ritornano e annunciano morte… e sottintendono la condivisione del nulla eterno di Leopardi, di Foscolo, insomma posizioni quasi ufficiali di esistenzialismo o nihilismo, confermate a p. 20 nei vocaboli «nulla» e «noia» (freddi termini filosofici), quindi «nella noia che schiocca» (stavolta, calda parola poetica a p. 28), nell’esperienza del lasciarsi andare («mollai gli ormeggi», p. 18), nel «vuoto che geme» di una delle liriche più belle, intestata a amori e forre (p. 24), infine più esplicitamente e riassuntivamente nella sua storia amara (p. 26).
Simile ma insieme diversa e particolare è la composizione, a 27, intitolata a mio padre in agonia. Comprensibile finalmente, nel suo tenerissimo alludere alla sala di rianimazione, ma comunque un po’ camuffata, come se da figlio avesse paura di chiamare le cose col loro nome..specie quelle biografiche. Parole astrali, fioche e sopra le righe, smorzate, stemperate… Pudore? Reticenza? gioco intellettualistico o superiore contemplazione della Croce? In ogni caso un racconto emozionalmente coinvolgente, che si completa, a p. 51, in una riflessione tremenda, da personale apocalisse per un destino incombente: « la morte è la mia camicia di seta», richiamante oltretutto una sicura nascita “senza camicia” (nel negativo senso popolare…), pur «nel grembo tenero delle nonne nere» di p. 22 (fortuna, questa, dei bimbi mediterranei..), prima fase di quella traiettoria alfa/omega che tutti ci unifica in una fatale “coincidentia oppositorum” (penso alla posizione rannicchiata degli scheletri in tante tombe preistoriche).
Altrove è l’indicibile e l’indecifrabile in prima battuta (almeno per chi scrive..) a farla da padrone: parlo di «il pensiero di averlo dentro» (p. 43), con passaggi oscuri e la comparsa della parola «orma»; parlo ad esempio di «come arrivarono gli angeli in galilea…», a p. 48, un vero rompicapo di richiami tra sacro e profano, parto poetico di una personalità complessa, divisa tra cattolicesimo e laicità (che qui pare emergere e prevalere in veste spinta, radicale..), che si pone di fronte a temi sensibili, enucleati tra gli aggettivi vergine/martire e dal classico adagio historia magistra vitae, addentrandosi dunque in questioni difficili, anche teologiche, pare… Oso chiedermi, in generale, a che pro questo telaio multiforme, e in particolare cosa voglia significare uno dei due splendidi endecasillabi presenti nel testo («nel rischio calcolato del vangelo»). Razionalmente, grammaticalmente, lessicalmente e nell’assenza sia di sintassi che di paratassi, resta altrettanto difficile da capire, a p. 49, la composizione «vidi/sorridi/amato amai…», oscillante tra paura e peccato (la sua anima «peccò»), composizione subito seguita da «passato un altro natale», dove forse vale come riferimento alla storia personale la chiusa («nella cenere/stramazza l’ira di giobbe»), a denunciare forse la pazienza a prova di bomba che ci vuole a sopportare la società così com’è. Del resto questo poeta-uomo-cittadino vorrebbe esplodere dopo aver minato (p. 40), ma non ci riesce nemmeno da poeta dal verso imploso, lui che a p. 52, nella più breve poesia (solo tre versi!) non a caso milita per la pace interpersonale, esecrando i rancori tra coniugi separati.

Versi senza possibilità di etichetta

parolePoche volte si intravede qualche spettacolo naturale che faccia da sfondo a un (o a un ricordo di) amore: è il caso di p. 31, «la luna e ti amai», ben evocativa di un astro sognante nel suo schizzar, con «una pelle striata», sugli amanti (visti come «due mosche bianche» che ne provano dolore…), con una rarissimo e forse unico dialettismo («rossa di scuorno»), a meno che non sia deformazione del vocabolo da parte del computer… Sono rari momenti di lirismo in positivo, piccole enclaves in un mare di non-sorriso (atteggiamento costante spiegato forse a p. 53), che fanno il pari con gli schizzi sul quotidiano-collettivo proposti, rispettivamente, a p. 42 e 44: il primo è una definizione del caffè, un poco alla Eduardo, dove affiorano ricordi di fanciullezza e gioventù: poesia finalmente comprensibile, descrittiva, sentenziosa, salvo ammiccamenti al subconscio; il secondo è una meditazione sul gioco conflittuale del calcio, esecrabile per come è inteso e praticato oggi, con tentativo formale di disporre le parole e le frasi in ordine sparso nel foglio. Si inserisce in queste tematiche anche un’autoanalisi (p. 37) dal titolo il mio teatro, dove l’autore riflette sulle sue varie esperienze di vita e di lavoro e si fa apprezzare come creatore di linguaggio (esempio: «tra le guerre ducettava il fallo») e continua a p. 38, dove la sentenziosità si fa troppo evanescente, mettendo a dura prova le mie pur volenterose “antenne” di interprete…
La poesia di Manzi – alla fine ci si deve convincere – sfugge a qualsiasi semplice etichetta, vuoi se vista in generale e in sintesi, vuoi se vista all’interno dei singoli pezzi, dove mai campeggia una sola tematica, senza accompagnarsi ad altre. L’esempio più lampante è forse il citato pezzo a p. 55, dove – già sul piano formale della tecnica – un possibile e pregevole endecasillabo iniziale («è tempo d’acque scivolose e inferme») viene mortificato con la continuazione del verso dopo due puntini «scendono tra i/canali». Per il resto, badando ai contenuti, predomina un paesaggio d’acque e di pioggia (quando si dice il tornare all’istinto primigenio memorizzato..), ma sempre con intrusioni benché minime di colori ed oggetti, nonché di echi leopardiani (perché no, sia pure inconsci?), del tipo «ora è la fine del tempo lieto che fu…», mentre l’insieme oscilla tra piglio civile e sociale ed esperienza (mal)vissuta dell’attualità. Che succosa benché infelice pagina, questa!!
È tempo di porre termine al tentativo di analisi puntuale e difatti quasi chiudo riflettendo sulla (e immergendomi col cuore nella) ultima poesia, problematica già nel titolo (risse). Essa è lunga e articolata in tre pezzi separati da asterischi, ognuno di argomento diverso: il macrocosmo a fronte dei conflitti umani e delle piccinerie, come dire la comparazione tra Giganti e formicuzze; diventa poi passionale, disegnando il rapporto dell’autore con l’amore verso la donna-eros; alla fine contiene una esplicita confessione, quasi inaspettata nella cripticità imperante: l’autore definisce la sua poesia («poemi di strada/erotomanie sentimentali a basse dosi: dicono parole impure…», ma conviene a questo punto che il lettore legga il tutto con attenzione…), affidata ai suoi occhi («delegati lirici»: quanto conforta questo aggettivo!).
In definitiva, sono qui sintetizzati i contenuti della sua solitudine esistenziale messa in versi, piena di eros e sentimento insieme, che mi permetto di collegare, a p. 39, con «”mi pensai” libraio/di mie parole scarne» (un richiamo “tipografico” anche a p. 34, attraverso «bozze corrette» in intimità con l’amata…, altrove dagherrotipi (manie di uno scrittore..), e a p. 41 con «la vita è un bicchiere vuoto»: legga ancora con attenzione il lettore, per favore, e vedrà che il “trucco della Sibilla” (assenza di punteggiatura, per cui nelle frasi si possono scambiare soggetto e oggetto, errore in cui certamente sono incorso in questa mia analisi), non cambia stavolta i significati, che sono evidenti in ogni caso!

Un poeta “ipermetaforante”, creatore di linguaggio

003Prima di concludere non si possono non segnalare due brani: a p. 30 quello riprodotto in quarta di copertina («la solitudine disciolta…»), scelta che evidentemente la fa ritenere emblematica dallo stesso autore, solito creatore di linguaggio, poeta ipermetaforante, con continui traslati, similitudini, paragoni…, onde pervenire a risultati che per lui abbiano importante senso (anche se sostanziato di non-senso, anche se razionalmente contraddittori?): qui asfaltare è come raddrizzare le vie storte e appianare le montagne per renderle percorribili, nel significato biblico, mi pare.., cioè mostrando una reazione positiva alle sofferenze.
L’altro brano, a p. 45, impostato nella pagina a formare una “tela”, come il brano precedente sul gioco del calcio, inizia con una parola impegnativa e il seguito assai criptico: «dio/ è dio – e dio – ed io/ la vita degli invisibili è dio…» e termina con il titolo della raccolta («l’orma che scavo», che poco ha a che fare con le «inutili orme» di p. 21). Al lettore l’obbligo di leggere e rileggere; a me va di rimarcare, con gusto, «Il sole uovo fritto ad agosto/ e alla coque a febbraio», che ricorda estrinsecamente immagini barocche (del padellon del ciel la gran frittata) mentre il messaggio fondamentale appare chiaro: dato che «“solo”» è il mio nome, il poeta scava nella vita, e in questa prova letteraria ha inteso scavare nella sua solitudine! La sequela, fatta di pensieri e non-pensieri, «altalenante coscienza di sé/ logica occasionale», disegna un lui che non ha nemmeno la “fortuna” di essere “nessuno”, come Ulisse spatriato coi suoi compagni, ma rimane in solitudine e afflitto da contrasti e sofferenze…
A p. 46 continua lo stesso discorso poetico, difficile da seguire e inquadrare per le varie sollecitazioni messe insieme, tra cui una posizione tra il diavolo e il buon dio, «una terza via- feriale/ quotidiana e stanca via…» imboccata. Sacro e profano vengono mischiati, affiorano dubbi sull’esistenza di Dio ma anche una sorta di panteismo («io te con tutti loro siamo dio», in forza del quale « la verità di jean paul non è (solo) immaginazione». Viene spontaneo pensare alla condivisione o celebrazione dell’esistenzialismo sartriano…
Ricapitolando, forse…: poesia dotta, colta, intrisa di letture di libri e di bagno esperienziale nel dramma economico, sociale e morale del mondo circostante fino a scala mondiale. Dovrebbero leggerla tanti poeti “faciloni”: non farebbero più danni! Poesia non etichettabile, tutta dell’a. nella parziale indecifrabilità, o, meglio, in una cifra di amaritudine e di sogno disteso a terra, una complessità di sentire ai limiti della normalità, in cui si avverte l’insondabilità dei confini tra l’essere e l’ente… una parola illimitata….
Una poesia che poco consola e molto fa rabbia.. sorretta da implosione costante, un verso inesploso, una carica umana che desidera una umanità “come dovrebbe essere” e come vorrebbe la nobiltà d’animo e l’educazione ai valori ricevuta dal Manzi. Onirismo senza ali, sogno bloccato all’alba, disadattamento personale e sociale, messaggio di palingenesi egoistica ed altruistica insieme.
In profondità, tuttavia: spirito di libertà inconculcabile che ha dovuto sottostare a regole morali e sociali ereditate e formalmente imperanti. La piatta magia della parola è un antidoto, sorta di training autogeno, la parola è una ragione di vita. Ragione di vita è la vita stessa trasposta, è sostanza spirituale primigenia.
Lo stile: verso difficile, franto e affranto, raffinato e quasi “neo-barocco”, che rare volte si concede e si abbandona, in cui ci si ritrova senza che lo si capisca del tutto razionalmente iì: UN URLO EDUCATO di fronte all’abisso! Alla fine, un tuo simile che ti verrebbe di abbracciare..perché un poeta-uomo-cittadino che si sente fraterno e fratello.
[divide]

*Ordinario di Geografia (Università degli Studi di Salerno), cultore di arti e letteratura e autore di poesie in vernacolo

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