La sorprendente vitalità del Novecento teatrale

La sorprendente vitalità del Novecento teatrale
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Spiro Scimone e Francesco Sframeli sono due bravissimi interpreti del nuovo teatro italiano, eppure nei loro spettacoli il riferimento costante alla grande tradizione del novecento è più che scoperto. Mi veniva in mente questo, mentre l’altra sera assistevo ancora una volta allo spettacolo “Il cortile”, di Scimone, presso il teatro “Pier Paolo Pasolini”. Scritto nel 2003, il testo è in italiano a differenza di altri suoi testi in siciliano, con la regia di Valerio Binasco, già pupillo di Cecchi. In un cortile in disarmo e buio, due anziani “male in arnese” sproloquiano sul nulla quotidiano in una lingua arsa, secca, cinica e pungente. Sono interrotti nel loro girare a vuoto dalla presenza di un terzo uomo, un intruso che con le sue dolorose vicende personali rischia di far virare il corso della vicenda su un versante più politico; ciò, però, non avviene perché subito il tutto viene riassorbito nel famelico vortice esistenziale dei due. Una circolarità tale da rendere comica finanche la disperazione. Lo scenario, non c’è alcun dubbio, è un calco fedele e ammirato di “Finale di partita” di Beckett, anche se, a differenza dell’irlandese che faceva svolgere il suo testo in una stanza chiusa con solo una finestrella sull’esterno, qui la vicenda si svolge in un cortile, quindi all’aperto (ma i cortili in teatro non sono che pur sempre una finzione); i dialoghi, invece, veloci e brevi si aprono improvvisamente su imbarazzanti e rischiosi silenzi, che rivelano l’impossibilità d’ogni logica comprensione, rinviano all’immenso Pinter. Dopo tutto, non poteva essere diversamente. I due sono allievi diretti di un grande attore italiano, tanto appartato quanto importante, Carlo Cecchi. E proprio Cecchi, ha sempre detto che i suoi punti di riferimento più importanti sono stati Shakespeare da una parte e dall’altra Beckett, per quanto riguarda la drammaturgia; come attore, invece, ha sempre guardato all’unico modello possibile, capace di togliere al teatro italiano quel senso di sterile ed inutile birignao accademico, e cioè il grande Eduardo. E direttamente da Eduardo, infatti, mi sembravano arrivare, in certi momenti, le sapienti e afasiche presenze sceniche di Scimone e Sframeli. Quel loro apparentemente sciatto e svogliato modo di stare sulla scena, mi riportava alla mente lo studiatissimo “finto naturale” della recitazione di Eduardo. Le sue apparenti dissonanze, e una voce mai accordata, eppure molto musicale, lo hanno reso maestro di generazioni d’attori anomali che della propria diversità hanno prodotto efficace concime per le scene d’oggi (in un tempo precedente questo ruolo fu della Duse). Lo stesso effetto, per intenderci, che ebbe sulla letteratura italiana lo “scrivere male” di Pirandello e Svevo, all’inizio del secolo passato. Ecco allora, come il novecento sulle scene italiane sembra non voler finire, ma anzi, sembra ancora essere vivo e vitale, e capace ancora di regalarci emozioni.

In copertina, immagini di repertorio della compagnia Scimone-Sframeli

redazioneIconfronti

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